Foto cortesia dell’ immagine associata alla pubblicazione delle poesie nel sito ahewar.org
Oggi abbiamo l’opportunità di far volare le nostre emozioni che scriviamo in prose o poesie che partono dal cuore e di raggiungere in ogni angolo del mondo anche i più distanti e irraggiungibili.
Questo è possibile grazie a persone come il professor Karim Abdullah- Irak, scrittore, promotore culturale, che ha profuso impegno nel redigere la traduzione accurata di tre mie poesie e di pubblicarle nel nel sito ” ahewar.org ” che ringrazio per l’attenzione e per la divulgazione della cultura e della poesia per raggiungere cuori sensibili ed unirli tramite le emozioni poetiche abbattendo barriere linguistiche fra i popoli e creando ponti incrollabili di magiche condivisioni.
Elisa Mascia -Italia
Lascia che felicità
Hai chiesto al sole di portarmi un raggio lui si è presentato con il sole intero gradisco il gesto ed è solo un assaggio per dimostrare il tuo amore sincero.
Biglietto scritto: ” nulla è più un miraggio” quel che sarà contenuto nel pensiero d’ora in poi consideralo a tuo retaggio quando un dì sarò da te sul mio destriero.
Prima che primavera la tua anima in ogni sua piega abbia infiorato piantando sul tuo viso semi di felicità
annullando traccia di tristezza o lacrima giunge da lontano fino a te lui, l’amato i sogni ha trasformati in gioiosa realtà.
Elisa Mascia
Sguardo
I tuoi occhi traducono in tutti gli idiomi del Pianeta la sublime arte impressa nella tua anima espressione della scrittura sumera del riflesso dai caratteri cuneiformi ai pittogrammi millenari messaggeri.
La tua mano benedetta, adagiate dita affusolate forgiate da maestro scultore su palpebre socchiuse onde evitare d’essere decifrate da chi vuole scrutare intime emozioni risultato di gioia o di dolore! Labbra serrate formano un cuore sono esse traditrici dell’inconfutabile e inarrestabile desiderio di correre veloce più del vento che nell’incontro della luce trova il tempo in una frazione di secondo per far trapelare le nuvole che stazionano leggere veloci e lievi portatrici di rigenerante pioggia. Via la mano è tornato il sereno dopo la tempesta l’annuncio dell’arcobaleno.
Elisa Mascia
Poesia
Seduta sopra le cime delle rocce svettano al cielo per scrivere coi raggi del sole sull’azzurro versi poetici portati dal vento dispersi nell’universo per essere unguento balsamico all’anima in pena.
Cavalca le onde leggere e quelle impetuose accarezzano il cuore, lo calmano quando infuria su di esso la catastrofica tempesta persino nell’invincibile tsunami.
Poesia magia che unisce senza contatti nello spazio e nel tempo scritta con inchiostro indelebile universale profetica. Parole risanatrici, incastonate da maestri cesellatori, attraggono gli animi empatici per confortarsi e trovare reciproco ristoro.
Sfida le fiamme ardenti dello spirito d’amore nel soffio spirituale del respiro della Terra ceneri di rinascita nel rinnovamento dello spirito santo del nuovo abbraccio resiliente
Elisa Mascia
قصائد من ايطاليا – للشاعرة : إليسا ماسيا .. ترجمة : كريم عبدالله – العراق كريم عبدالله 2026 / 7 / 19 الادب والفن
قصائد من ايطاليا – للشاعرة : إليسا ماسيا .. ترجمة : كريم عبدالله – العراق
دعِ السعادةَ تأتي طلبت من الشمسِ أن تهديني شعاعًا، فجاءتني بالشمسِ كلِّها، لا بشعاعٍ واحد. أُحبُّ هذا الكرم، وما هو إلا بدايةٌ لتُعلنَ بها صدقَ حبِّكَ ونقاءَه. وكتبتَ في رسالتكَ: “لم يَعُدْ شيءٌ مجرَّدَ سراب.” فكلُّ ما سيحمله الفكرُ منذ هذه اللحظة، اعتبريه إرثًا لكِ، إلى أن يأتي اليوم الذي أصلُ فيه إليكِ ممتطيًا جوادي. وقبل أن يُزهرَ الربيعُ كلَّ ثنيةٍ في روحكِ، ويغرسَ على وجهكِ بذورَ السعادة، ويمحو آخرَ أثرٍ لحزنٍ أو دمعة، سيأتيكِ من أقاصي البعد حبيبُكِ، وقد حوَّل الأحلامَ إلى حقيقةٍ مفعمةٍ بالفرح. ….. ……. …… نظرة إنَّ عينيكَ تترجمان، بجميع لغات الأرض، ذلك الفنَّ السامي المنقوش في روحك؛ التجلّي الحيّ للكتابة السومرية، من انعكاس الحروف المسمارية إلى الرسوم التصويرية العريقة، تلك الرسائل القادمة من أعماق آلاف السنين. ويدُك المباركة، بأصابعها الرشيقة المسترخية، كأنّها من نحتِ معلّمٍ عظيم، تستقرّ فوق أجفانٍ نصفِ مغمضة، كي لا تُفكَّ شيفرةُ ما يختبئ فيها ممّن يحاول التلصّص على خفايا المشاعر، أهي وليدةُ فرحٍ… أم ثمرةُ وجع؟ وشفتان مطبقتان ترسمان هيئةَ قلب، لكنّهما تخونان الحقيقةَ التي لا سبيل إلى إنكارها، والرغبةَ الجامحة التي لا يمكن كبحها، في الانطلاق أسرعَ من الريح. وحين يلتقي النور، يعثر الزمن، في جزءٍ من الثانية، على فرصةٍ لتنكشف الغيوم المعلّقة بخفّة، السريعة والعذبة، الحاملة لمطرٍ يبعث الحياة من جديد. ترتفع اليد… فيعود الصفاء بعد العاصفة، ويُعلن قوسُ قزح بشارةَ السلام. …. ….. …..
الشِّعر جالسًا على قممِ الصخورِ الشامخة، يرتقي نحو السماءِ ليكتبَ بأشعةِ الشمسِ على زرقةِ الأفق أبياتًا شعرية، تحملها الرياحُ فتتبدّدُ في أرجاءِ الكون، لتغدو بلسمًا شافيًا للروحِ المتألّمة. يمتطي الأمواجَ الرقيقةَ كما العاتية، فتداعبُ القلبَ وتسكّنُ روعَه حين تعصفُ به عاصفةٌ كارثية، حتى في وجهِ التسونامي الذي لا يُقهَر. الشعرُ سحرٌ يوحِّدُ الأرواحَ من غيرِ لقاء، عبر المكانِ والزمان، مكتوبٌ بحبرٍ لا يمّحي، كونيٌّ… ونبوئيّ. كلماتٌ تُداوي الجراح، صاغها أساتذةُ النقشِ والإبداع، فتستقطبُ الأرواحَ المتعاطفة، لتتساندَ، وتجدَ في بعضها البعض عزاءً وطمأنينة. يتحدّى لهيبَ الروحِ المتقدةِ بالحب، في النَّفَسِ الروحيِّ لشهيقِ الأرضِ وزفيرِها، ليغدو رمادًا للانبعاث، وتجددًا للروحِ المقدسة، واستقبالًا لعناقٍ جديدٍ ينبضُ بالصمود.
Foto cortesia del prof Kareem Abdullah -Iraq con Elisa Mascia -Italia
Rivolgo un ringraziamento speciale all’esimio Prof. Kareem Abdullah che, con la sua brillante penna poetica, ha profuso un grandioso impegno nella cura della traduzione in eloquente idioma arabo. La tecnologia odierna permette di essere uniti nella dedizione e nel promuovere la ‘bellezza della creatività poetica e letteraria” e, soprattutto, nel costruire ponti culturali capaci di abbattere le barriere tra i popoli ravvicinando culture diverse con la condivisione di pure emozioni che sono l’anima dell’umanità intera. Esprimo la mia immensa gratitudine al prestigioso quotidiano culturale Al-Muthaqaf e al Professor Majid Al-Gharbawi, direttore della stessa rivista culturale “Al-Muthaqqaf” in Australia, per la pubblicazione dei miei testi poetici. Elisa Mascia -Italia 21-7-2026
Il prof Kareem Abdullah -Iraq, poeta, scrittore, drammaturgo, romanziere, critico d’arte e letterario, Promotore culturale e della pace, scrive : ” È per me un grande onore accompagnare, attraverso la lingua araba, la bellezza dei versi poetici di Elisa Mascia e contribuire alla diffusione della sua voce poetica, così ricca di sensibilità, umanità e luce. La poesia autentica non conosce confini né appartenenze: essa è un linguaggio universale capace di unire le anime e costruire ponti di amicizia tra culture diverse. La sua opera rappresenta un prezioso incontro tra l’Oriente e l’Occidente, tra il cuore italiano e la profondità dell’anima universale.” Kareem Abdullah-Irak
Lascia che felicità
Hai chiesto al sole di portarmi un raggio lui si è presentato con il sole intero gradisco il gesto ed è solo un assaggio per dimostrare il tuo amore sincero.
Biglietto scritto: ” nulla è più un miraggio” quel che sarà contenuto nel pensiero d’ora in poi consideralo a tuo retaggio quando un dì sarò da te sul mio destriero.
Prima che primavera la tua anima in ogni sua piega abbia infiorato piantando sul tuo viso semi di felicità
annullando traccia di tristezza o lacrima giunge da lontano fino a te lui, l’amato i sogni ha trasformati in gioiosa realtà.
Elisa Mascia
Sguardo
I tuoi occhi traducono in tutti gli idiomi del Pianeta la sublime arte impressa nella tua anima espressione della scrittura sumera del riflesso dai caratteri cuneiformi ai pittogrammi millenari messaggeri.
La tua mano benedetta, adagiate dita affusolate forgiate da maestro scultore su palpebre socchiuse onde evitare d’essere decifrate da chi vuole scrutare intime emozioni risultato di gioia o di dolore! Labbra serrate formano un cuore sono esse traditrici dell’inconfutabile e inarrestabile desiderio di correre veloce più del vento che nell’incontro della luce trova il tempo in una frazione di secondo per far trapelare le nuvole che stazionano leggere veloci e lievi portatrici di rigenerante pioggia. Via la mano è tornato il sereno dopo la tempesta l’annuncio dell’arcobaleno.
Elisa Mascia
Poesia
Seduta sopra le cime delle rocce svettano al cielo per scrivere coi raggi del sole sull’azzurro versi poetici portati dal vento dispersi nell’universo per essere unguento balsamico all’anima in pena.
Cavalca le onde leggere e quelle impetuose accarezzano il cuore, lo calmano quando infuria su di esso la catastrofica tempesta persino nell’invincibile tsunami.
Poesia magia che unisce senza contatti nello spazio e nel tempo scritta con inchiostro indelebile universale profetica. Parole risanatrici, incastonate da maestri cesellatori, attraggono gli animi empatici per confortarsi e trovare reciproco ristoro.
Sfida le fiamme ardenti dello spirito d’amore nel soffio spirituale del respiro della Terra ceneri di rinascita nel rinnovamento dello spirito santo del nuovo abbraccio resiliente
Elisa Mascia
دعِ السعادةَ تأتي
طلبت من الشمسِ أن تهديني شعاعًا، فجاءتني بالشمسِ كلِّها، لا بشعاعٍ واحد. أُحبُّ هذا الكرم، وما هو إلا بدايةٌ لتُعلنَ بها صدقَ حبِّكَ ونقاءَه.
وكتبتَ في رسالتكَ: “لم يَعُدْ شيءٌ مجرَّدَ سراب.” فكلُّ ما سيحمله الفكرُ منذ هذه اللحظة، اعتبريه إرثًا لكِ، إلى أن يأتي اليوم الذي أصلُ فيه إليكِ ممتطيًا جوادي.
وقبل أن يُزهرَ الربيعُ كلَّ ثنيةٍ في روحكِ، ويغرسَ على وجهكِ بذورَ السعادة، ويمحو آخرَ أثرٍ لحزنٍ أو دمعة، سيأتيكِ من أقاصي البعد حبيبُكِ، وقد حوَّل الأحلامَ إلى حقيقةٍ مفعمةٍ بالفرح.
***
نظرة
إنَّ عينيكَ تترجمان، بجميع لغات الأرض، ذلك الفنَّ السامي المنقوش في روحك؛ التجلّي الحيّ للكتابة السومرية، من انعكاس الحروف المسمارية إلى الرسوم التصويرية العريقة، تلك الرسائل القادمة من أعماق آلاف السنين. ويدُك المباركة، بأصابعها الرشيقة المسترخية، كأنّها من نحتِ معلّمٍ عظيم، تستقرّ فوق أجفانٍ نصفِ مغمضة، كي لا تُفكَّ شيفرةُ ما يختبئ فيها ممّن يحاول التلصّص على خفايا المشاعر، أهي وليدةُ فرحٍ… أم ثمرةُ وجع؟ وشفتان مطبقتان ترسمان هيئةَ قلب، لكنّهما تخونان الحقيقةَ التي لا سبيل إلى إنكارها، والرغبةَ الجامحة التي لا يمكن كبحها، في الانطلاق أسرعَ من الريح. وحين يلتقي النور، يعثر الزمن، في جزءٍ من الثانية، على فرصةٍ لتنكشف الغيوم المعلّقة بخفّة، السريعة والعذبة، الحاملة لمطرٍ يبعث الحياة من جديد. ترتفع اليد… فيعود الصفاء بعد العاصفة، ويُعلن قوسُ قزح بشارةَ السلام.
***
الشِّعر
جالسًا على قممِ الصخورِ الشامخة، يرتقي نحو السماءِ ليكتبَ بأشعةِ الشمسِ على زرقةِ الأفق أبياتًا شعرية، تحملها الرياحُ فتتبدّدُ في أرجاءِ الكون، لتغدو بلسمًا شافيًا للروحِ المتألّمة. يمتطي الأمواجَ الرقيقةَ كما العاتية، فتداعبُ القلبَ وتسكّنُ روعَه حين تعصفُ به عاصفةٌ كارثية، حتى في وجهِ التسونامي الذي لا يُقهَر. الشعرُ سحرٌ يوحِّدُ الأرواحَ من غيرِ لقاء، عبر المكانِ والزمان، مكتوبٌ بحبرٍ لا يمّحي، كونيٌّ… ونبوئيّ. كلماتٌ تُداوي الجراح، صاغها أساتذةُ النقشِ والإبداع، فتستقطبُ الأرواحَ المتعاطفة، لتتساندَ، وتجدَ في بعضها البعض عزاءً وطمأنينة. يتحدّى لهيبَ الروحِ المتقدةِ بالحب، في النَّفَسِ الروحيِّ لشهيقِ الأرضِ وزفيرِها، ليغدو رمادًا للانبعاث، وتجددًا للروحِ المقدسة، واستقبالًا لعناقٍ جديدٍ ينبضُ بالصمود.
Questa è una poesia solo per te, vi ho intessuto tutte le farfalle bianche e la luce del tuo occhio ardente è entrata nella mia anima desiderosa.
Sono nata dalla tua poesia, dai versi del respiro di un angelo che mi descrivono con una bellezza irreale e mi hanno portata al trono del cielo.
Esistiamo sotto lo stesso cielo un arco stellato ci unisce come un ponte e le parole di un angelo fluttuano tra le costellazioni per avvicinare la distanza piena di sospiri.
GORDANA SARIĆ MONTENEGRO
RODJENA IZ PJESME TVOJE Ovo je pjesma samo za tebe, sve leptire bijele u nju sam utkala a svjetlost tvog plamnoga oka u moju je žudnu dušu stala.
Rodjena sam iz pjesme tvoje, iz stihova daha andjeoskog što me opiše nestvarnom ljepotom i ponesoše do trona nebeskog.
Postojimo ispod istog neba zvjezdani luk kao most nas spaja a riječi andjeoske sazviježdjem plove da približe daljinu punu uzdisaja.
Chissà dove sei ora e io ho dimenticato il tuo ricordo come se non fossi reale, è rimasta solo la poesia su di noi.
Sei stata un momento dolce e caro, una magia che ha fatto tremare i cuori, è durata poco, ha lasciato una traccia ed è stata disegnata nel cielo dell’estasi.
Volevi che fossi una principessa tra le tue braccia, che mi portassi attraverso i sette mari, e in qualche casa solitaria, perché fossi la luce delle tue nuove albe.
E io non volevo essere il tuo angelo, volevo volare come un uccello libero, e con un canto incantevole sulle labbra, per viaggiare per il mondo sul carro del sole.
Gordana Saric
Kareem Abdullah: “POESIA INCANTEVOLE La tua poesia, cara Gordana, respira dolcemente come una brezza che accarezza il cuore e risveglia ricordi che non muoiono mai del tutto. In essa, l’amore non è una sconfitta, ma la traccia più bella che rimane nell’anima. Possano i tuoi uccelli liberi trovare sempre un cielo degno delle loro ali e i versi continuare a brillare come stelle all’orizzonte dei sentimenti. Una poesia meravigliosa, sincera e incantevole.”
BIO SI TRENUTAK NJEŽAN Ko zna gdje sada ti si i sjećanje na tebe zaboravu sam dala kao da stvaran bio nisi, samo je pjesma o nama ostala.
Bio si trenutak nježan i drag, magija neka srca ustreptala, trajala je kratko ,ostavila trag i na nebu zanosa se ucrtala.
Htio si da budem princeza u naručju tvom da me preneseš preko sedam mora i tamo negdje u domu usamljenom budem svjetlost tvojih novih zora.
A ja nisam htjela biti tvoj andjeo, vollm više slobodne ptice let, I sa zanosnom pjesmom na usnama u kočijama sunca obilaziti svijet. Gordana Saric
Kareem Abdullah : “OČARAVAJUĆA POEZIJA Tvoja pjesma draga Gordana, diše nježno poput povjetarca koji dodiruje srce i budi uspomene što nikada potpuno ne umiru. U njoj ljubav nije poraz, nego najljepši trag koji ostaje u duši. Neka tvoje slobodne ptice uvijek pronađu nebo dostojno njihovih krila, a stihovi nastave svijetliti kao zvijezde na horizontu osjećaja. Divna, iskrena i očaravajuća poezija.”
Una delle canzoni popolari più famose del Rai algerino contemporaneo, il cui testo è opera del popolare paroliere Sheikh Mohamed Belkhayati, il cui vero nome è Mohamed Beladassi. È una delle figure più importanti dell’arte beduina e del Rai tradizionale in Algeria.
È un illustre poeta, cantante e compositore popolare dell’Algeria occidentale, in particolare della provincia di Chlef. Nato nel 1939, era conosciuto nell’ambiente artistico come “Mohamed Belkhayati”, e i suoi fan lo soprannominarono “il Farid al-Atrash algerino” per la sua immensa popolarità e il suo talento nel canto e nella composizione. Raggiunse la fama negli anni ’60, culminando nel 1968 con successi e record di popolarità. Il suo repertorio musicale comprende circa 2.500 canzoni, tutte scritte, composte e musicate da lui. Le sue poesie sono caratterizzate da una profonda dimensione sociale e da una varietà di temi, avendo cantato dell’esilio, della guerra d’indipendenza algerina e di tragedie emotive e sociali.
Tra le sue canzoni più famose c’è… “Come erano i giorni”: una poesia che narra la sua esperienza in prigione nella città di Blida. “Come erano i giorni”: una poesia che rievoca i bei tempi andati. Belkhayati è considerato una scuola a sé stante nella poesia popolare e nell’autentica musica beduina, avendo preservato l’identità culturale algerina per decenni. Molti artisti hanno ripreso le sue poesie popolari e la sua opera è stata resa popolare da diversi artisti in vari stili, tra cui il Rai algerino e la musica beduina. Tra questi, Cheb Khaled, Cheb Azzedine, Cheb Mami e il compianto Cheb Hasni.
La fama della poesia: la poesia “Ya Galbi Barkak” (Oh cuore mio, basta) è stata adattata e riproposta nella musica Rai nel 2004, intrisa di profonda emozione e nostalgia. La canzone, che trasmette un forte senso di prigionia e un’intensa emozione sociale, è stata ufficialmente incisa con il titolo “Ya Galbi”. Nello stile tradizionale di Oran Rai, fuso con melodie beduine in modo emozionante e popolare, il brano ha riscosso un grande successo durante i concerti dal vivo, soprattutto durante il tour in Algeria del 2005.
Testo:
Oh cuore mio, basta con l’amaro e il dolce
Hai abbandonato chi ti amava e hai seguito il nemico
Oh cuore mio, basta con l’amaro e il dolce
Hai abbandonato chi ti amava e hai seguito il nemico
Oh cuore mio, oh cuore mio, oh cuore mio
Basta, oh cuore mio, oh cuore mio
Oh cuore mio, basta
Hai seguito un momento con un altro, i giorni di Dio sono lunghi
Non è solo che la conoscevo, le tue poche ferite
Il testo continua a descrivere il rimprovero del cuore per aver seguito il desiderio nonostante la sua crudeltà, e rievoca il tradimento e l’inganno. Hai sostituito un momento con un altro, avevi buone intenzioni, invitando alla pazienza e all’oblio.
Oh My Heart, Be Free / Mohamed Rahal, Algerian Critic
One of the most famous folk songs sung in contemporary Algerian Rai music, its lyrics are by the popular lyricist Sheikh Mohamed Belkhayati, whose real name is Mohamed Beladassi. He is one of the most prominent figures in Bedouin art and traditional Rai in Algeria.
He is a distinguished folk poet, singer, and composer from western Algeria, specifically the Chlef province. Born in 1939, he was known in the artistic scene as “Mohamed Belkhayati,” and his fans nicknamed him “The Algerian Farid al-Atrash” due to his immense popularity and talent in singing and composing. He rose to prominence in the 1960s, achieving the peak of his fame and breaking records in performance and popularity in 1968. His musical archive includes approximately 2,500 songs, all written, composed, and set to music by him. His poems are characterized by their social depth and diverse themes, as he sang about exile, the Algerian War of Independence, and emotional and social tragedies.
Among his most famous songs is… The story tells of his experience in prison in the city of Blida. “How the Days Were”: a poem reminiscing about the good old days. Belkhayati is considered a school unto himself in popular folk poetry and authentic Bedouin song, having preserved Algerian cultural identity for decades. Many artists have revived his folk poems, and his work has been popularized by various artists in different styles, including Algerian Rai and Bedouin music. Among them are Cheb Khaled, Cheb Azzedine, Cheb Mami, and the late Cheb Hasni.
The poem’s fame: The poem “Ya Galbi Barkak” (Oh My Heart, Enough) was adapted and revived in Rai music in 2004, imbued with deep emotion and longing. The song, which carries a strong sense of imprisonment and social emotion, was officially recorded under the title “Ya Galbi.” In the traditional Oran Rai style, blended with Bedouin melodies in an emotional and popular manner, the song achieved widespread fame in live concerts, especially during his 2005 tour in Algeria.
Lyrics:
Oh my heart, enough of the bitter and the sweet
You left the one who loved you and followed the enemy
Oh my heart, enough of the bitter and the sweet
You left the one who loved you and followed the enemy
Oh my heart, oh my heart, oh my heart
Enough, oh my heart, oh my heart
Oh my heart, enough
You followed one moment with another, God’s days are long
It’s not just that I knew her, your few wounds
The lyrics continue to depict the heart’s reproach for following desire despite its cruelty, and recall the betrayal and deceit. You replaced one moment with another, you were with good intentions, calling for patience and forgetting.
Foto cortesia condivise dal poeta – critico letterario Mohamed Rahal – Algeria
Foto di Elisa Mascia -Italia con il gruppo Il Filo dei Sogni e Associazione Vivere a Colori
Ieri pomeriggio – sera, 13 luglio 2026, ho avuto l’onore di essere invitata, dalla dott.ssa Maria Bizzarro, PASC Bonefro, insieme alle amiche del Filo dei Sogni e dell’ Associazione Vivere a Colori all’ incontro ” AGORAI” Spazi per generare salute mentale BONEFRO presso la piazza delll’ex Convento Santa Maria delle Grazie Ci siamo ritrovati diversi gruppi di donne che ” intessono fili ad uncinetto, a chiacchierino, teatro, poesia ” arte che esprime la bellezza della creatività che serve da collante sociale in queste piccole realtà territoriali che pur vivendo ai cosiddetti margini è dotata di risorse di idee e progetti rivolti a ” intessere fili di aggregazione sociale” ( cit) . Ci siamo trovati tutti d’accordo all’ atto del ” Condividere” come ha ben espresso il Sindaco Nicola Giovanni Montagano. L’ invito è stato di seguire l’esempio di ritrovarci in piazza e seduti in cerchio dove nessuno giudica l’altro ma dove siamo tutti uguali, ciascuno apporta il suo contributo con l’ esperienza vissuta nell’ ambito del proprio gruppo o associazione ma che in quel contesto ci siamo sentiti a nostro agio e fratelli e sorelle sotto il cielo sereno e fresco del Convento di Bonefro aperto a tanti eventi e tavole rotonde. A seguire c’è stato una lunga tavolata con tanti appetitosi e squisiti cibi semplici ma preparati con amore per l’accoglienza in
“APERITIVO CONVIVIALE” Abbiamo visitato anche il Museo all’interno del Convento curato alla perfezione con tanta passione dall’ Assessore alla Cultura Carmen Lalli. E per concludere l’ incontro ben organizzato tra Fili, mani benedette, creazioni artistiche anche di candele profumate e fosforescenti, benessere psico – fisico e mentale, Centro di lettura, scrittura creativa, teatro e musica, come dall’ agenda c’è stata alle ore 21:00 la PROIEZIONE DOCUFILM
“Storie di donne, uomini e comunità” (2025) diretto da Traverso P. e Franceschini V.
Introduzione del produttore D’Orzi Massimo.
È stata un’esperienza indimenticabile, di grande arricchimento culturale e sociale svoltosi in un clima piacevole non solo inteso meteorologico bensì di sorrisi e serenità di rispetto reciproco, fratellanza e altruismo.
Scambi di numeri di cellulare e promesse di restare in contatto, tra noi che abbiamo partecipato, è il segno tangibile che questi incontri funzionano davvero e danno sollievo e carezze alle anime che hanno ( abbiamo) bisogno tutti indistintamente per combattere la solitudine e cercare l’unione delle ” Agorai”
Elisa Mascia 14-7-2026
Foto dell’ evento Agorai a Bonefro – archivio fotografico di Elisa Mascia
Letizia Caiazzo: Quando la tecnologia si fa poesia dell’amore
Letizia Caiazzo è una donna che non smette mai di sorprendere. Cara amica, stimata professoressa e, soprattutto, una vera artista nel senso più puro del termine. Ciò che rende Letizia unica, prima ancora della sua tecnica, è il suo animo: una persona di una rarità assoluta, mossa unicamente da ideali autentici e da un amore smisurato per la vita e per il suo amato marito. È proprio con lui, compagno di una vita con cui condivide ogni pensiero e ogni battito, che Letizia trova la forza e l’ispirazione per continuare a creare. La loro è una complicità che trascende il quotidiano, diventando il motore segreto di ogni sua composizione, perché Letizia è nata per l’arte, ed è attraverso l’amore che essa trova la sua espressione più alta. La sua è una traiettoria che sfida il tempo e le convenzioni. Potremmo definirla, con orgoglio, la nostra “prima vera AI italiana” del mondo dell’arte: non perché lei utilizzi i moderni software di intelligenza artificiale, ma perché ha compreso decenni fa, con una lungimiranza straordinaria, che il computer sarebbe diventato l’estensione naturale della mente dell’artista. Mentre oggi il dibattito si divide sui frutti che l’AI può generare, Letizia ci insegna che la tecnologia è preziosa solo se governata da una mano sapiente. Lei non ha mai fatto uso di intelligenze artificiali, ma ha dedicato la vita allo studio e all’uso di programmi di grafica estremamente complessi, dominandoli con una pazienza infinita. Ogni sua opera è il risultato di un lavoro certosino: sovrapposizioni di fotografie, dipinti e dettagli scattati personalmente, fusi insieme per creare capolavori che fluttuano tra epoche diverse. Spazia con naturalezza dalla raffinatezza botticelliana alle geometrie picassiane, passando per il surrealismo onirico che sembra sfidare ogni legge della logica. La sua “cyberpittura” è un atto di coraggio puro; nonostante l’età, Letizia ha abbracciato la modernità con lo slancio di una pioniera, diventando un esempio luminoso per la sua generazione. Ella dimostra che il computer, se usato con competenza e cuore, diventa un ponte verso la bellezza, non un sostituto dell’ingegno umano.L’arte di Letizia è un atto di resistenza contro la banalità. Ogni sua opera è il racconto di un istante che si fa eterno, di un sentimento che viene fissato sulla tela digitale non per essere conservato, ma per essere condiviso. La sua è una ricerca instancabile dell’equilibrio tra il mondo fisico e quello immaginifico, dove ogni pixel diventa una nota di una melodia che parla al cuore. Un invito a seguire il suo cammino La bellezza che Letizia crea non si ferma mai, ed è per questo che vi invito caldamente a seguire il suo percorso artistico costante. Letizia è un vulcano di idee e il suo calendario è sempre ricco di nuovi eventi, mostre e progetti che meritano di essere vissuti in prima persona. Non perdete l’occasione di restare in contatto con la sua attività: cercate le sue prossime iniziative, partecipate ai suoi incontri e lasciatevi trasportare nel suo mondo. Parlare con Letizia significa intraprendere un viaggio fatto di conoscenza, sapere e una sensibilità rara. Vi assicuro che, immergendovi nelle sue immagini e ascoltando le sue parole, la vostra vita uscirà arricchita dal dono del suo amore, quello stesso amore che lei, instancabilmente, riversa in ogni sua creazione. Teresa Emanuela Leone
Teresa Emanuela Leone è un’artista visiva e scrittrice, nota per il suo sguardo profondo capace di coniugare fotografia e narrazione. Ideatrice e responsabile della rubrica “Rose” su Facebook, Teresa ha dato vita a uno spazio editoriale in cui la parola scritta invita alla riflessione e alla scoperta dell’intimo. Collaboratrice della testata Sireon, traduce la sua sensibilità estetica in articoli che analizzano la contemporaneità con uno stile colto, ricercato e analitico. Come fotografa, il suo approccio si distingue per la ricerca di quell’invisibile che risiede nei dettagli e nel folklore, elementi che diventano protagonisti dei suoi scatti. Il suo lavoro, sia editoriale che fotografico, è caratterizzato da una profonda cifra introspettiva che punta a valorizzare la bellezza e la complessità del quotidiano. Attraverso una narrazione che spazia tra immagine e scrittura, Teresa costruisce un dialogo costante con i suoi lettori, offrendo una visione del mondo autentica e carica di empatia. Ogni progetto che firma è il risultato di un rigoroso impegno verso la qualità, la ricerca espressiva e la cura meticolosa per ogni singolo contenuto. La sua è una voce distinta nel panorama culturale, capace di trasformare ogni riflessione in un percorso di autentica consapevolezza.
L’artista visuale colombiana María Elcy Ramírez Cuartas posa in un angolo del suo studio, circondata da colori e pennelli, con un sorriso radioso. Foto/Per gentile concessione.
Maria Elcy Ramírez e il fascino colorato della sua opera Di Carlos Javier Jarquín
Cari amici planetari: Oggi ho il privilegio di presentarvi un’artista eccezionale, una donna che ammiro profondamente non solo per la sua carriera, ma anche per l’umanità che vive in lei. Mi riferisco all’artista plastica María Elcy Ramírez Cuartas, nata il 24 luglio 1954 nel comune di Siviglia, Valle del Cauca, Colombia. Ricorda le sue origini e l’ambiente in cui è cresciuta: “I miei genitori erano Miguel Antonio Ramírez Guarín, boscaiolo di sogni montanari e caficultore di professione, e mia madre, Estefanía Cuartas Gallego, sarta d’arte; mentre lavorava cantava e scriveva versi. È lì che è nata la mia ispirazione: in un ambiente caldo, tranquillo e amorevole dove mani degne e giudiziose mi hanno insegnato il valore del lavoro onesto. Siviglia, la mia terra natale, mi ha permesso di vivere l’adolescenza tra il quartiere e il verdetale, a San Antonio.” Crescere e vivere in campagna sarà sempre un ambiente stimolante, soprattutto per chi si dedica all’arte. La nostra intervistata aggiunge: “Crescere tra paesaggi di caffè, tramonti e albe che solo Siviglia possiede; godere dei costumi e della quotidianità della mia gente contadina ha forgiato la mia anima e il mio progetto artistico. La mia opera canta alla natura per ringraziare Dio del dono della creazione, e ai miei discendenti, che rappresento in cinque uccellini danzanti nel mezzo dei paesaggi. Questa connessione così profonda e spirituale con il paesaggio diventa melodia, lode, preghiera: un atto di amore e gratitudine che è il miglior dono per i sensi. Lo prendo come sfondo della scena principale delle mie opere, focalizzate sul rendere omaggio ai mestieri del passato che si rifiutano di scomparire. Mestieri che hanno fatto storia, civiltà e idiosincrasia; modi di essere e di pensare con un carico d’arte e tradizione che costituivano le radici più profonde dei popoli e della loro identità”. Lo stile artistico di Elcy è costumbrista e figurativo, e affronta tematiche diverse, mettendo in evidenza questioni sociali e madre natura. Da queste righe approfitto per estendere i miei sinceri complimenti alla signora Maria Elcy, per il suo prezioso lavoro vi invito a conoscere meglio questa artista sudamericana, la cui opera artistica è, senza dubbio, brillante, è un vero onore poter condividere con voi amici lettori questa intervista. In questa piacevole conversazione abbiamo parlato delle sue influenze e dei temi che affronta, inoltre alla fine condivide una riflessione ed un messaggio rivolto ai giovani che aspirano a diventare artisti plastici.
Intervista: Quali ricordi costanti ha della sua terra natale, Siviglia nel dipartimento di Valle del Cauca?
È impossibile dimenticare quei luoghi in cui amiamo così tanto la vita. Lì c’era la famiglia unita: mio padre, Miguel Antonio, contadino, coltivatore di sogni, che si prendeva cura della tenera per darci il sostentamento. Ricordo mia madre con amore e responsabilità, sostenendo mio padre e occupandosi della casa mentre svolgeva il suo mestiere di sarta. In quell’ambiente familiare, semplice e tranquillo, si respirava la freschezza del clima sivigliano: la nebbia che accarezzava le montagne di caffè, il verde delle colture fiorite, la musica e i nobili contadini nel loro lavoro.
Quanti anni aveva quando ha scoperto la sua vocazione per le arti plastiche?
Non so come né quando è iniziata la mia vocazione per dipingere… posso solo dire che mi ha sempre accompagnato una sensibilità profonda per la bellezza del colore, la sua armonia nella natura e il piacere che mi produceva così da vicino, nella tenuta di mio padre, il canto degli uccelli, l’odore della guaiava matura, il profumo del caffè appena tostato e la mia gente contadina che cura con tanto amore la terra. Quei sentimenti purissimi si sono trasformati in un desiderio interiore, una scintilla di emozioni che in qualche modo dovevo esprimere; fin da giovane ho iniziato a dipingere.
In che modo ha influenzato la sua opera il fatto di essere cresciuto tra paesaggi colorati e naturali come quelli del suo popolo?
Con orgoglio posso dire che Siviglia è stata dichiarata dall’UNESCO “Patrimonio dell’Umanità” nel giugno 2011. Siviglia è anche la “capitale del caffè della Colombia”. Sento che questo rapporto con la terra, la sua generosa biodiversità, l’aria pura, la temperatura media di 20 gradi centigradi, la vita semplice, la dignità e la saggezza dei miei contadini e tanta bellezza naturale hanno fatto sì che il paesaggio fosse ricorrente nella mia opera e luce sognante per i miei sensi. Il ritorno alla semplicità e all’armonia della natura è ciò che mi ispira di più.
Sua madre era appassionata di musica e poesia. Cosa pensava dei suoi primi lavori artistici?
Era così emozionata. Anche lei era una modista, un essere umano pieno di nobiltà e tenerezza, con una sensibilità così genuina che, senza accorgersene, fu d’ispirazione per i suoi figli. Il suo amore incondizionato, la sua pazienza e saggezza rafforzarono le nostre illusioni, ed è così che ognuno dei suoi quattro figli raggiunse i propri obiettivi. Mio fratello maggiore, da giovane, si è appassionato al teatro. Mia sorella Amanda è una musicista. Aldemar è un poeta, con particolare attenzione alla poesia zen; inoltre, è un importante gestore culturale.
In cosa consiste il suo progetto artistico “Omaggio ai mestieri del passato che si rifiutano di scomparire”?
Il mio progetto artistico è poetico, semplice e umano, dove i protagonisti sono artigiani: persone che lavorano con le loro mani, mente e cuore per regalarci pezzi d’arte unici. Dai nostri contadini esprimo la loro resilienza per mantenere viva la biodiversità, prendersi cura dell’ambiente e non lasciare morire saperi ancestrali nella cultura alimentare, nella cura dell’acqua e nelle semplici tecniche di semina, forjando il futuro alimentare in ogni seme e in ogni albero che piantano. In generale, rende omaggio ai mestieri tradizionali del passato che oggi persistono con difficoltà, resistendo all’automazione della vita moderna. Mestieri che hanno fatto la storia, l’identità e lo spirito di lotta, formando parte della nostra memoria collettiva; sono i fili che hanno teso la struttura sociale dei nostri popoli. Ricordiamoci del ceramista: le sue mani di seta modellavano non solo oggetti, ma anche la terra stessa. Il mastro, con la sua amorevole forza, ha domato la pietra e oggi è testimone dell’architettura antica. E così tanti altri mestieri: il calzolaio, il falegname, la sarta… fedele esempio di ingegno, pazienza e forza. Nelle sue opere il verde appare spesso. A cosa si deve questa scelta cromatica? Amo il colore in tutta la sua espressione; è lui che organizza le mie idee. Il colore verde, in particolare, per essere il più vibrante e simbolo di pura vita nella natura, trasmette equilibrio, freschezza, calma e serenità. Lo concepisco anche come un atto di resistenza, con l’illusione e la nostalgia di avere nuovi frutti della terra. Sento una connessione spirituale molto forte con la natura; osservarla in silenzio mi permette di sentire la presenza di Dio in tanta bellezza e la pace profonda che mi trasmette: vedere un’alba, il sole sorgere dall’oriente, l’tramonto di un tramonto, un piccolo fiore sbocciare nel mio giardino, il canto degli uccelli. Così, i paesaggi nella mia opera diventano melodia e preghiera, una lode a Dio nostro Padre, come atto di amore e gratitudine per la bellezza della creazione, che è il dono migliore per i nostri sensi. In questi paesaggi rappresento anche la mia progenie con cinque uccellini.
Quali sono le principali tematiche affrontate nella sua opera?
La mia opera esprime ricordi ed esperienze che hanno toccato la mia sensibilità fin da bambina; cerco di affrontare sentimenti di gratitudine e ammirazione verso i contadini e verso tutti coloro che svolgono un mestiere con le loro mani. Affronto anche temi ecologici, facendo un appello urgente alla cura dell’ambiente e sfruttando l’estetica dell’arte come strumento per sensibilizzarci sugli effetti del riscaldamento globale, che altera l’equilibrio della nostra madre terra: casa, rifugio umano e rifugio di ecosistemi e specie fondamentali per lo sviluppo della vita. L’acqua è una risorsa vitale dell’esistenza. Non sono stata estranea alla disumanizzazione della guerra, agli spostamenti forzati e alle sofferenze delle madri e dei bambini vittime del conflitto armato in Colombia e nel mondo; lascio un registro per la memoria come un grido di solidarietà, resistenza e denuncia, mettendo in discussione il silenzio sociale e l’assurdità della guerra.
In quanto artista empirica, hai incontrato il rifiuto di altri artisti?
Personalmente non ho sentito alcun rifiuto. Ma è bello ricordare il rifiuto che le donne hanno subito nel corso della storia e le lotte silenziose di donne coraggiose che sono scese in strada per chiedere giustizia, quando non potevano nemmeno andare all’università, figuriamoci partecipare alla politica. ricoprire cariche pubbliche o esprimersi senza paura come artisti. Qui in Colombia, dopo molte lotte, la donna ha esercitato il suo diritto di voto nel 1957. Per secoli molte donne artiste sono state invisibilizzate nella storia dell’arte da irreverenti e audaci; molti anni – anche secoli dopo – possiamo parlare di loro per riscrivere la storia. Non lontano da noi c’è la colombiana Débora Arango (1907-2005), pioniera dell’espressionismo, riconosciuta per ritrarre l’emarginazione sociale della sua epoca; dipinse nudi, prostitute ed eventi della violenza colombiana che le toccò vivere. Ecco perché la sua opera ha così tanto peso: ha mostrato in modo crudo e sfacciato questa realtà politica. Incomodó tanto che molte volte ritirò le sue opere dalle esposizioni in Colombia e a Madrid. Il suo riconoscimento è arrivato tardivamente; oggi si consolida come la pittrice più importante della storia dell’arte colombiana, simbolo di ribellione e talento critico.
Quali artisti ha influenzato il suo lavoro?
Ricardo Gómez Campuzano (1891-1981), bogotano, riconosciuto come il cantore del paesaggio colombiano. Si è educato in Spagna ed è stato influenzato da Sorolla e Dalí, sviluppando la sua opera tra l’avanguardia impressionista e il paesaggio tradizionale. Jean-François Millet (1814-1875), pittore realista del XIX secolo, figlio di contadini; la sua pittura realistica con tocchi socialisti, che ritraeva l’innocenza dell’uomo contadino, ispirò grandi artisti. Ammiro molto anche Vincent van Gogh e Claude Monet.
Che significato ha per lei esporre la sua opera in spazi pubblici e in diverse città?
Per molti anni ho dipinto per divertimento e non mi preoccupava l’idea di esporre, ma i miei amici mi incoraggiavano costantemente. Da un momento all’altro sono emersi molti inviti, nazionali e internazionali, e in modo virtuale ho ricevuto preziosi riconoscimenti che mi hanno permesso di misurare come reagiscono diverse culture e critici d’arte in ogni spazio. Nelle mie esposizioni in presenza mi piace vedere quel dialogo silenzioso tra l’opera appesa al muro e lo sguardo del pubblico, i suoi gesti di stupore e riflessione. Mi emoziona sentirlo come un premio al mio lavoro; è questo che rinvigorisce l’artista per continuare con l’entusiasmo e la passione che lo caratterizzano.
Quale messaggio desidera condividere con i giovani che stanno iniziando il loro percorso nelle arti figurative?
Direi loro che l’arte è una sorta di catarsi e di espressione personale: dipingere ciò che li emoziona, ciò che li rende felici o ciò che li addolora. Che dipingano con libertà e, soprattutto, con onestà. Che la passione e l’amore sono il nostro motore più importante, accompagnati dall’osservazione costante e dalla perdita della paura di sbagliare. Vi direi anche che la bellezza dei nostri paesaggi e della natura è il maestro più completo che abbiamo ed è a nostra disposizione in modo permanente. Osservandola impariamo la composizione, l’armonia del colore, le texture, la luce e l’ombra. E in questo modo rendiamo grazie a Dio per il dono della creazione.
L’intervistatore è uno scrittore nicaraguense residente in Costa Rica. Contatto: carlosjavierjarquin2690@yahoo.es
María Elcy Ramírez y el encanto colorido de su obra Por Carlos Javier Jarquín
Queridos amigos planetarios: Hoy tengo el privilegio de presentarles a una excelente artista, una mujer a quien admiro profundamente, no solo por su trayectoria, sino por la humanidad que habita en ella. Me refiero a la artista plástica María Elcy Ramírez Cuartas, nacida el 24 de julio de 1954 en el municipio de Sevilla, Valle del Cauca, Colombia. Ella recuerda sus orígenes y el ambiente en que creció: “Mis padres fueron Miguel Antonio Ramírez Guarín, labriego de sueños montañeros y caficultor de profesión, y mi madre, Estefanía Cuartas Gallego, modista de oficio; mientras trabajaba cantaba y escribía versos. Fue allí donde nació mi inspiración: en un ambiente cálido, tranquilo y amoroso donde manos dignas y juiciosas me enseñaron el valor del trabajo honesto. Sevilla, mi solar nativo, me permitió vivir la adolescencia entre lo barrial y lo veredal, en San Antonio”. Crecer y vivir en lo rural siempre será un ambiente inspirador, y aún más para quienes se dedican al arte. Nuestra entrevistada añade: “Crecer entre paisajes cafeteros, atardeceres y amaneceres que solo Sevilla posee; disfrutar de las costumbres y la cotidianidad de mi gente campesina forjó mi alma y mi proyecto artístico. Mi obra le canta a la naturaleza para agradecer a Dios el regalo de la creación, y a mi descendencia, que represento en cinco pajaritos danzantes en medio de los paisajes. Esta conexión tan profunda y espiritual con el paisaje se vuelve melodía, alabanza, oración: un acto de amor y gratitud que es el mejor regalo para los sentidos. Lo tomo como fondo de la escena principal de mis obras, enfocadas en rendir homenaje a los oficios del pasado que se niegan a desaparecer. Oficios que hicieron historia, civilización e idiosincrasia; maneras de ser y de pensar con una carga de arte y tradición que constituían las raíces más profundas de los pueblos y su identidad”. El estilo artístico de Elcy es costumbrista y figurativo, y aborda temáticas diversas, destacando asuntos sociales y la madre naturaleza. Desde estas líneas aprovecho para extenderle mis sinceras felicitaciones a la señora María Elcy, por su valioso trabajo los invito a conocer más de esta artista sudamericana, cuya obra artística es, sin duda, brillante, es un verdadero honor poder compartirles con ustedes amigos lectores esta entrevista. En esta amena charla hablamos de sus influencias y de los temas que aborda, además al final comparte una reflexión y un mensaje dirigido a los jóvenes que aspiran a ser artistas plásticos.
Entrevista: ¿Qué recuerdos constantes guarda de su tierra natal Sevilla en el Departamento del Valle del Cauca?
Es imposible olvidar aquellos lugares donde amamos tanto la vida. Allí estaba la familia unida: mi padre, Miguel Antonio, campesino, labriego de sueños, que cuidaba la tierrita para darnos el sustento. A mi madre la recuerdo amorosa y responsable, apoyando a mi padre y cuidando la casa mientras ejercía su oficio de modista. En ese ambiente familiar, sencillo y tranquilo, se respiraba la frescura del clima sevillano: la niebla acariciando las montañas cafeteras, el verdor de los cultivos florecidos, la música y los nobles campesinos en sus labores.
¿Cuántos años tenía cuando descubrió su vocación por las artes plásticas?
No sé cómo ni cuándo comenzó mi vocación por pintar… sólo puedo decir que siempre me acompañó una sensibilidad profunda por la belleza del color, su armonía en la naturaleza y el goce que me producía palpar tan de cerca, en la finca de mi padre, el canto de los pájaros, el olor de la guayaba madura, el aroma del café recién tostado y mi gente campesina cuidando con tanto amor la tierra. Esos sentimientos tan puros se convirtieron en un deseo interior, una chispa de emociones que de alguna manera tenía que expresar; desde muy joven empecé a pintar.
¿De qué manera influyó en su obra haber crecido entre paisajes coloridos y naturales como los de su pueblo?
Con orgullo puedo decir que Sevilla fue declarada por la UNESCO “Paisaje Cultural Cafetero Patrimonio de la Humanidad” en junio de 2011. Sevilla también es la “Capital Cafetera de Colombia”. Siento que esa relación con la tierra, su generosa biodiversidad, el aire puro, la temperatura promedio de 20 grados centígrados, la vida sencilla, la dignidad y sabiduría de mis campesinos y tanta belleza natural hicieron que el paisaje fuera recurrente en mi obra y luz soñadora para mis sentidos. Regresar a la sencillez de la naturaleza y a su armonía es lo que más me inspira.
Su madre era apasionada por la música y la poesía. ¿Qué opinaba ella de sus primeros trabajos artísticos?
Se emocionaba muchísimo. Ella también fue modista, un ser humano lleno de nobleza y ternura, con una sensibilidad tan genuina que, sin darse cuenta, fue la inspiración de sus hijos. Su amor incondicional, su paciencia y sabiduría fortalecieron nuestras ilusiones, y así fue como cada uno de sus cuatro hijos fue logrando sus metas. Mi hermano mayor, de joven, incursionó en el teatro. Mi hermana Amanda es melómana. Aldemar es poeta, con énfasis en poesía zen; además, es un destacado gestor cultural.
¿En qué consiste su proyecto artístico “Homenaje a los oficios del pasado que se niegan a desaparecer”?
Mi proyecto artístico es poético, sencillo y humano, donde los protagonistas son artesanos: personas que trabajan con sus manos, mente y corazón para regalarnos piezas de arte únicas. De nuestros campesinos exalto su resiliencia para mantener viva la biodiversidad, cuidar el medio ambiente y no dejar morir saberes ancestrales en la cultura alimentaria, el cuidado del agua y técnicas sencillas de siembra, forjando el futuro alimentario en cada semilla y en cada árbol que plantan. En general, hace un homenaje a oficios tradicionales del pasado que hoy persisten con dificultad, resistiendo la automatización de la vida moderna. Oficios que hicieron historia, identidad y espíritu de lucha, formando parte de nuestra memoria colectiva; son los hilos que tejieron la estructura social de nuestros pueblos. Recordemos al alfarero: sus manos de seda no sólo moldeaban objetos, sino también la tierra misma. El cantero, con su amorosa fuerza, domó la piedra y es hoy testimonio de la arquitectura antigua. Y así tantos otros oficios: el zapatero, el carpintero, la modista… fiel ejemplo de ingenio, paciencia y fortaleza.
En sus obras el color verde aparece con frecuencia. ¿A qué se debe esta elección cromática?
Amo el color en toda su expresión; en realidad es quien organiza mis ideas. El color verde, en especial, por ser el más vibrante y símbolo de vida pura en la naturaleza, transmite equilibrio, frescura, calma y serenidad. También lo concibo como un acto de resistencia, con la ilusión y añoranza de tener nuevos frutos de la tierra. Siento una conexión espiritual muy fuerte con la naturaleza; observarla en silencio me permite sentir la presencia de Dios en tanta belleza y la paz profunda que me transmite: ver un amanecer, el sol saliendo por el oriente, el ocaso de un atardecer, una florecita brotando en mi jardín, el canto de los pájaros. Así, los paisajes en mi obra se vuelven melodía y oración, una alabanza a Dios, nuestro Padre, como acto de amor y gratitud por la belleza de la creación, que es el mejor regalo para nuestros sentidos. En estos paisajes también represento a mi descendencia con cinco pajaritos.
¿Cuáles son las principales temáticas que aborda en su obra?
Mi obra expresa recuerdos y vivencias que tocaron mi sensibilidad desde muy niña; trato de abordar sentimientos de gratitud y admiración hacia los campesinos y hacia todos los que realizan un oficio con sus manos. También abordo temas ecológicos, haciendo un llamado urgente al cuidado del medio ambiente y aprovechando la estética del arte como herramienta para sensibilizarnos sobre los efectos del calentamiento global, que altera el equilibrio de nuestra madre tierra: hogar, refugio humano y albergue de ecosistemas y especies fundamentales para el desarrollo de la vida. El agua es un recurso vital de la existencia. Tampoco he sido ajena a la deshumanización de la guerra, los desplazamientos forzados y el sufrimiento de madres y niños víctimas del conflicto armado en Colombia y en el mundo; dejo un registro para la memoria como un grito de solidaridad, resistencia y denuncia, cuestionando el silencio social y lo absurdo de la guerra.
¿Como artista empírica ha enfrentado rechazo por parte de otros artistas?
Personalmente no he sentido rechazo alguno. Pero sí es bueno recordar el rechazo que sufrió la mujer a lo largo de la historia y las luchas silenciosas de mujeres valientes que salieron a las calles a reclamar justicia, cuando ni siquiera podían ir a la universidad, mucho menos participar en política, ejercer cargos públicos o expresarse sin miedo como artistas. Aquí en Colombia, después de muchas luchas, la mujer ejerció su derecho al voto en 1957. Durante siglos muchas mujeres artistas fueron invisibilizadas en la historia del arte por irreverentes y audaces; muchos años —incluso siglos— después podemos hablar de ellas para reescribir la historia. No muy lejos tenemos a la colombiana Débora Arango (1907–2005), pionera del expresionismo, reconocida por retratar la marginación social de su época; pintó desnudos, prostitutas y acontecimientos de la violencia colombiana que le tocó vivir. Por eso su obra tiene tanto peso: mostró de manera cruda y descarnada esa realidad política. Incomodó tanto que muchas veces retiraron sus obras de exposiciones en Colombia y en Madrid. Su reconocimiento llegó tardío; hoy se consolida como la pintora más importante de la historia del arte colombiano, símbolo de rebeldía y talento crítico.
¿Qué artistas considera que han influido en su trabajo?
Ricardo Gómez Campuzano (1891–1981), bogotano, reconocido como el cantor del paisaje colombiano. Se educó en España y fue influenciado por Sorolla y Dalí, desarrollando su obra entre la vanguardia impresionista y el paisajismo tradicional. Jean-François Millet (1814–1875), pintor realista del siglo XIX, hijo de campesinos; su pintura realista con toques socialistas, que retrataba la inocencia del hombre campesino, inspiró a grandes artistas. También admiro mucho a Vincent van Gogh y Claude Monet.
¿Qué significado tiene para usted exponer su obra en espacios públicos y en distintas ciudades?
Durante muchos años pinté por disfrute y no me inquietaba la idea de exponer, pero mis amigos me animaban constantemente. De un momento a otro surgieron muchas invitaciones, nacionales e internacionales, y de manera virtual he recibido valiosos reconocimientos que me han permitido medir cómo reaccionan distintas culturas y críticos de arte en cada espacio. En mis exposiciones presenciales me encanta ver ese diálogo silencioso entre la obra colgada en la pared y la mirada del público, sus gestos de asombro y reflexión. Me emociona sentirlo como un premio a mi trabajo; eso es lo que retroalimenta al artista para seguir con el entusiasmo y la pasión que lo caracterizan.
¿Qué mensaje desea compartir con los jóvenes que están comenzando su camino en las artes plásticas?
Les diría que el arte es una especie de catarsis y expresión personal: que pinten lo que les emociona, lo que les haga felices o lo que les duela. Que pinten con libertad y, sobre todo, con honestidad. Que la pasión y el amor son nuestro motor más importante, acompañados de la observación constante y la pérdida del miedo a equivocarnos. También les diría que la belleza de nuestros paisajes y la naturaleza es la maestra más completa que tenemos y está a nuestro alcance permanentemente. Observándola aprendemos sobre composición, armonía del color, texturas, luz y sombra. Y de paso le damos gracias a Dios por el regalo de la creación.
El entrevistador es escritor nicaragüense radicado en Costa Rica. Contacto: carlosjavierjarquin2690@yahoo.es
Titolo: Gaza. Tecnica: olio su tela. Dimensioni: 62×44 cm. Anno: 2025. Autore: María Elcy Ramírez Cuartas. Cortesia.
Titolo: Sfollamento forzato e sopravvivenza. Tecnica: Olio su tela. Dimensioni: 130 x 70 cm. Autore: María Elcy Ramirez Cuartas. Per gentile concessione.
Foto cortesia condivisa dal giornalista Ignacio Laya – La Guaira
LA GUAIRA È UN DOLORE PERMANENTE
(Floating Chair Press)
Gli effetti delle piogge torrenziali e dei terremoti, che si verificano con relativa frequenza sulla nostra Costa Centrale, sono stati dimenticati.
Basti ricordare le piogge torrenziali del 1951, che misero a nudo l’enorme fragilità delle parrocchie di La Guaira, Macuto e Caraballeda.
Sedici anni dopo quel terribile evento alluvionale, il terremoto del 1967 colpì la zona, seguendo il percorso preciso della faglia tettonica che collega Caracas e Vargas.
Tuttavia, le scosse di assestamento di quell’evento sismico non si erano ancora placate e la documentazione delle sue conseguenze fu relegata nel dimenticatoio della storia pochi mesi dopo.
È questa indifferenza e questo disprezzo che hanno reso La Guaira un dolore perenne oggi.
Nel 1999, 32 anni dopo il terremoto di cui sopra, si verificarono le storiche piogge torrenziali, i cui effetti danteschi si abbatterono sul mondo. Milioni di metri cubi di sedimenti furono spostati attraverso i bacini fluviali, lasciando una scia di morte e cicatrici di dolore che portiamo nelle nostre anime come una processione infinita.
Ora, 27 anni dopo, dobbiamo aggiungere due terremoti gemelli che, nel loro percorso di rilascio della loro energia estrema, hanno colpito un numero considerevole di grattacieli costruiti in zone sismiche note. E di nuovo ecco le immagini desolate della morte, e la cosa più triste e dolorosa è che non possiamo dire al mondo che abbiamo imparato la lezione e che le nostre lacrime non sono state vane.
A volte il dolore che dimora nel mio cuore è così grande che sento che, lungo questo cammino di indifferenza e frammentazione, i vivi invidieranno i morti. (Ignacio Laya)
LA GUAIRA ES UN DOLOR QUE ANDA
(Prensa Cátedra Flotante)
En los cuadernos del olvido se registran los efectos causados por las lluvias torrenciales y los terremotos que con relativa frecuencia ocurren en nuestro Litoral Central. Basta recordar aquellas lluvias torrenciales de 1951 las cuales dejaron al descubierto la enorme fragilidad de las parroquias La Guaira, Macuto y Caraballeda. 16 años después de ese pavoroso evento hídrico ocurre el terremoto de 1967 que trazó la ruta perfecta por donde se extiende la falla tectónica que se desplaza entre Caracas y Vargas. Sin embargo, no habían cesados las réplicas de ese fenómeno telúrico y el registro de las consecuencias a los pocos meses fueron a parar al pipote de la basura. A esa indiferencia y. desprecio se debe que hoy La Guaira sea un Dolor que Anda.
Es que en 1999, 32 años después del referido terremoto, ocurren las históricas lluvias torrenciales cuyos dantescos efectos impactaron al mundo por los millones de metros cúbicos de sedimentos que se desplazaron por las cuencas hidrográficas dejando una estela de muerte y cicatrices de dolor que llevamos en el alma como una interminable procesión.
Ahora, 27 años después, debemos sumar dos terremotos gemelos que encontraron en el camino del desahogo de sus extremas energías a un considerable número de edificaciones elevadas construidas en las conocidas zonas sísmicas y allí están de nuevo las imágenes desoladoras de la muerte y lo más triste y penoso es que no podemos decirle al mundo que aprendimos la lección y que no lloramos en vano. A veces es tanto el dolor que anida mi corazón que presiento, que por ese camino de la indiferencia y la fragmentación los Vivos Vamos a Envidiar a los Muertos. (Ignacio Laya)
A ogni aurora respira la vita che va, che il sole dell’amore illumini il tuo cammino, sveglia la forza che dentro di te assopita sta, e non arrenderti mai al tuo destino.
Forse oggi il giorno non brilla per te, forse nuvole grigie ti fanno ombra sul cuore, ma tutto passa nel mondo, e sai perché? Salvare te stesso è il dono di più valore.
Liberati dal timore che ferisce la via, che frena i tuoi passi sul campo dell’esistenza, alza la testa, cammina con energia, con ferma volontà e fiera costanza.
Illumina il mondo con l’anima tua pura, che bruci nel fuoco di un amore sacro e profondo, e lascia che i tristi pensieri e la gente oscura volino via, svanendo dal tuo mondo.
Dona la pace, l’umanità e la bontà, nutri il cuore che di affetto è affamato, sostienilo con forza, offri la tua pietà, perché la gioia di vivere non sia un passato.
Arricchendo la terra di vera bellezza, anche te stesso di oro potrai colmare, poiché ciò che vale e non conosce vecchiazza, lascia una scia che il tempo non può cancellare.
Vivi e aiuta a vivere, senza timore, che i tuoi caldi raggi scaldino l’altrui tormento, perché l’essenza di un limpido e puro amore è assai più forte di ogni furioso vento.