Il prof. Kareem Abdullah scrive una eccezionale analisi critica letteraria alla poesia di Irma Nimbe

Foto cortesia di Kareem Abdullah e Irma Nimbe

Tatuaggio di assenza: l’eco di un amore frammentato
Irma Nimbe – MX City.

By: Kareem Abdullah – Iraq .

“Tatuaggio di assenza: L’eco di un amore frammentato” è un’opera che esplora i complessi paesaggi emozionali dell’assenza, dell’amore perduto e del tormento della memoria. L’autrice, Irma Nimbe, costruisce una poetica che si muove tra l’intensità della sofferenza personale e il desiderio di ritrovarsi, fondendo il fisico con il metafisico, il tangibile con l’intangibile.

L’assenza come tatuaggio:
La prima immagine che emerge leggendo la poesia è quella di un tatuaggio, un segno indelebile di assenza che non può essere cancellato, non solo dal punto di vista fisico, ma nel profondo dell’essere. L’autrice parla di un “volto dipinto con inchiostro indelebile”, un atto di immortalazione del dolore, che rimane visibile e non può essere annullato. L’assenza dell’amato si introduce come una presenza costante nella protagonista, che la porta “come un’ombra nelle tante lentiggini della mia schiena” o come “quella cicatrice che attraversa il mio ventre e mi divide in due”. Qui la poetessa ci invita a leggere l’assenza non come qualcosa di vuoto o inesistente, ma come qualcosa che occupa uno spazio, che si installa fisicamente nel corpo, alterando l’essere dall’interno.

Nostalgia e disagio del ricordo:
La nostalgia si presenta come un tema ricorrente nell’opera. L’autrice esplora come il ricordo di un amore perduto si trasformi in un’esperienza quasi tattile, dal “tono della tua voce” che rivive un “abbraccio che avvolge la traccia dell’addio”, all’immagine del “verbo coniugato in tempo senza futuro”. La nostalgia, che era associata a una piacevole sensazione del passato, qui diventa un’eco dell’irrecuperabile, dove le parole e i momenti si frammentano. I ricordi diventano “andati senza ritorno”, intrappolati in un tempo che non esiste più.

Frammentazione dell’amore e dell’essere:
Il poema espone immagini che riflettono la frammentazione dell’amore e, quindi, la frammentazione dell’essere. Nella relazione descritta dall’autrice, l’amore si presenta come “un puzzle con pezzi dislocati”, una “mezza verità”, un “universo di due che vuole avere vita”. Questo disordine di pezzi, queste parti dissociate, rappresentano come l’amore che una volta era completo è stato lacerato e disintegrato nei ricordi. L’amore è diventato qualcosa di incompleto, qualcosa di perduto, impossibile da recuperare intatto. La frammentazione si riflette anche nella protagonista, che vede “divisa in due, in mille, in pezzi di carne”, un’immagine che trasmette la dissoluzione dell’essere sotto il peso della separazione e dell’abbandono.

Il desiderio di incontro e la fantasia:
Nonostante la disperazione che pervade il poema, c’è anche un desiderio persistente, un desiderio di ritrovarsi che si esprime attraverso la fantasia. La poetessa immagina “un incontro quando ci sovrasta la vita”, un “messaggio che si muove tra le foglie”, una “finestra con vista sul paradiso”. Queste immagini, che rasentano il surreale e l’ onirico, suggeriscono che la speranza di una riconnessione con l’amato, anche se quasi impossibile, rimane una forza latente nella protagonista. L’idea di un “paradiso” al quale si accede attraverso la fantasia, di un “fiume” che scorre verso il ricongiungimento, evidenzia la dimensione del desiderio in questa esperienza d’amore frammentato.

La lotta con la realtà e l’abbandono:
La poetessa non rimane sola nei ricordi o nella fantasia, ma affronta la dura realtà dell’abbandono. Questo scontro si verifica in momenti quotidiani, come quando si lava il viso, nel tentativo di “togliere il tuo abbandono”. È un atto fisico di purificazione, uno sforzo per liberarsi del peso emotivo della perdita.
Tuttavia, la presenza dell’amato persiste: “Eccoti qui! abiti per sempre nel fondo dei miei occhi”. La visione di questo amore perduto non è solo mentale, ma corporale, perché si trova “tatuato nelle mie retine”, come un’impronta indelebile che non può essere rimossa. Il paradosso di questa lotta interiore è che, anche se l’autrice cerca di cancellare questo amore dalla sua vita, lui rimane lì, imprimendosi in essa in modo più profondo.

L’esistenza come una mappa incompleta:
Il poema culmina con la potente immagine della “mappa vuota senza segni di entrata o uscita”. Questa cartografia senza meta simboleggia lo stato emotivo della protagonista: una vita segnata dall’assenza, dalla mancanza di direzione, un’esistenza che, nonostante la sua continuità, non ha segni chiari di dove comincia o finisce. L’assenza dell’amore diventa uno spazio vuoto, ma anche un vuoto che sfida la protagonista a trovare la sua strada, anche se, come suggerito, quella strada non sarà mai chiara né facile.

Conclusione:
“Tatuaggio di assenza: l’eco di un amore frammentato” è una profonda esplorazione degli effetti dell’amore perduto sul corpo, sulla memoria e sull’immaginazione. Irma Nimbe utilizza un linguaggio carico di immagini visive e sensoriali per trasmettere l’intensità della sofferenza emotiva che comporta l’assenza, ma anche il desiderio persistente di ritrovarsi. La frammentazione dell’amore e la lotta con l’abbandono si presentano come esperienze che ostacolano il cammino verso la guarigione. La poesia non solo descrive il dolore, ma anche la fantasia di ciò che potrebbe essere stato, offrendo un ritratto di come l’amore, una volta perso, lascia un segno indelebile in chi lo ha vissuto.

Antica storia del caffè

**

Inizio primavera

La tua assenza mi pesa, è dipinta sul mio viso con inchiostro indelebile, la riconosco sulle mie guance, agli angoli delle mie labbra, nella luce dei miei occhi che vedono offuscati i tuoi, le mie lacrime si asciugano con l’aria fredda della stagione che annuncia una primavera anticipata.

Lo porto come un’ombra sulle tante lentiggini della mia schiena, come quella cicatrice che mi attraversa il ventre e mi divide in due, in mille, in pezzi di carne, solitudine inavvertita, cade sulle mie spalle, sorpresa inaspettata.

La memoria percepisce un accenno di nostalgia, il tono della tua voce ravviva quell’abbraccio che avvolgeva la traccia dell’addio che oggi è nostalgia, ricordi andati senza ritorno di un verbo coniugato nel tempo senza futuro.

Eravamo una confidenza, un segreto condiviso in silenzio, una lettera cancellata da un quaderno, una parola che non riesce a trovare le vocali, un puzzle con i pezzi dislocati, un movente, una mezza verità, un universo a due che vuole avere vita.

Solo quando riappari nella mia memoria mi rendo conto che esistiamo di nuovo, mi chiedo se c’è un’altra vita e se potrò trovarti lì?  ora prima piuttosto che dopo, nel “just in time” di una mano calibrata.

Immagino che tu faccia parte di una storia nella mia fantasia, di un incontro quando ci resta ancora vita, di un’attesa che attende nel vuoto, di un messaggio che oscilla tra le foglie, di una finestra con vista sul paradiso, di una fontana che diventa fiume, di un giorno che non sfugge alla notte, dell’oscurità che finirà per essere fosforescenza.

Mi rivedo in quel camminare insieme, di andature e poesia serrata, la casetta dai muri bianchi, la sedia rossa, le lumache e i baci che gli altri invidiano, saremo un ritorno, una rimonta, un orizzonte inaspettato con bagliori.

Ma prima ci sarà quell’andare e venire varcando da sola la soglia di casa mia, mi lavo la faccia nel tentativo di liberarmi dal tuo abbandono, mi passo l’asciugamano sul viso, mi asciugo la pelle, cancello il tuo ricordo, mi guardo allo specchio.

Non serve a niente, ecco qua!  Vivi per sempre nel profondo dei miei occhi, rimani tatuata sulle mie retine, sei la cartografia che indica la tua esistenza, una mappa vuota senza cartelli di entrata né di uscita.

Irma Nimbe

Città del Messico.



Tatuaje de Ausencia: El Eco de un Amor Fragmentado
Irma Nimbe – Mx City.

By : Kareem Abdullah – Iraq .

“Tatuaje de Ausencia: El Eco de un Amor Fragmentado” es una obra que explora los complejos paisajes emocionales de la ausencia, el amor perdido y el tormento de la memoria. La autora, IrmaNimbe, construye una poética que se mueve entre la intensidad del sufrimiento personal y el deseo de reencuentro, fusionando lo físico con lo metafísico, lo tangible con lo intangible.

La Ausencia como Tatuaje:
La primera imagen que surge al leer la poesía es la de un tatuaje, una marca indeleble de ausencia que no se puede borrar, no solo desde el punto de vista físico, sino en lo más profundo del ser. La autora habla de un “rostro pintado con tinta indeleble”, un acto de inmortalización del dolor, que permanece visible y que no se puede deshacer. La ausencia del ser amado se introduce como una presencia constante en la protagonista, que la lleva “como una sombra en las muchas pecas de mi espalda” o como “esa cicatriz que cruza mi vientre y me parte en dos”. Aquí, la poeta nos invita a leer la ausencia no como algo vacío o inexistente, sino como algo que ocupa un espacio, que se instala físicamente en el cuerpo, alterando el ser desde dentro.

La Nostalgia y la Incomodidad del Recuerdo:
La nostalgia se presenta como un tema recurrente en la obra. La autora explora cómo el recuerdo de un amor perdido se convierte en una experiencia casi táctil, desde el “tono de tu voz” que revive un “abrazo que envolvió la huella del adiós”, hasta la imagen del “verbo conjugado en tiempo sin futuro”. La nostalgia, que solía asociarse con una sensación placentera del pasado, aquí se convierte en un eco de lo irrecuperable, donde las palabras y los momentos se fragmentan. Los recuerdos se vuelven “idos sin retorno”, atrapados en un tiempo que ya no existe.

Fragmentación del Amor y del Ser:
El poema despliega imágenes que reflejan la fragmentación del amor y, por ende, la fragmentación del ser. En la relación que describe la autora, el amor se presenta como “un rompecabezas con piezas dislocadas”, una “verdad a medias”, un “universo de dos que quiere tener vida”. Este desorden de piezas, estas partes disociadas, representan cómo el amor que fue una vez completo se ha desgarrado y desintegrado en los recuerdos. El amor se ha convertido en algo incompleto, en algo perdido, imposible de recuperar intacto. La fragmentación también se refleja en la protagonista, que se ve “partida en dos, en mil, en pedazos de carne”, una imagen que transmite la disolución del ser bajo el peso de la separación y el abandono.

El Deseo de Reencuentro y la Fantasía:
A pesar de la desesperanza que impregna el poema, también hay un anhelo persistente, un deseo de reencuentro que se expresa a través de la fantasía. La poeta imagina “un encuentro cuando nos sobre vida”, un “mensaje que se mece entre las hojas”, una “ventana con vista al paraíso”. Estas imágenes, que rozan lo surreal y lo onírico, sugieren que la esperanza de una reconexión con el ser amado, aunque casi imposible, sigue siendo una fuerza latente en la protagonista. La idea de un “paraíso” al que se accede a través de la fantasía, de un “río” que fluye hacia el reencuentro, resalta la dimensión de deseo en esta experiencia de amor fragmentado.

La Lucha con la Realidad y el Abandono:
La poeta no se queda solo en los recuerdos ni en la fantasía, sino que enfrenta la dura realidad del abandono. Este enfrentamiento ocurre en momentos cotidianos, como cuando se lava la cara, en un intento de “sacar de encima tu abandono”. Es un acto físico de purificación, un esfuerzo por deshacerse del peso emocional de la pérdida. Sin embargo, la presencia del ser amado persiste: “¡aquí estás! habitas para siempre en el fondo de mis ojos”. La visión de este amor perdido no es solo mental, sino corporal, pues se encuentra “tatuado en mis retinas”, como una huella indeleble que no se puede eliminar. La paradoja de esta lucha interna es que, aunque la autora intente borrar este amor de su vida, él sigue allí, imprimiéndose en ella de una manera más profunda.

La Existencia como un Mapa Incompleto:
El poema culmina con la poderosa imagen del “mapa en blanco sin señales de entrada ni salida”. Esta cartografía sin rumbo simboliza el estado emocional de la protagonista: una vida marcada por la ausencia, por la falta de dirección, una existencia que, a pesar de su continuidad, no tiene señales claras de dónde empieza o termina. La ausencia del amor se convierte en un espacio vacío, pero también en un vacío que desafía a la protagonista a encontrar su camino, aunque, según se sugiere, ese camino nunca será claro ni fácil.

Conclusión:
“Tatuaje de Ausencia: El Eco de un Amor Fragmentado” es una exploración profunda de los efectos del amor perdido en el cuerpo, la memoria y la imaginación. IrmaNimbe utiliza un lenguaje cargado de imágenes visuales y sensoriales para transmitir la intensidad del sufrimiento emocional que conlleva la ausencia, pero también el deseo persistente de reencuentro. La fragmentación del amor y la lucha con el abandono se presentan como experiencias que se interponen en el camino hacia la sanación. La poesía no solo describe el dolor, sino también la fantasía de lo que pudo haber sido, ofreciendo un retrato de cómo el amor, una vez perdido, deja una marca indeleble en quien lo vivió.

Historia vieja de café
**
Primavera anticipada
Me pesa tu ausencia, la tengo pintada en mi rostro con tinta indeleble, la reconozco en mis mejillas, en la comisura de los labios, en la luz de mis ojos que borrosos ven los tuyos, mis lágrimas se secan con el aire frío de la temporada que anuncia una primavera anticipada.
La llevo cómo una sombra en las muchas pecas de mi espalda, cómo esa cicatriz que cruza mi vientre y me parte en dos, en mil, en pedazos de carne, soledad inadvertida,  cae  sobre mis  hombros, sorpresa inesperada.
El recuerdo  percibe  un dejo de nostalgia, el tono de tu voz revive ese abrazo que envolvió  la huella del adiós que hoy es  añoranza, recuerdos idos sin retorno de un verbo conjugado en tiempo sin futuro.
Fuimos una confidencia, un secreto compartido en el silencio, una letra borrada del cuaderno, una palabra que no encuentra sus vocales, un rompecabezas con piezas dislocadas, un motivo, una verdad a medias, un universo de dos que quiere tener vida.
Sólo cuando apareces de nuevo en mi memoria vuelvo a estar al tanto de que existimos, me pregunto ¿si hay otra vida y si allí  podré encontrarte? ahora más temprano que tarde, en el “just on time” de una manecilla calibrada.
Imagino que eres parte de una historia en mi fantasía, de un encuentro cuándo nos sobre vida, una espera que aguarda en el vacío, un mensaje que se mece entre las hojas, una ventana con vista al paraíso, una fuente que se vuelve río, un día que no escapa de la noche, la oscuridad que acabará por ser fosforescencia.
Me veo en ese caminar  juntos, de andares y poesía cercana, la casita de paredes blancas, la silla roja, caracoles y besos que los otros envidian, seremos un retorno, un regreso, un horizonte  inesperado con luces de bengala.
Pero antes habrá ese ir y venir cruzando sola el umbral de mi casa, me lavo la cara en un intento por sacar de encima tu abandono, paso la toalla por mi rostro, seco mi piel, enjugo tu recuerdo, me miro al espejo.
Es inútil, ¡aquí estás! habitas para siempre en el fondo de mis ojos, sigues tatuado en mis retinas, eres la cartografía que señala tu existencia, un mapa en blanco sin señales de entrada ni salida.
Irma Nimbe
Mx City .

Analisi critica letteraria di Kareem Abdullah della poesia (Steps Dotted with Bruises of Hunger) di Salwa Ali – Kurdistan iracheno.

Foto cortesia di Salwa Ali – Kurdistan e Kareem Abdullah -Iraq




قراءة نقدية أسلوبية في قصيدة (خطوات منمشة بكدمات الجوع) لسلوى علي – كردستان العراق .
بقلم : كريم عبدالله – العراق .

الأسلوب والصورة الشعرية:
القصيدة تتميز بأسلوب سردي تأملي مليء بالصور الشعرية المركبة والمعقدة، حيث تتحول اللغة إلى وسيلة للتعبير عن التوتر الداخلي والافتقار العاطفي. تعبيرات مثل (كدمات الجوع) و(أغصان معطوبة) تعكس حالة من الألم والفقدان، وتوحي بالصراع بين الذات والعالم المحيط بها. هناك أيضًا تداخل بين الصور الطبيعية مثل (غيمة كثيفة قرنفلية) وأحاسيس داخلية عميقة، مما يخلق تناغمًا بين الطبيعة والمشاعر الشخصية.
الرمزية والتشبيه:
الرمزية في القصيدة حاضرة بقوة، مثل (أغصان معطوبة) و(شبح البعد المزركش بالألتياع)، حيث يتم تصوير الألم والبعد عن الأمل من خلال صور محورية مستوحاة من الطبيعة. استخدام (كصخرة بريرية) و(جسدي المحنط) يعكس حالة الجمود والتصلب الداخلي الذي يعاني منه الشاعر، وهو ما يُغذي شعور الانكسار النفسي. كما أن صور الموت والتجاعيد والغربة تضع القارئ في مواجهة مع الحزن الدائم والاشتياق المستمر.
التكرار والدلالات العاطفية:
التكرار في العبارات مثل (أترى أناقة القصيدة؟) و(وحشتي) يعزز من حالة الصراع الداخلي والشعور بالضياع. هذا التكرار يوحي بالتمزق العاطفي والبحث المستمر عن الهوية أو الوضوح في خضم الانفصال عن الذات أو العالم. كما أن تكرار الكلمات المرتبطة بالفراغ مثل (الطيف البعيد) و(الغياب) يعكس الهجر الداخلي والمعاناة الوجودية.
اللغة والمفردات:
اللغة في القصيدة تفيض بالتشابيه المعقدة مثل (سيرها أسراب عصافيري) و(حكاياتي المبللة)، مما يخلق تدفقًا شعريًا مكثفًا ويعكس الأبعاد العاطفية المرهقة والمزدوجة. المفردات مثل (وحشتي) و(الضجر) و(الغرام) تميز النص بتوتره العاطفي، بينما تشير مفردات مثل (الجوى) و(المزركش) إلى التداخل بين الجمال والحزن، وتساهم في بناء مناخ شعري مليء بالحيرة والانتظار.
البنية والإيقاع:
القصيدة لا تتبع بنية تقليدية، بل تشكل سيلًا من الأفكار والمشاعر المتدفقة بشكل متسارع وغير مرتب. هذا الإيقاع المتسارع يعكس تشتت الأفكار والشعور المستمر بالضياع والحيرة. الفقرات غير المتوازنة والجمل الطويلة تمنح النص إيقاعًا متقطعًا، حيث تبرز الانفعالات والمشاعر بطريقة غير متسقة، تعبيرًا عن حالة نفسية مشوشة.
الخلاصة:
قصيدة (خطوات منمشة بكدمات الجوع) لسلوى علي تُعبّر عن تجربة شعرية مكثفة، حيث تلتقي الصور الطبيعية بالداخل العاطفي بطريقة تكشف عن الألم المستمر والبحث عن الذات. اللغة الغنية بالصور المركبة والتكرار المدروس يُكسب القصيدة طابعًا تجريبيًا، ويُعزز من الإحساس بالتيه والضياع. النص يمزج بين الأمل والخيبة، وبين الجمال والعذاب، ليُعبر عن معاناة الذات في عالم غير مستقر.
القصيدة :
خطوات منمشة بكدمات الجوع
يا وحشتي المحدقة، لامتداد عقيق أسارير الأحلام يكتنز خيال كأبتي عطره المتجرجر بين همهمات الشهوات الخجولة ومواقد الخطوات المنمشة بكدمات الجوع .
اريج براعم الدفء تطيب تلك الأغصان المعطوبة في تقاويم جسدي المحنط كصخرة بربرية منذ سنين في أعماق ابتسامة التجاعيد الغامضة بين صخب وقع خطا بدواخل غيمة كثيفة قرنفلية التيجان وعطرها الغائم فوق شبح البعد المزركش بالألتياع.
أترى أناقة القصيدة..؟ مهدورة الرجفة، يهجعها الليل المبلل بشوق رجيم ، كقطوف تدلت بين بابه المغلق وشواطئ القانية المهدورة دمائها بين عقارب الضجر  الموشومة بسمرة النخيل ، بقامته ،بسياط لهفته الثملى ، وصوره المتناثرة انتصبت في مدائن بكائي الملحي و دهاليز محيطاتي المصلوبة بين الفواصل والنقاط ، وصدى عباراته الممسوقة كصعلوك ليل يثقب أحلامي النحيلة بدفعة واحدة ، لأفتح خزائن ذاكرتي بحبور وشهقات الغرام .
أراها تستشهد فوق لحافي المزركش باكتواء الجوى ، تنزلق منها رياح عاتية ، تدغدغ سيرها اسراب عصافيري و حكاياتي المبللة واغانيها الراعفة بحدود الحب، كلما هيأت خربشاتي الجائعة فوق حيزي لوحة تداعب الشمس في صومعة الأمنيات ، حين تلاطم أمواج الروح المرهقة ، وعطشي المتطاير توخز دفاتري بحجم رعشته .
واااااا ويلتاه لازلت لا أجد سبيلا  ، أشرع بها وحشتي التي تئن وجعا من رائحة طيف بعيد لأرخبيلات الحلم المحتقنة بخيالات الزبد الطافي حين تجرجرني الفكرة.
………………….
سلوى علي/السليمانية – العراق.

Una lettura stilistica critica della poesia (Steps Dotted with Bruises of Hunger) di Salwa Ali – Kurdistan iracheno.
Scritto da: Karim Abdullah – Iraq.

Stile e immagini poetiche:
La poesia è caratterizzata da uno stile narrativo contemplativo, ricco di immagini poetiche complesse e intricate, in cui il linguaggio diventa un mezzo per esprimere la tensione interiore e la mancanza emotiva.  Espressioni come “lividi della fame” e “rami spezzati” riflettono uno stato di dolore e perdita e suggeriscono un conflitto tra il sé e il mondo che lo circonda.  C’è anche una sovrapposizione tra immagini naturali (come una densa nuvola di garofani) e sentimenti interiori profondi, creando un’armonia tra natura e sentimenti personali.
Simbolismo e similitudine:
Il simbolismo è fortemente presente nella poesia, come in (rami spezzati) e (il fantasma della distanza ricamato di angoscia), dove il dolore e la distanza dalla speranza sono raffigurati attraverso immagini fondamentali ispirate alla natura.  L’uso di (come una roccia della prateria) e (il mio corpo mummificato) riflette lo stato di stagnazione e rigidità interna di cui soffre il poeta, che alimenta la sensazione di crollo psicologico.  Anche le immagini di morte, rughe e alienazione suscitano nel lettore una tristezza e un desiderio costanti.
Ripetizione e connotazioni emotive:
La ripetizione di frasi come “Vedi l’eleganza della poesia?” e “Sono solo” rafforza lo stato di conflitto interiore e il sentimento di perdita.  Questa ripetizione suggerisce una rottura emotiva e una ricerca costante di identità o chiarezza nel mezzo della separazione da sé stessi o dal mondo.  La ripetizione di parole associate al vuoto, come “spettro lontano” e “assenza”, riflette anche l’abbandono interiore e la sofferenza esistenziale.
Lingua e vocabolario:
Il linguaggio della poesia è ricco di similitudini complesse, come (camminano i miei stormi di passeri) e (i miei racconti bagnati), che creano un intenso flusso poetico e riflettono la dimensione stressante e doppiamente emotiva.  Parole come (mi manchi), (noia) e (amore) caratterizzano il testo con la sua tensione emotiva, mentre parole come (gioia) e (abbellito) indicano la sovrapposizione tra bellezza e tristezza e contribuiscono a costruire un’atmosfera poetica carica di confusione e attesa.
Struttura e ritmo:
La poesia non segue una struttura tradizionale, ma piuttosto forma un torrente di pensieri e sentimenti che scorrono in modo rapido e disorganizzato.  Questo ritmo accelerato riflette la dispersione dei pensieri e la costante sensazione di perdita e confusione.  Paragrafi sbilanciati e frasi lunghe conferiscono al testo un ritmo discontinuo, con emozioni e sentimenti che emergono in modo incoerente, esprimendo uno stato psicologico confuso.
Conclusione:
La poesia (Steps Dotted with Bruises of Hunger) di Salwa Ali esprime un’intensa esperienza poetica, in cui le immagini naturali incontrano l’interiorità emotiva in un modo che rivela il dolore continuo e la ricerca di sé.  Il linguaggio, ricco di immagini complesse e di ripetizioni deliberate, conferisce alla poesia un carattere sperimentale e accentua il senso di confusione e perdita.  Il testo mescola speranza e delusione, bellezza e sofferenza, per esprimere la sofferenza del sé in un mondo instabile.

La poesia:



Passi punteggiati di lividi di fame
Oh, mia bestia che mi fissa, la distesa dei lineamenti d’agata dei sogni, l’immaginazione della mia depressione, la sua fragranza che fluttua tra i mormorii dei desideri timidi e le stufe dei passi punteggiati dai lividi della fame.
Il profumo dei germogli caldi profuma quei rami rovinati nei calendari del mio corpo mummificato come una roccia barbarica per anni nelle profondità del sorriso delle rughe misteriose tra il rumore di un errore nell’interno di una densa nuvola con corone di garofani e la sua fragranza torbida sopra lo spettro della distanza adorna di angoscia.
Vedete l’eleganza della poesia?  Sprecata tremando, la notte umida dorme con un desiderio maledetto, come frutti appesi tra la sua porta chiusa e le rive della Qania sperperata di sangue tra gli scorpioni della noia tatuati con l’abbronzatura delle palme, con la sua statura, con le fruste del suo desiderio ubriaco, e le sue immagini sparse erette nelle città del mio pianto salato e nei corridoi dei miei oceani crocifissi tra le virgole e i punti, e l’eco delle sue frasi spinto come un vagabondo notturno che trafigge i miei sogni sottili con una spinta, così che apra le casseforti della mia memoria con gioia e sussulti d’amore.
La vedo soccombere al calore dell’atmosfera sopra la mia trapunta ricamata, venti violenti scivolano via da lei, il suo percorso solletica i miei stormi di uccelli e le mie storie umide e i suoi canti che trasudano i confini dell’amore, ogni volta che i miei scarabocchi affamati preparano un dipinto sopra il mio spazio che accarezza il sole nel monastero dei desideri, quando le onde dell’anima esausta si scontrano e la mia sete volatile punge i miei quaderni con la grandezza del suo tremore.
Ahimè, non riesco ancora a trovare un modo per imbarcarmi nella mia solitudine, che geme di dolore per l’odore di uno spettro lontano di arcipelaghi da sogno congestionati dalle fantasie di schiuma galleggiante quando l’idea mi trascina con sé.
………………….
Salwa Ali/Sulaymaniyah – Iraq.

Jahongir Mirzo presenta il poeta Namig Dalidagli

Foto cortesia di Namig Dalidagli

Namig Dalidagli è nato il 29 settembre 1970 in Azerbaigian in una famiglia di educatori.
È giornalista e filologo di professione.
Le poesie e gli articoli di Namig Dalidagli sono stati pubblicati sulla stampa fin dai suoi anni di scuola. Lavora attivamente nei mass media dal 1993.
Dalidagli è impegnato nella creazione letteraria fin dalla giovinezza. Molte delle sue poesie sono state pubblicate in raccolte letterarie sia nel suo paese d’origine che all’estero.
È autore e coautore di quattro libri di poesie e cinque opere scientifiche. Molte delle sue poesie sono state adattate in canzoni.
Dalidagli è membro dell’Unione degli scrittori dell’Azerbaigian e dell’Unione dei giornalisti dell’Azerbaigian. Ha ricevuto la borsa di studio presidenziale, il premio “Penna d’oro” e altri riconoscimenti letterari e mediatici, tra cui il premio “Ahmad Yasevi” dal Kazakistan e la medaglia “Chingiz Aytmatov – Penna d’oro” dalla Repubblica del Kirghizistan.  Namig Dalidagli è attualmente il fondatore dei siti web informativi “Manevr.az”, “Dalidag.az” e “Sumqayitfakt.az”, nonché il presidente dell’associazione letteraria “Dalidag”.

…IRREGOLAZIONE DELLE PERDITE IN CITTÀ E NEL VILLAGGIO

Mia cara rosa,
È più facile perdersi in città senza di te.  Ma qui…
Qui è più terribile,
così estenuante…
Tra i sentieri di montagna,
E i diversi fiori in esso,
l’uomo può morire di mancanza…
Qui l’erba,
Persino le api e le farfalle,
Sia le violette,
O gli insetti
-Tutte le cose si uniranno a te quando mancherai…
Mia cara rosa…
È più facile mancare
nelle strade della città…
Come i cani che sprecano,
Le bottiglie di Coca-Cola vuote
che si trascinano agli angoli,
Gli abeti che vedono nelle quattro stagioni,
sullo stesso vestito
durante l’anno…
La mancanza è viva qui…
Come fiori, farfalle,
Insetti e api…
In qualche modo…
Riesci a immaginare ora,
Come mi manca?…
***

…REPORTAGE DALLA CAMERA D’ALBERGO…

Sei così lontana…
Sei lontana…
C’è solo una lunga strada
che indossa i miei pensieri,
le mie immaginazioni
in ogni singolo giorno. 
Temo, tesoro mio,
Non abbiamo alcuna promessa
per un nuovo appuntamento,
Quei “momenti magici”
come hai detto.
Come posso trovare una chiave
per aprire il cancello delle speranze?
Vedo solo i sogni,
Sul colore della separazione.
E tutti i ricordi
Agli angoli di quella dodicesima stanza,
Portano un frutto nel nome della separazione.
Lo sai?
Ho graffiato le foto delle mie speranze,
Sulle pareti di questo hotel
dopo di te..
Perché le foto non muoiono mai…
Puoi tornare per favore?
Puoi tornare ora,
Non solo per me,
Ma anche per quelle foto?

Nome DALIDAGLI




Namig Dalidagli was born on September 29, 1970, in Azerbaijan into a family of educators.
He is a journalist and philologist by profession.
Namig Dalidagli’s poems and articles were published in the press as early as his school years. He has been actively working in the mass media since 1993.
Dalidagli has been engaged in literary creation since his youth. Many of his poems have been published in literary collections both in his home country and abroad.
He is the author and co-author of four poetry books and five scientific works. Several of his poems have been adapted into songs.
Dalidagli is a member of the Azerbaijan Writers’ Union and the Azerbaijan Journalists’ Union. He has been awarded the Presidential Scholarship, the “Golden Pen” award, and other literary and media honors, including the “Ahmad Yasevi” award from Kazakhstan and the “Chingiz Aytmatov – Golden Pen” medal from the Kyrgyz Republic.
Namig Dalidagli is currently the founder of the information websites “Manevr.az,” “Dalidag.az,” and “Sumqayitfakt.az,” as well as the chairman of the “Dalidag” literary association.

…IRREGULAITY OF THE MISSING IN THE CITY AND VILLAGE

My dear rose,
It’s easier to miss in the city without you.
But here…
Here is more terrible,
so gruelling…
Among the mountain trails,
And the different flowers in it,
the man can die of the missing…
Here the grass,
Even the bees and butterflies,
Either the violets,
Or the insects
-All the things are going to join you when you miss…
My dear rose…
It’s easier to miss
in the streets of the city…
Like the waster dogs,
The free coke bottles,
trailing on the corners,
The fir trees seing in the four seasons,
on the same dress
along the year…
Missing is alive here…
Like flowers, butterflies,
Insects and bees…
Somehow…
Can you imagine now,
How i miss?…
***

…REPORTAGE FROM THE HOTEL ROOM…

You are so far…
You are far away…
There is only a long way
wearing my thoughts,
imaginations
in every single day.
I’m afraid, my darling,
We’ve no promise
for a new date,
Those “magical moments”
as you said.
How can I find a key
to open the gate of hopes?
I only see the dreams,
On the colour of parting.
And all the memories
On the corners of that 12th room,
Bear a fruit in the name of parting.
You know?
I scrached the pictures of my hopes,
On the walls of this hotel
after you..
‘Cuz the pictures never die…
Can you come back please?
Can you come back now,
Not only for me,
But also for those pictures?

Namıg DALIDAGLI

Il critico letterario Kareem Abdullah scrive un’ analisi critica alla poesia di Sabrina Morelli

Foto cortesia di Sabrina Morelli e Kareem Abdullah

“Oltre il Silenzio: Sinfonia di Memorie e Desideri”
La poesia “SOLO SILENZIO” di Sabrina Morelli si dipana come un viaggio emotivo profondo, in cui la tensione tra il silenzio e la presenza evocativa della persona amata diventa il motore di una riflessione intima e dolorosa. Il titolo stesso, Solo Silenzio, si configura come una sorta di ossimoro, un contrasto tra l’assenza (silenzio) e l’intensa evocazione dei ricordi, dei desideri e del dolore, che riempiono lo spazio vuoto lasciato dalla mancanza.

Il testo si apre con un’immagine potente: il silenzio non è solo un’assenza di suoni, ma diventa un abbraccio in cui si inseriscono le parole della poetessa. In questo “abbraccio delle parole”, il silenzio non è sinonimo di vuoto, ma diventa lo spazio in cui si formano pensieri laconici e vaganti, un movimento di emozioni che si smarriscono in un orizzonte lontano, il quale è però costantemente attraversato dalla sussurrazione della vita e dal richiamo della persona amata.

Il richiamo ai “latenti ricordi di un tempo” introduce una riflessione sul passato che non solo “reclama” passioni perdute ma anche “turbamenti”. Il linguaggio qui si fa volutamente complesso e oscuro, con l’immagine del verbo che non può più essere coniugato, come se l’autrice fosse intrappolata in un’epoca che non può più esprimere in modo completo e soddisfacente. Questo momento di stasi linguistica e affettiva rappresenta un lutto, un distacco dall’armonia verbale che accompagnava il passato.

L’amore, descritto come smarrito e come un miraggio, appare come un sogno irraggiungibile, un elemento che non può essere posseduto nella sua forma originale. Il “dirupo di un dolore” simboleggia la frattura profonda che il distacco ha lasciato nella persona, il senso di vuoto che è accompagnato da una continua e insistente ricerca, ma anche dalla consapevolezza che non esiste ritorno.

Nel passaggio successivo, la poetessa esprime un desiderio che è al tempo stesso una resa e una speranza: il desiderio di “stringere” in un ultimo tramonto che si allontana, che rappresenta la fine di un’era emotiva. Il pensiero che la accarezza tra “fugaci e indolenti rime” suggerisce un’inevitabile transitorietà, ma anche un’accettazione di questa transizione.

La conclusione della poesia risuona con forza emotiva: il silenzio si arricchisce della “essenza” della persona amata che si materializza nel “taciturno sospiro” lasciato nel petto. Non è più un semplice silenzio vuoto, ma un silenzio pieno, carico di significato. L’urlo che “irromperà nell’universo” suggerisce che il dolore e il desiderio non possono essere contenuti per sempre: la sinfonia che suona tra le note della “immortale presenza” della persona amata rivela un paradosso bellissimo. Nonostante l’assenza fisica, la presenza spirituale e mentale persiste, viva nella memoria e nei sensi.

In sintesi, “SOLO SILENZIO” è una poesia che esplora la tensione tra il silenzio del distacco e la presenza duratura di un amore perduto. La sua bellezza risiede nella sua capacità di trasformare il dolore in una sinfonia di pensieri, emozioni e ricordi, in cui ogni parola è un’eco di ciò che è stato e non può più tornare. La poetessa, attraverso l’uso di immagini potenti e di un linguaggio evocativo, dipinge un ritratto dell’amore e del suo smarrimento come un’esperienza che, pur se intrisa di solitudine e silenzio, continua a risuonare nei battiti dell’anima.

SOLO SILENZIO

Non vi sarà solo silenzio tra l’abbraccio delle mie parole, vagherò in un ondeggiare laconico di pensieri aversi, dispersi in un orizzonte in cui la vita mi sussurra di te.

Convocherò latenti ricordi di un tempo che reclama ogni passione, ogni turbamento di quel verso attonito nel paradigma di un verbo che non riesco più a coniugare.

Adombrata in un miraggio di quell’amore smarrito,vago nella foschia di una strada cosparsa da pensieri avvinti nel dirupo di un dolore.

Reciterò il desiderio di stringere,
in un ultimo tramonto che si allontana, il mio incolmabile pensiero che mi accarezza tra fugaci e indolenti rime.

Non ci sarà solo silenzio, ove, la tua essenza si evince in quel taciturno sospiro che mi hai lasciato nel petto; un urlo irromperà nell’universo in un perfetto accordo di una sinfonia che suonerà tra le note della tua immortale presenza.

Sabrina Morelli Copyright Diritti Riservati

Zebiniso Meiliyeva presenta Shokhijahon Urunov

Foto cortesia di Shokhijahon Urunov

CERIMONIA DELLA CIRCONCISIONE DI BUKHARA: TRADIZIONI E USANZE

La cerimonia della circoncisione (Sunnat to‘yi) è una delle antiche tradizioni del popolo uzbeko, celebrata in particolar modo con usanze uniche nella regione di Bukhara. Questa cerimonia non è solo un dovere religioso, ma funge anche da importante strumento educativo, preparando i ragazzi alla virilità, instillando responsabilità e aiutandoli a comprendere il loro ruolo nella società.
A Bukhara, la cerimonia della circoncisione si tiene solitamente quando i ragazzi raggiungono i 3, 5, 7 o 9 anni, poiché queste età sono considerate sacre nelle credenze islamiche. I preparativi per la cerimonia iniziano con largo anticipo: i genitori scelgono il luogo, invitano gli ospiti e preparano regali speciali. Un giorno prima dell’evento, gli anziani della comunità e l’imam della moschea recitano versetti del Corano e offrono preghiere.
Bukhara ha diverse usanze uniche associate alla cerimonia della circoncisione. Una di queste tradizioni è chiamata “Do‘ppi Supurdi” (che letteralmente significa “spazzare con una calotta cranica”).  Se nasce un bambino maschio e i suoi genitori desiderano organizzare il suo futuro fidanzamento con una ragazza specifica, la madre del bambino spazza la porta di casa della ragazza usando la sua calotta cranica. Questo atto simboleggia che la ragazza è ora “riservata” per lui come futura sposa.
Un’altra usanza tradizionale nel giorno della circoncisione è “Bola Berkitdi” o “Bola Olib Qochdi”, che significa “nascondere il bambino” o “rapire il bambino” come scherzo. I parenti stretti portano il bambino a casa di un membro della famiglia e lo “nascondono” prima della circoncisione. Gli organizzatori della cerimonia devono presentare dei regali prima che il bambino venga “trovato” e restituito. Inoltre, esiste una tradizione chiamata “Kovush Bekitdi”, in cui le scarpe del circoncisore (il medico o l’esperto che esegue la circoncisione) vengono nascoste e restituite solo in cambio di una piccola ricompensa.
Il giorno della circoncisione, si svolge la cerimonia principale. Il bambino indossa abiti speciali per le feste e riceve regali dai suoi genitori e parenti, che spesso includono dolci e denaro.  L’evento inizia con la recita del Corano, seguita da preghiere e auguri per il bambino.
Una grande festa è una parte essenziale della celebrazione. Agli ospiti vengono serviti piatti tradizionali uzbeki, in particolare palov (pilaf). In alcuni casi, musica e balli continuano per tutto l’evento, creando un’atmosfera gioiosa e festosa.
A Bukhara, la cerimonia della circoncisione non è solo un rituale religioso, ma anche una tradizione che rafforza l’unità sociale. Attraverso questa cerimonia, si celebra un’importante pietra miliare nella vita di un bambino, mentre vengono rafforzati valori come la compassione, il rispetto reciproco e la solidarietà all’interno della comunità. Oggi, questa tradizione continua a essere onorata con grande rispetto, fungendo da collegamento tra le generazioni e preservando il patrimonio culturale tramandato dagli antenati.

Shokhijahon Urunov
Studente del 4° anno, Bukhara State Pedagogical Institute

BUKHARA’S CIRCUMCISION CEREMONY: TRADITIONS AND CUSTOMS

The circumcision ceremony (Sunnat to‘yi) is one of the ancient traditions of the Uzbek people, particularly celebrated with unique customs in the Bukhara region. This ceremony is not only a religious duty but also serves as an important educational tool, preparing boys for manhood, instilling responsibility, and helping them understand their role in society.
In Bukhara, the circumcision ceremony is usually held when boys reach the ages of 3, 5, 7, or 9, as these ages are considered sacred in Islamic beliefs. Preparations for the ceremony start well in advance: parents choose the venue, invite guests, and prepare special gifts. A day before the event, elders of the community and the mosque imam recite verses from the Quran and offer prayers.
Bukhara has several unique customs associated with the circumcision ceremony. One such tradition is called “Do‘ppi Supurdi” (literally meaning “sweeping with a skullcap”). If a baby boy is born, and his parents wish to arrange his future engagement to a specific girl, the boy’s mother sweeps the doorstep of the girl’s house using his skullcap. This act symbolizes that the girl is now “reserved” for him as a future bride.
Another traditional custom on the day of the circumcision is “Bola Berkitdi” or “Bola Olib Qochdi”, which means “hiding the boy” or “kidnapping the boy” as a joke. Close relatives take the boy to a family member’s home and “hide” him before the circumcision. The ceremony hosts must present gifts before the boy is “found” and returned. Additionally, there is a tradition called “Kovush Bekitdi”, where the circumciser’s (the doctor or expert performing the circumcision) shoes are hidden and only returned in exchange for a small reward.
On the day of the circumcision, the main ceremony takes place. The boy wears special festive attire and receives gifts from his parents and relatives, which often include sweets and money. The event begins with the recitation of the Quran, followed by prayers and best wishes for the child.
A grand feast is an essential part of the celebration. Guests are served traditional Uzbek dishes, especially palov (pilaf). In some cases, music and dancing continue throughout the event, creating a joyful and festive atmosphere.
In Bukhara, the circumcision ceremony is not only a religious ritual but also a tradition that strengthens social unity. Through this ceremony, an important milestone in a boy’s life is celebrated, while values such as compassion, mutual respect, and solidarity within the community are reinforced. Today, this tradition continues to be honored with great respect, serving as a link between generations and preserving the cultural heritage passed down by ancestors.

Shokhijahon Urunov
4th-year student, Bukhara State Pedagogical Institute

Testo di Ester Abreu Vieira de Oliveira riportato da A Gazeta, scritto da Francisco Aurelio Ribeiro

Foto cortesia di Ester Abreu Vieira de Oliveira

   Di seguito riporto il testo tratto da A Gazeta, scritto da Francisco Aurelio Ribeiro, che mi ha fatto grande onore.
Ester Abreu

                                                                                           Ester Abreu e l’opera letteraria di Anchieta
   Credo che non c’è nessuno nello Spirito Santo che ha studiato più l’opera letteraria di padre José de Anchieta (1534-1597) come il maestro emerito di Ufes Ester Abreu, presidente dell’Accademia Espírito-santense de Letras, come può essere visto dalla pubblicazione del libro São José de Anchieta. Apostolo del Brasile: poeta e drammaturgo, pubblicato a San Paolo, nel 2024. Composto di introduzione, un capitolo su Anchieta e un altro sul tetro di Anchieta, comprende allegati in cui l’autore confronta le epopee La Araucana e Uraguai, per riaffermare lo spirito pionieristico del poema epico Sobre as guerras de Mem de Sá, scritto in latino da Anchieta, è stato pubblicato nel 1563, a Coimbra, in Portogallo, dal figlio di Mem de Sá, al culmine degli eventi descritti in Brasile, opera precedente alle sue ben note Poesie alla Vergine e il suo teatro catechetico. È l’opera meno conosciuta di Anchieta, per essere stata scritta in latino, e per essere un tipico poema laudativo, comune tra gli intellettuali che desideravano le grazie dei governanti, ma di straordinario valore storico-documentario, soprattutto come un documento fedele della distruzione dei popoli originari e la violenza dei portoghesi per raggiungere i loro obiettivi, il dominio delle terre conquistate dalla spada e la fede.
   De Gestis Mendi de Saa, “Sulle guerre di Mem de Sá,” analizzato da Ester Abreu, è il primo poema epico scritto in Brasile, e precede più di duecento anni per Uraguai, da Basílio da Gama.
Ha 3.059 versi, che è considerato piccolo, per un poema epico del tempo, lo stesso in cui è stato scritto il famoso Lusíadas, da Camões, pubblicato nel 1572. Il poema di Anchieta non ha la grandezza dell’epico di Camões, con più di 8.000 versi e dieci canzoni, composte in ottave decassiliche, avendo come eroe Vasco da Gama, il più grande navigatore portoghese. Quello di Anchieta ha come protagonista Mem de Sá (1504-1572), il terzo governatore generale del Brasile, che governò il nostro paese dal 1558 al 1572, succedendo a D. Duarte da Costa (1553-1558), con cui venne Anchieta. Quindi, Anchieta ha partecipato attivamente alla lotta per la sottomissione degli indigeni rivoltosi contro i portoghesi, occupanti delle loro terre. Lo scopo principale di Mem de Sá era quello di pacificare la colonia, sottomettendo i popoli originari al giogo portoghese e, per questo, ha fatto affidamento sul lavoro instancabile dei gesuiti, inizialmente guidato da Manoel da Nóbrega, convertire gli indigeni al cattolicesimo e sottomettersi alle leggi dello Stato portoghese e della Chiesa cattolica. Il poema di Anchieta ritrae fedelmente il genocidio portoghese contro i nativi brasiliani e, forse per questo motivo, è il meno pubblicizzato del lavoro di Anchieta. Nella sua nomina, Mem de Sá aveva ampi poteri per sottomettere i ‘pagani rivoltati’, cosa che non avvenne nei due governi precedenti, ma pagò un alto prezzo per questo, perdendo suo figlio, Ferno de Sá, nella battaglia del Criciaré, nel nord della capixaba, nel 1558, e suo nipote Estacio de Sá, nella fondazione di Rio de Janeiro, nel 1565. Entrambi sono morti piegati dalla resistenza indigena alla dominazione lusitana. Nei suoi quattordici anni di governo, Mem de Sá riuscì a concentrare gli indigeni nelle missioni, i villaggi, che causarono loro una grande morte per le epidemie portate dagli invasori. Più che le spade portoghesi, erano i virus europei i più grandi distruttori dei popoli originari.
José de Anchieta è venuto in Brasile in giovane età, nel 1553, come novizio della Compagnia di Gesù fondata da Inácio de Loiola, suo parente. Soffriva di tubercolosi ossea, che gli causava una grave scoliosi. In vita, ha pubblicato “De Gestis Mendi de Saa”, in latino, nel 1563, e una “Grammatica della lingua più parlata sulla costa del Brasile” nel 1595, poco prima della sua morte, in Espírito Santo. Anchieta è stato il primo studioso della lingua tupi, la più parlata sulla costa del Brasile, diventando un insegnante di questa lingua per i fratelli che sono venuti a catechizzare le popolazioni indigene. Per questi, c’erano solo due opzioni: convertire o morire. Come la storia è scritta dai vincitori, Anchieta è oggi considerato un eroe nazionale e il suo nome è iscritto nel Libro d’acciaio del Pantheon Nazionale dal 2010. Papa Francesco lo ha canonizzato nel 2014 dopo un processo di 417 anni. Il suo corpo è stato sepolto nel Palazzo Anchieta, a Vitória, ma nulla esiste nella sua tomba, perché le sue ossa sono sparse ovunque, come famosa cronaca di Rubem Braga, “Os de Anchieta”,
    Il poema epico “Sulle guerre di Mem de Sá” non è un’opera di devozione, né di zelo apostolico, come le sue poesie dedicate alla Madonna e al suo teatro evangelico. È un’opera letteraria, di genere epico-storico. Diviso in quattro parti, il libro I si apre con un’invocazione a Cristo Re, racconta la presa dei portoghesi da parte degli “indiani crudeli”, l’arrivo di Mem de Sá, il suo ritratto fisico e morale, e la battaglia del Cricaré, nella Captainceria dello Spirito Santo, con la lotta vicino al fiume, dove Fernão de Sá muore, il figlio del governatore, dopo feroce lotta. Seppellito l’eroe, i combattenti tornano sul campo di battaglia, sconfiggono il nemico e lasciano la Capitaneria dello Spirito “in pace”, ritornando a Bahia. Così come il Libro I glorifica le gesta del figlio Fernão de Sá, il Libro II esalta il padre per sottomettere i ribelli indigeni di Bahia, guidati dal capo Cururupeba, “Flat Frog”, arrestato e punito dagli invasori. Vengono fondati i primi quattro villaggi e viene descritta la rivolta degli indigeni di Ilhéus. Dopo una lotta feroce, gli indigeni sono sconfitti e gli ultimi versi esaltano le gioie del trionfo portoghese. Libro III narra la guerra di Paraguaçu, con la distruzione di 160 villaggi, circa un migliaio di case, desolazione regnante e morte. Il residuo si arrende, chiedendo la conversione per sopravvivere. Si verifica la morte del primo vescovo del Brasile, D. Pedro Fernandes Sardinha, mangiato dai Caetés e la vendetta di Mem de Sá è rinviata, perché Mem de Sá deve partire per Rio de Janeiro, per combattere contro i francesi e i Tamoios, loro alleati. Questi sono sconfitti con la conquista dell’isola di Villegaignon, il forte viene distrutto e incendiato, e il poema si conclude con un inno d’amore a Cristo, re dell’universo e delle anime, portoghese per certo. È un peccato che questa poesia non sia più conosciuta e i suoi frammenti non compaiano nei libri scolastici, accanto alla viziata “Una santa Inês”, così che gli studenti brasiliani sappiano come fu veramente la conquista dei territori dei popoli nativi portoghesi del Brasile.
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Segue o texto de A Gazeta escrito por Francisco Aurelio Ribeiro  que muito me honrou.
Ab



                                                                                    Ester Abreu e a obra literária de Anchieta
   Acredito que não haja ninguém, no Espírito Santo, que tenha estudado mais a obra literária do Padre José de Anchieta (1534-1597) do que a professora emérita da Ufes Ester Abreu, Presidente da Academia Espírito-santense de Letras, como se pode comprovar pela publicação do livro São José de Anchieta. Apóstolo do Brasil: poeta e dramaturgo, publicado em São Paulo, em 2024. Composto de Introdução, um capítulo sobre Anchieta e outro sobre o tetro de Anchieta, inclui anexos em que a autora compara as épicas La Araucana e Uraguai, para reafirmar o pioneirismo do poema épico Sobre as guerras de Mem de Sá, escrito em latim, por Anchieta, e publicado em 1563, em Coimbra, Portugal, pelo filho de Mem de Sá, no auge dos acontecimentos descritos no Brasil, obra anterior a seus conhecidos Poemas à Virgem e ao seu teatro catequético. É a obra menos conhecida de Anchieta, por ter sido escrita em latim, e por ser um típico poema laudatório, comum entre os intelectuais que almejavam as graças dos governantes, mas de extraordinário valor histórico-documental, sobretudo como documento fiel da destruição dos povos originários e da violência dos portugueses para conseguir seus objetivos, o domínio das terras conquistadas pela espada e pela fé.
   De Gestis Mendi de Saa, “Sobre as Guerras de Mem de Sá”, conforme analisou Ester Abreu, é o primeiro poema épico escrito no Brasil, e antecede em mais de duzentos anos ao Uraguai, de Basílio da Gama. Possui 3.059 versos, o que é considerado pequeno, para um poema épico da época, a mesma em que foi escrito o célebre Os Lusíadas, de Camões, publicado em 1572. O poema de Anchieta não tem a grandeza da epopeia de Camões, com mais de 8 mil versos e dez cantos, compostos em oitavas decassilábicas, tendo como herói Vasco da Gama, o maior navegador português. O de Anchieta tem como protagonista Mem de Sá (1504-1572), o terceiro governador-geral do Brasil, que governou o nosso país de 1558 a 1572, sucedendo a D. Duarte da Costa (1553-1558), com quem veio Anchieta. Portanto, Anchieta participou, ativamente, da luta pela sujeição dos indígenas revoltados contra os portugueses, ocupantes de suas terras. O principal propósito de Mem de Sá era pacificar a colônia, submetendo os povos originários ao jugo português e, para isso, contou com o trabalho incansável dos jesuítas, liderados, inicialmente, por Manoel da Nóbrega, para converter os indígenas ao catolicismo e se sujeitar às leis do Estado português e da Igreja Católica. O poema de Anchieta retrata, com fidelidade, o genocídio português contra os povos originários brasileiros e, talvez, por isso, seja o menos divulgado da obra anchietana. Em sua nomeação, Mem de Sá teve amplos poderes para submeter o ‘gentio revoltado’, o que não aconteceu nos dois governos anteriores, mas pagou alto preço por isso, perdendo o filho, Fernão de Sá, na batalha do Cricaré, no norte capixaba, em 1558, e o sobrinho Estácio de Sá, na fundação do Rio de Janeiro, em 1565. Ambos morreram flechados pelos indígenas resistentes à dominação lusitana. Em seus quatorze anos de governo, Mem de Sá conseguiu concentrar os povos indígenas em missões, os aldeamentos, o que lhes provocou grande morticínio por epidemias trazidas pelos invasores. Mais que as espadas portuguesas, foram os vírus europeus os maiores destruidores dos povos originários.
   José de Anchieta veio ainda jovem para o Brasil, em 1553, como noviço da Companhia de Jesus fundada por Inácio de Loiola, seu parente. Sofria de tuberculose óssea, o que lhe provocou forte escoliose. Em vida, publicou “De Gestis Mendi de Saa”, em latim, em 1563, e uma “Gramática da língua mais falada na costa do Brasil”, em 1595, pouco antes de morrer, no Espírito Santo. Anchieta foi o primeiro estudioso da língua tupi, a mais falada na costa do Brasil, tornando-se professor dessa língua aos irmãos que vinham catequizar os povos indígenas. Para estes, só havia duas opções: converter-se ou morrer. Como a história é escrita pelos vencedores, Anchieta é, hoje, considerado, herói nacional e seu nome está inscrito no Livro de Aço do Panteão Nacional, desde 2010. O Papa Francisco o canonizou, em 2014, após um processo de 417 anos. Seu corpo foi enterrado no Palácio Anchieta, em Vitória, mas nada existe em seu túmulo, pois seus ossos estão espalhados por toda parte, conforme crônica famosa de Rubem Braga, “Os ossos de Anchieta”,
    O poema épico “Sobre as Guerras de Mem de Sá” não é obra de devoção, nem de zelo apostólico, como os seus poemas dedicados à Nossa Senhora e o seu teatro de cunho evangélico. É obra literária, de gênero épico-histórico. Dividido em quatro parte, o Livro I abre com uma invocação a Cristo Rei, narra o aperto dos portugueses pelos “índios cruéis”, a chegada de Mem de Sá, seu retrato físico e moral, e a Batalha do Cricaré, na Capitania do Espírito Santo, com a luta junto ao rio, onde morre Fernão de Sá, o filho do governador, após luta ferrenha. Sepultado o herói, os combatentes retornam ao campo de batalha, derrotam o inimigo e deixam a Capitania do Espírito “em paz”, regressando à Bahia. Assim como o Livro I glorifica os feitos do filho Fernão de Sá, o Livro II enaltece o pai para sujeitar os indígenas sublevados da Bahia, liderados pelo cacique Cururupeba, “Sapo chato”, preso e castigado pelos invasores. Fundam-se as quatro primeiras aldeias e descreve-se a revolta dos indígenas de Ilhéus. Depois de ferrenha luta, os indígenas são derrotados e os últimos versos enaltecem as alegrias do triunfo português. O Livro III narra a guerra do Paraguaçu, com a destruição de 160 aldeias, cerca de mil casas, reinando a desolação e a morte. Os remanescentes se rendem, pedindo a conversão, para sobreviverem. Ocorre a morte do primeiro bispo do Brasil, D. Pedro Fernandes Sardinha, comido pelos Caetés e a vingança de Mem de Sá é adiada, pois Mem de Sá tem de partir para o Rio de Janeiro, para lutar contra os franceses e os tamoios, seus aliados. Esses são derrotados com a conquista da ilha de Villegaignon, o forte é destruído e incendiado, e o poema conclui com um hino de amor a Cristo, rei do universo e das almas, portuguesas, de certo. Uma pena que esse poema não seja mais conhecido e fragmentos seus não apareçam nos livros escolares, ao lado do manjado “A Santa Inês”, para que os estudantes brasileiros saibam como foi, realmente, a conquista dos portugueses dos territórios dos povos originários do Brasil.
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L’autrice Maja Milojkovic intervista il dott Jernail S Anand

Foto cortesia di Maja Milojkovic e Jernail S Anand

IL FILOSOFO PARLA


Il dott. JERNAIL S ANAND è stato recentemente intervistato dall’autrice serba Maja Milojkovic per Area Felix.
Le domande e risposte illuminanti dell’erudito dottor Anand sono pubblicate qui a beneficio dei nostri lettori.



COLLOQUIO

[Il dott. Jernail Singh Anand è autore di 175 libri, di cui 11 sono poemi epici. Ha vinto il premio Seneca [Italia], la Carta della Morava [Serbia], il premio Franz Kafka [Ucraina, Germania, Repubblica Ceca] e il premio Maxim Gorky [Russia]. Il suo nome adorna la Roccia dei Poeti in Serbia].

Maja Milojkovic:

La tua filosofia esplora spesso la degenerazione morale e i dilemmi etici. Credi che la società umana sia intrinsecamente incline al declino o c’è speranza per una vera rigenerazione morale?

Dott. Anand:

Penso che con il passare del tempo ci stiamo allontanando dall’attrazione gravitazionale del centro e le cose stanno cadendo a pezzi. Dal primo giorno, apparentemente stiamo progredendo, ma è uno stato di lenta disintegrazione e declino. Sono visibili due tensioni. Una è la progressione della civiltà, i progressi nella scienza e nella tecnologia. Ma sono accompagnati dal declino dei valori umani. Abbiamo perso la fede nella bontà e persino in Dio. L’intero focus della civiltà moderna è sulla sopravvivenza e sulla creazione di ricchezza e abbiamo detto addio ai valori etici o agli ideali di reciproca coesistenza, che sono il linguaggio essenziale della creazione.

Per quanto riguarda la speranza, sì, c’è. La rigenerazione morale della società dipende dallo studio delle arti e della letteratura, o diciamo, delle discipline umanistiche. In effetti, il declino è il risultato del nostro interesse in calo per le discipline umanistiche. L’intero focus della nostra istruzione e dei nostri studi è sugli aspetti fisici della vita umana. Crediamo nel miglioramento delle comodità della vita. Ma abbiamo creato scompiglio nelle aree che riguardano la felicità dell’uomo. Quindi, la rigenerazione morale è possibile solo attraverso le arti e le discipline umanistiche. Bisogna dire la verità con cui vive il mondo. E l’uomo della strada, o un uomo che sta lottando per la sopravvivenza, non può sostenere la verità. Non aspettatevi che i vostri alti professionisti e scienziati combattano per la verità perché sono guidati e dettati dai poteri della terra. Per questo, abbiamo bisogno di poeti e filosofi che sono comandati dalle forze eteree.

Maja Milojković

La spiritualità appare spesso nel tuo lavoro. Come percepisci la relazione tra il mondo materiale e quello spirituale nell’era moderna?

Dott. Anand

Anche il mondo spirituale deve avere un’identità fisica. L’uomo, che è in forma sostanziale, diventa la firma della spiritualità in questo mondo. Senza di lui, la spiritualità è una mera astrazione. L’uomo, per sopravvivere, ha bisogno dello sviluppo materiale, che questa civiltà ha fornito. Dalla mera sopravvivenza, passiamo a vivere con comodità. Vivere con dignità. Vivere con gioia. Infatti, abbiamo bisogno di scoprire un’armonia tra l’uomo e i sistemi di vita. Il mondo materiale fornisce tutto per la nostra vita. Quindi, è importante fino a quel punto.

La spiritualità è la scienza di sapere come apparteniamo alla massa esterna e come realizzare una relazione armoniosa con gli oggetti che sostengono la nostra esistenza su questa terra. La nostra istruzione ci limita solo agli aspetti fisici della nostra vita. Un giovane non ha basi nella spiritualità. Ecco perché prende decisioni sbagliate, segue la strada sbagliata e alla fine si rivela un fallito, nonostante il fatto che ottenga un grande successo materiale. La vera gioia per l’uomo è la Felicità, che è uno stato mentale spirituale. I beni terreni sono una magra ricompensa per questo stato di gioia.


Maja Milojković

Molte delle tue idee riflettono una profonda comprensione della sofferenza umana. Credi che la sofferenza sia una parte essenziale dell’evoluzione umana e dell’autorealizzazione?

Dott. Anand:

Se ci basiamo sull’idea di tragedia, la sofferenza dei protagonisti porta alla catarsi, che provoca una purificazione delle emozioni di pietà e paura nel cuore del pubblico. Sofferenza e gioia o felicità coesistono. Proprio come l’assenza di luce è oscurità, e l’assenza di oscurità è luce, allo stesso modo, l’assenza di sofferenza è gioia, e l’assenza di gioia è sofferenza. Non puoi provare il brivido della gioia se non hai sperimentato il dolore della sofferenza. A volte mi chiedo quale sarebbe il valore della luce se non ci fosse l’oscurità. Estendendo ulteriormente questa logica, possiamo dire che la bontà trova il suo significato solo in un contesto in cui il male è persistente. Quindi, il male e la sofferenza sono essenziali per la realizzazione del bene e della felicità.

Qual è la dinamica della sofferenza? Non credo che un uomo soffra perché gli dei lo desiderano. C’è un fato che perseguita l’uomo, ma non è la creazione degli dei, come credono i Greci [furie del fato, ecc.], ma è la creazione dell’uomo stesso. Il fato è la somma totale delle azioni dell’uomo, la sua decisione lungo le varie incarnazioni. È una fede orientale che la vita non finisce con la morte. Piuttosto, è una lunga e protratta faccenda in cui si crede che l’uomo abbia un’esistenza prima della sua nascita, e viva anche oltre la sua morte. Il fato è uno spesso strato delle sue azioni, che è impenetrabile e inalterabile. Una volta che hai fatto qualcosa, non puoi annullarla. Quindi, devi subirne le conseguenze. Il Signore Krishna, nella Bhagwat Gita dice: L’uomo deve agire secondo il suo “dharma” [dovere] in una situazione particolare, ma non ha alcun controllo sulle conseguenze delle sue azioni. Ciò che gli frutterà come risultato delle sue azioni, è nel regno del fato.

Infine, credo che qualunque cosa otteniamo in questa vita, o ciò che non otteniamo, sia in ultima analisi il risultato di ciò che abbiamo fatto nelle nostre incarnazioni. Non c’è deviazione. Né alcun allentamento.

Maja Milojković

Come definisci la vera libertà in senso filosofico? Credi che la libertà assoluta sia raggiungibile o siamo tutti inevitabilmente limitati in qualche modo?

Dott. Anand

L’idea di libertà assoluta è un costrutto immaginario. In effetti, la libertà stessa è un’opzione altamente limitata. Filosoficamente parlando, la libertà rappresenta uno stato in cui siamo in grado di fare, o dire, o vivere come desideriamo. Ma in termini socio-politici, la libertà è una formulazione limitata. Nel caso dell’idea di vera libertà, una generalizzazione non è possibile perché ogni persona ha parametri diversi per decidere cosa vuole fare. Consideriamo queste domande in relazione alla libertà umana: siamo liberi di nascere quando vogliamo? Possiamo scegliere nostro padre e nostra madre e il momento della nostra nascita? Possiamo scegliere il colore della nostra pelle e la nostra durata di vita? Infine, possiamo dire agli dei che vogliamo vivere così a lungo o non morire mai? Non penso che abbiamo alcuna libertà esistenziale. Qualunque cosa facciamo, non siamo sicuri di quale sarà il suo risultato finale perché abbiamo il controllo sulle nostre azioni, ma non sulle loro conseguenze. In questo modo, la nostra idea di libertà è altamente limitata.

Se applichiamo l’idea di libertà alle libertà fondamentali della vita umana, allora anche i diritti delle persone, come vediamo ovunque, vengono ridotti. Tuttavia, se vogliamo sopravvivere, abbiamo bisogno di certe libertà, ma la vera libertà è solo una costruzione immaginaria e coloro che cercano di esercitare la propria libertà nella vita reale, si ritrovano presto dietro le sbarre. Come autore, vorrei avere la libertà di dire ciò che voglio dire. Ma anche per questo, abbiamo bisogno di molto coraggio, perché i poteri non amano mai che uno scrittore dica la verità. Libertà e verità sono narrazioni allettanti che tuttavia conducono gli uomini alla forca. Socrate non è l’unico esempio.

Maja Milojković

Nell’era della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, pensi che la coscienza umana possa rimanere autonoma o che ci stiamo inevitabilmente fondendo con le macchine?

Dott. Anand

La coscienza umana è già sotto grande pressione. L’intelligenza artificiale ha inondato la vita umana e, in vista del suo vasto potenziale, le cose stanno cambiando a un ritmo molto più veloce. È possibile che, molto presto, le strutture che abbiamo creato nel corso dei secoli possano essere perse nel flusso veemente dell’intelligenza artificiale. Per un uomo, supporti meccanici ed elettronici come l’intelligenza artificiale sono buoni, perché espandono la sua comprensione. Può afferrare milioni di cose a velocità astronomica. Porterà molta efficienza e precisione nelle nostre percezioni. Ma, molto presto, arriverà a governarci. L’intelligenza artificiale sta già cercando di usurpare i nostri campi percettivi. È molto difficile mantenere l’autonomia della coscienza umana. Tuttavia, vorrei che proprio come abbiamo eroso i recinti della natura e distrutto il nostro equilibrio ecologico, fosse giunto il momento di considerare sacri anche i confini della mente umana e di salvarli dall’erosione. Si dice spesso: errare è umano. Finché rimarremo inclini all’errore, rimarremo umani. E la nostra dignità risiede nel nostro essere umani.

Maja Milojković

La tua letteratura esplora i confini tra realtà e illusione. Ritieni che la percezione umana della realtà sia solo una delle tante possibili versioni della verità?

Dott. Anand:

La vita è generalmente considerata “Maya”, che significa un’illusione. Allora, cos’è la realtà? Platone ci ha dato la teoria della Mimesis secondo la quale questo mondo è una copia di un modello originale. E la letteratura è, quindi, una copia della copia, al terzo posto dalla realtà. Cos’è la realtà? Cos’è la verità? Nessuno l’ha vista. Portiamo con noi solo le nostre versioni individuali della verità. Se guardiamo ad Amleto, si trovava faccia a faccia con l’opzione divisa: essere o non essere. Penso che la vita sia diventata così complessa, ora abbiamo molte opzioni che si trovano tra essere o non essere. Questo mondo non può essere caratterizzato semplicemente da divisioni di verità e non-verità. Nel mezzo, ci sono cento versioni e varianti, sub-verità, sotto-verità, post-verità, para-verità, co-verità. Dobbiamo convivere con tutto questo e trovare una struttura di verità vivibile, che sia fedele al nostro essere.

Maja Milojković

Se dovessi definire il significato della vita in una sola frase, quale sarebbe?

La vita è un’opzione senza opzioni, in cui uno pensa di viverla, mentre è la vita che vive l’uomo.

8. Come percepisci il ruolo della letteratura e della filosofia nella società contemporanea? Possono ancora plasmare i valori morali e la coscienza umana?

Dott. Anand:

Considero l’arte e la letteratura come un correttivo morale per la nostra società malata. Le forze del materialismo hanno inondato ogni ambito della vita e ogni persona, che è sotto l’influenza di Lustus, crede che la vita sia un’opportunità unica e ne trae il massimo. In sostanza, significa creare l’armamentario per la felicità e la gioia, e quindi gli uomini iniziano a credere nella creazione di ricchezza. Tutte le materie di studio si concentrano anche sul rendere i giovani creatori di ricchezza, poiché la ricchezza è il significato ultimo della vita. Se c’è qualcuno che trova difetti in questa distorta filosofia di vita, sono l’artista e il filosofo. L’arte e la letteratura sono le uniche due forze che possono correggere la malinconia di una società drogata dai sogni di successo. Ma i sostenitori del materialismo e della cultura aziendale si assicurano che l’arte e la letteratura vengano esiliate dai libri di scuola e dalle università. E artisti e poeti sono considerati irrilevanti, mentre tutta l’importanza è data a politici e burocrati, che sono parte del problema stesso.

Maja Milojković

Credi che l’umanità sia destinata a ripetere gli errori storici oppure è possibile una vera illuminazione?

Dott. Anand:

Se guardiamo alle epoche precedenti secondo la mitologia indù, Satya Yuta fu seguito da Treta Yuta e poi, Dwapra Yuga. Ora stiamo attraversando Kalyuga. In tutte queste epoche, furono combattute grandi guerre. In Treta Yuga, Lord Rama mosse guerra contro Ravana. In Dwapra Yuga, Lord Krishana dovette muovere la grande guerra del Mahabharata. In Kalyuga, abbiamo visto grandi guerre come Troia. La domanda semplice è: l’uomo ha imparato qualcosa dalle follie del passato? Penso di no. Piuttosto, le sue follie si sono moltiplicate. Abbiamo visto gli spettacoli più angoscianti di Hiroshima e Nagasaki, abbiamo assistito a guerre mondiali. Quindi, hai ragione nel pensare che gli uomini ripeteranno gli stessi errori ancora e ancora e non impareranno nulla dalla storia.

Ora, la seconda parte della domanda: è possibile la vera illuminazione? Non possiamo aspettarci un periodo di illuminazione totale. Tuttavia, grandi santi e saggi come Guru Nanak Dev Ji, Swami Vivekananda, il Signore Gesù Cristo sono inviati in questo mondo per far sì che le persone si comportino bene. Dopo che se ne sono andati, l’oscurità della disperazione scende di nuovo. Credo che se potessimo dare più spazio all’arte e alla letteratura, potremmo allevare un raccolto migliore di menti umane che pensano correttamente. Altrimenti, nel modo in cui si sta muovendo il mondo, stiamo correndo velocemente verso il suicidio collettivo. Potremmo vivere fisicamente, ma questa sarà la morte della moralità, la morte della verità e la morte della nostra connessione con il divino.

Maja Milojković

Se potessi conversare con un grande filosofo del passato, chi sarebbe e quale domanda gli faresti?

Dott. Anand:

Vorrei parlare con John Milton e chiedergli
Perché Adamo ed Eva non riuscirono a capire che inseguire l’Albero della Conoscenza era il desiderio del Demonio? Erano così innocenti da non riuscire ad annusare i disegni del Bluff Master? La conoscenza sfrenata, che ora ha preso la forma dell’IA, è il risultato di quella Caduta per la quale stiamo ancora soffrendo. Mi chiedo se qualcuno come Lord Krishna o Gesù Cristo verrebbe di nuovo a dirci di FERMARCI.

DOTTORE JERNAIL S ANAND

Il dott. Jernail Singh Anand, presidente dell’Accademia internazionale di etica, è autore di 175 libri di poesia, narrativa, saggistica, filosofia e spiritualità in inglese. Di recente gli è stato conferito il premio Seneca dall’Accademia di arti e scienze filosofiche di Bari. [Italia – 19/10/2024]. Ha anche vinto la Carta della Morava, il grande premio della Serbian Writers Association di Belgrado e il suo nome è stato inciso sulla Roccia dei poeti in Serbia. Gli è stato conferito il Dottorato di ricerca [Honoris Causa] dall’Università di ingegneria e management di Jaipur. Di recente ha organizzato una conferenza internazionale su cultura, valori ed etica a Pune. I suoi libri più fenomenali sono Lustus: The Prince of Darkness [primo poema epico della trilogia Mahkaal]. E Philosophia de Anand, un’opera di filosofia che riunisce sotto lo stesso tetto dieci delle sue opere filosofiche. [Email: anandjs55@yahoo.com Cellulare: 919876652401[Whatsapp] [ ethicsacademy.co.in ]

Link Bibliografia:
https://atunispoetry.com/2023/12/08/indian-author-dr-jernail-s-anand-honoured-at-the-60th-belgrade-international-meeting-of-writers/

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Una poesia di Joan Josep Barcelo

Foto cortesia di Joan Josep Barcelo

ora il silenzio mantiene segreto il nome
di una adolescenza muta che non dice nulla
e che sfugge per le mani del vento

senza chiedere permesso toglie l’innocenza
della belleza che forgia il tuo essere sotto il bacio della luna
e il singhiozzo dei fiori neri di una chimera
.
.
now silence keeps secret the name
of a silent adolescence that says nothing
and that escapes through the hands of the wind

without asking permission it takes away the innocence
of the beauty that forges your being under the kiss of the moon
and the sob of the black flowers of a chimera
.
.
joan josep barcelo

Poesie di Eva Lianou Petropoulou – Grecia

Foto cortesia di Eva Lianou Petropoulou


Non fanno parte…

Tutta la tua vita ti insegnano come devi fare, pensare, agire, amare, vivere, sorridere
Tutti gli anni di educazione insegnano come si deve essere presenti, vestire, parlare, sentire…
Tutto il tempo al tuo lavoro ti insegnano come ti devi comportare, come devi sederti, reagire, reclamare, interagire, comunicare…
Tutti i volti che mi insegnano. mi fanno sentire che non appartengo
Io non appartengo alla mezza verità
Io non appartengo a quel piccolo giardino
Non appartengo alle parole che non sono mai state dette
Non appartengo a scatolette che conservano il sorriso del mattino
Io non appartengo nel gridare per costruire dell’amore,
non ottengo mai
Non appartengo alle incerti possibilità
Ma io appartengo a me stessa
E nella possibilità di scalare una grande montagna
Forse mai andare in cima
Ma io appartengo ai miei sogni.

©®Eva Petropoulou Eva Petropoylou Lianou

Due poesie

Poesia- Pace
EVA Petropoulou Lianou

Pace
Una parola
Un valore
Un modo di vivere
Perché siamo nel bel mezzo di una zona di guerra
Cosa fa litigare la gente

Mi domando fin dall’infanzia
Perché ci combattiamo a vicenda
Noi siamo uguali
Pensiamo allo stesso modo
Mangiamo
Beviamo
Ci siamo innamorati
Perché un fratello uccide un fratello?

EVA Petropoulou Lianou 

………………
Poesia- Natura
EVA Petropoulou Lianou

Natura
Un piccolo pezzo di Paradiso
Colori
Profumo
Fiori
Alberi
Animali
Tutti se ne vanno per la legge di Dio
Stanno sopravvivendo
Vengono mangiati
Si stanno riproducendo
Ma
Non prendono mai la casa dei vicini
Solo gli umani rubano
A tutti i livelli
Dobbiamo educare i nostri figli
Dobbiamo rispettare
Dobbiamo rieducare noi stessi
Solo allora
La Terra sarà pacifica
EVA Petropoulou Lianou 
Grecia



Ι do not belong…

All your life they teach how u must do, think, act, love, live, smile
All the years of education they teach how u must be present, dress, talk, feel…
All the time at your job they teach u how u behave, how u must seat, react, claim, interfear, communicate…
All that faces they teach me..make me feel that i do not belong
I do not belong in half truth
I do not belong in that small garden
I do not belong in the words that was never said
I do not belong in small boxes that keep the smile of the morning
I do not belong in shoutting and builing of the love, i never get
I do not belong in the incertain possibilities
But i do belong in myself
And in the possibility of climbing a big mountain
Maybe never go to the top
But  i do belong in my dreams..

©®Eva Petropoulou Eva Petropoylou Lianou






© ®Eva Petropoulou

Every day a surprise
Thank you so much my sister
Imen Melliti
❤️

Ι do not belong…

All your life they teach how u must do, think, act, love, live, smile
All the years of education they teach how u must be present, dress, talk, feel…
All the time at your job they teach u how u behave, how u must seat, react, claim, interfear, communicate…
All that faces they teach me..make me feel that i do not belong
I do not belong in half truth
I do not belong in that small garden
I do not belong in the words that was never said
I do not belong in small boxes that keep the smile of the morning
I do not belong in shoutting and builing of the love, i never get
I do not belong in the incertain possibilities
But i do belong in myself
And in the possibility of climbing a big mountain
Maybe never go to the top
But  i do belong in my dreams..

©®Eva Petropoulou Eva Petropoylou Lianou






© ®Eva Petropoulou

Every day a surprise

Two poems

Poem- Peace
EVA Petropoulou Lianou

Peace
A word
A value
A way of life
Why we are in the middle of a warzone
What makes people fight about

I wonder since my childhood
Why we are fighting eachother
We are same
We think same
We eat
We drink
We fall in love
Why a brother kill a brother?

EVA Petropoulou Lianou 

………………
Poem- Nature
EVA Petropoulou Lianou

Nature
A little piece of heaven
Colours
Perfume
Flowers
Trees
Animals
THey are all leaving by God law
They are surviving
They get eaten
They are reproducing
But
They never take the home of the neighbours
Only humans are stealing
In all levels
We need to educate our childrens
We must respect
We need to re educate ourselves
Only then
Earth will be peaceful
EVA Petropoulou Lianou 

Greece

Epifanie è il libro di Enza Sanna che presenta qui

Foto cortesia della copertina del libro “Epifanie di Enza Sanna

GUIDO MIANO EDITORE 

NOVITÀ EDITORIALE

È uscito il libro di poesie:

EPIFANIE di ENZA SANNA

con prefazione di Maria Rizzi

e postfazione di Enzo Concardi

Pubblicata la raccolta poetica dal titolo “Epifanie” di Enza Sanna, con prefazione di Maria Rizzi e postfazione di Enzo Concardi, nella prestigiosa collana “Alcyone 2000”, Guido Miano Editore, Milano 2025

Torno sui passi di questa meravigliosa poetessa genovese, che ho avuto l’onore e la gioia di prefare nella precedente raccolta di poesie Nei giorni. Le liriche di questa silloge sono state concepite in gran parte nel periodo della pandemia, eppure si intitola Epifanie, che etimologicamente significa ‘manifestazioni’. E i versi di Enza Sanna sono autentiche illuminazioni su eventi che celano significati inaspettati. La poesia in esergo di Emily Dickinson «Non c’è nessun vascello/ che, come un libro,/ possa portarci in paesi lontani…» è una sollecitazione a intraprendere il viaggio con l’artista, a evadere dal reale per scoprire isole inesplorate. La nostra destinazione non è un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose. Cambiare prospettiva non significa cancellare o rimuovere, ma ampliare, elevare la nostra consapevolezza. 

La poetessa realizza la prima fuga dal quotidiano nella natura: il suo spirito entra negli alberi, nei prati, nel mare: «…Unico sollievo la natura,/ l’azzurra apoteosi del mare/ nello screziato polverio dell’onda,/ un’aria di primavera/ nel sorriso di pace del mezzogiorno…» (Pandemia). In effetti sono bastate alcune settimane di chiusura a causa del Coronavirus perché la natura cominciasse a uscire dagli interstizi, dove solitamente è relegata dalla presenza dell’uomo, conquistando le strade, i giardini, le piazze. Mentre mezzo pianeta sopravviveva in una bolla di sospensione il creato non si fermava, anzi una delle più belle primavere di sempre sbocciava impavida. I pensieri affioravano contrastanti: la meraviglia di respirare aria pulita e il senso di colpa per esserci spinti troppo oltre nel nostro rapporto con il pianeta e le sue risorse. Nel senso di spaesamento dovuto al lockdown l’autrice cerca le sue rivelazioni nei luoghi che contengono una dimensione magica come l’isola di Arturo, ovvero la coloratissima Procida, situata nel golfo di Napoli e particolarmente cara anche al cuore della sottoscritta. La porzione di terra emersa dell’arcipelago campano, di ancestrale bellezza, è detta di Arturo perché ispirò Elsa Morante nella scrittura dell’opera omonima e il libro nel 1957 le valse il premio Strega. La Sanna si rifugia nell’isola tufacea, dall’aspetto aspro e selvaggio, in quanto avverte quanto l’esistenza sia un naufragare costante verso luoghi che ci attendono. 

Ella insegue i sogni e la memoria, le nostre zattere e le nostre macchine del tempo. I primi spingono avanti, i secondi riportano indietro. «…Ci si lascia trasportare/ verso una vertigine di sogni/ inconsapevoli delle ferite dell’ora/ dello stridio stesso dei giorni…» (Esposti all’infinito). L’artista tesa alle epifanie, è donna che ha sofferto e soffre, ma la sua Parola si prefigge di sciogliere il dolore e diviene scoperta quotidiana, respiro, aggiunta, brivido, incanto. Fu Charlie Chaplin a dire: «La poesia è una lettera d’amore indirizzata al mondo». Un atto di pace e di sangue che diviene luce. Lei figlia di una terra di monti a picco sul mare, di punte argentee che sembrano trafiggere il cielo, in risposta al richiamo degli ulivi, ha una trentennale esperienza di lirismo e possiede un linguaggio e un violino che le permettono di scalare il cielo. (…)

Maria Rizzi

***

Immanenza e trascendenza: ecco due delle dimensioni o categorie filosofiche bipolari che mi pare attraversino la poetica dell’autrice, in altre parole una coesistenza in lei di radici profonde, di legami con le origini, di visitazioni della realtà e contemporaneamente di voli pindarici, d’amore per la vita onirica, di proiezioni nel futuro e nella spiritualità. Un tempo si sarebbe detto un desiderio non conflittuale tra Terra e Cielo, ma un bisogno di entrambi per realizzare uno sviluppo integrale dell’uomo. La poetessa sembra smentire questa interpretazione critica della sua visione del mondo, soprattutto nella lirica Dal fango al cielo, quando nei primi versi afferma: «La mia vita non ha radici in questo mondo,/ cammino su ponti tibetani sospesi nel cosmo/ senza riferimenti, senza rimpianti…». Tuttavia, nel medesimo testo, paragonando la natura del “fior di loto” alla condizione umana ideale, scrive: «…Affonda nel fango, ma la bellezza è intatta» e «splendido esempio dal fango al cielo».

Per non dire della sua osmosi con la Natura, appartenente a questo mondo, o del frequente riferimento alle sue origini liguri e mediterranee, nelle quali s’incardina la sua identità: «Chi sarei oggi/ se non fossi nata sul mare…» distico anaforico iniziale e finale della lirica Nata sul mare. E nel mezzo un’apologetica, appassionata dichiarazione d’amore per il mare, ovvero il mondo acqueo – uno dei quattro elementi delle cosmogonie antiche insieme alla terra, al fuoco, all’aria – che culmina nei versi: «Mistero d’amore, di vita, di gioia» e «Accolta dal tuo abbraccio/ caldo, avvolgente».

Un’altra tematica sviluppata dalla poetessa ligure può richiamare culturalmente il famoso interrogativo di Benedetto Croce relativo alla valutazione della poetica pascoliana: «È il Pascoli il grande poeta delle piccole cose o il piccolo poeta delle grandi cose?». Sembra rispondergli indirettamente Enza Sanna laddove – nella composizione Esposti all’infinito – chiaramente il verso di chiusura non lascia alcun dubbio in proposito: «Perché niente è più grande delle piccole cose». Lei stessa in Epifanie dipana un canto che si posa sulle une e le altre, attuando un rovesciamento della realtà dominante, in base a criteri valoriali che pongono in primo piano ciò che nell’attuale società è praticamente negato e ai margini, e relegando invece decisamente l’apparenza dell’essere odierno fra le vacuità e l’effimero del mondo. 

Possiamo senz’altro ricercare le piccole cose della Sanna nella vita quotidiana, nella vita domestica, negli affetti familiari anche se perduti, oppure ancora nella Natura medicatrix, quando questa attrae la contemplazione meravigliata degli occhi della sua anima: «…Mi tende una mano amica la natura/ che non ha spazi vuoti/ e lo sguardo cade/ per la gioia degli occhi e del cuore/ su una crepa del muro in giardino/ dove fa capitolino un ciuffo di piccoli fiori/ incredibilmente d’oro nel gelo/ incredibilmente vivi/ nei loro solidi umori» (Antidoto agli spazi vuoti). È con lo stupore della “fanciullina” pascoliana – ricordiamoci che il poeta romagnolo non parla solo al maschile, ma espressamente anche al femminile – che l’autrice attribuisce alla poesia la stessa funzione rigeneratrice della giovinezza interiore, tipica della visione emotiva e irrazionale della sensibilità post-carducciana. (…)

Enzo Concardi

_________________________

L’AUTRICE

Poetessa, scrittrice, saggista, critico-letterario Enza Sanna è nata a Genova, dove vive, opera e ha svolto una lunga carriera di Docente di Lettere nella Scuola Media Superiore. Pluriaccademica, ha ottenuto molti Primi Premi Nazionali e Internazionali, partecipando più volte a numerosi Concorsi letterari. Tra la raccolte poetiche più recenti ricordiamo: Quando gemmano i pruni (2003), Amore di mamma (2004), Per vene d’acqua e di terra (2006), Gocce d’arcobaleno (2008), Viaggio nella parola (2009), Per segreti varchi (20109), Kaleidos (2012), Frammenti lirici… ai margini del viaggio (2014), Percorsi d’utopia (2017), Oltre la parola (2020), Nei giorni (2022).

Enza Sanna, Epifanie, prefazione di Maria Rizzi, postfazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 100, isbn 979-12-81351-48-6, mianoposta@gmail.com.

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