Foto screenshot di inizio programma con Angel Valeriano -Perú, Pietro La Barbera ed Elisa Mascia -Italia
Biografia
Ángel Valeriano, originario della provincia di Ferreñafe, Lambayeque, Perù. Nato il 22 aprile 1992. All’età di 16 anni lasciò la sua città natale e arrivò a Lima, dove iniziò e sviluppò tutta la sua carriera letteraria.
Nel 2011 ha pubblicato le raccolte di poesie “Agonia” e “Ombra”. Con questi inizia la sua partecipazione al mondo della letteratura nel noto programma culturale “Venerdì letterari”, diretto dal poeta Juan Benavente.
Nel 2012, le sue poesie sono state pubblicate sulla leggendaria rivista letteraria “La Tortuga Ecuestre”, per celebrare il quarantesimo anniversario della rivista. Nel 2013 ha pubblicato altri due opuscoli di poesie, “The Allied Body of the Prisoner” e “…”. Nello stesso anno è stato co-conduttore del programma radiofonico “Alla ricerca di nuovi leader peruviani” (Radio Obras-RBC). Un programma con temi sociopolitici e culturali.
Nel 2014 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, “Charcos de Sangre”.
Nel 2016 ha co-fondato il quotidiano “Generación Desconocida”, la cui partecipazione è stata limitata solo alla prima edizione. L’anno successivo è stato relatore nel programma televisivo digitale “Déjame Qué Te Cuente Perú”, un programma che divulgava la storia del Perù, durante una breve partecipazione al Collettivo Javier Prado. Nello stesso anno pubblicò la sua seconda raccolta di poesie intitolata “Crepitaciones de la Carne”.
Da marzo 2018 è direttore della rivista multidisciplinare “La Voz Ausente”, di cui è anche fondatore.
Tra il 2018 e il 2019 ha condotto il talk show “Confidencias en el Tiempo” su HCM Radio TV.
Nel giugno 2020 ha pubblicato il suo terzo libro, il primo di narrativa, intitolato “Schizophrenic Stories”. Attualmente organizza recital, presentazioni di libri e interviste virtuali attraverso la piattaforma digitale della rivista La Voz Ausente
Domande
1. Come dialoga il tuo paesaggio interiore con quello della tua terra?
C’è sicuramente un legame ineludibile, nel senso che l’arte è parte della cultura.
Ciò che ho fatto finora, attraverso la mia poesia, è stata in qualche modo una descrizione di luoghi, di anime, di idee; Questo dialogo avviene attraverso il linguaggio e ciò che in esso si propone come discorso estetico che nasce dalla realtà; questa realtà ci viene posta davanti e diventa una sfida cercare di trasformarla.
Essere peruviani, essere latinoamericani, significa vivere una lotta costante per un futuro migliore. Significa anche confrontarsi, dall’interno, con ciò che emerge come arte, un intero sistema che disdegna e sbeffeggia un’arte che mette in discussione e non è complice degli interessi subordinati di un governo al potere o di un sistema superficiale e mercantilista.
2. Il tuo linguaggio poetico è una scelta estetica, una radice o una ferita?
In una delle poesie del mio libro “Catábasis” dico in un paio di versi: “se non ci sono ferite/cosa sono allora le parole?
Credo che la mia poesia, la mia letteratura, nascano inizialmente dalle ferite, dalle esperienze, dalle esperienze più dure, sia individuali che collettive. Emerge in forma grezza, a torrenti, in modo viscerale, ma è la correzione, la manipolazione del linguaggio allegorico, simbolico, cioè retorico, che gli conferisce l’estetica necessaria affinché un testo abbia gli elementi che lo rendono letteratura, anche se, naturalmente, è un duro lavoro e si è sempre in continuo apprendimento.
3. Quale silenzio ti è più familiare: quello della giungla o quello del deserto?
Quella del deserto, ovviamente, sotto diversi aspetti. Sono nato nel nord del Perù, in una provincia chiamata Ferreñafe. A nord, i paesaggi sono più aridi, desertici. La costa peruviana è desertica. È la sua vicinanza al mare che gli conferisce una certa vitalità, ma è di per sé un paesaggio un po’ desolato. Ora vivo a Lima, ma in periferia, in un posto chiamato Pachacútec, che in realtà è una zona sabbiosa che si sta gradualmente urbanizzando. Dal punto di vista geografico il deserto mi è molto familiare, ma anche dal punto di vista spirituale il deserto è il nulla, il vuoto, l’oscurità, e questa è la forza motrice delle mie creazioni. Essi nascono da un vuoto che non è solo individuale ma collettivo, perché appartengo alla classe inferiore, alla classe della privazione, del bisogno, la classe che popola i deserti e dà loro vita, ma che mantiene sempre quella malinconia caratteristica degli indifesi.
4. La storia del tuo Paese è un peso o una fonte di ispirazione creativa?
È sicuramente una fonte di creatività, una fonte di ispirazione e una fonte che mi spinge a impegnarmi per un Paese migliore sotto molti aspetti. Il Perù ha una storia ricca e antica. È un paese vasto, ma purtroppo è sempre stato nelle mani dei poveri. Di conseguenza, è un paese con enormi divari socioeconomici e ferite enormi che non possono guarire. La realtà del mio Paese è la mia principale fonte di creatività, ma non mi fermo qui. Stiamo lavorando collettivamente, con le nostre risorse, le nostre idee, la nostra arte, per dare il nostro contributo affinché un giorno il Perù diventi un paese in cui, almeno, sognare non sia solo un’illusione e dove le opportunità e la vita siano più dignitose per tutti.
5. Quando scrivi, cerchi di ricordare o di dimenticare?
Penso entrambe le cose, ricordare è importante, anzi, a livello sociale e collettivo, è necessario, è da lì che nasce la proiezione storica delle persone, per non commettere gli stessi errori del passato, per migliorarli e intravedere un futuro più incoraggiante, però penso che dimenticare abbia più a che fare con l’individuo e, a volte, ci sono cose che è meglio dimenticare, perché altrimenti vivi con una sofferenza che ti lega e non ti permette di andare avanti. Anche se, naturalmente, non è una cosa così facile come sembra.
6. Hai mai scritto qualcosa che avevi paura di rileggere?
Sì, infatti è stato pubblicato. Ho un libro di narrativa intitolato “Storie schizofreniche”. Da quando l’ho pubblicato nel 2020, non l’ho più riletto. Ho paura di farlo perché significherebbe riportare al presente cose che non dovrebbero tornare. Ho scritto quel libro in un periodo molto buio. Sembra comunque che l’editore che l’ha pubblicato pubblicherà una seconda edizione. Bene, vedremo.
7. Cosa sopravvive nella poesia e cosa muore nella vita di tutti i giorni?
Umanità. E questo significa molto, perché parlare dell’umanità è una cosa, parlare degli esseri umani è un’altra. L’umanità muore ogni giorno, scompare. Basta guardare Gaza per capire, o meglio, quello che sta succedendo nel mio Paese è brutale.
8. Se la tua poesia fosse una resistenza, contro cosa combatterebbe oggi?
Contro l’indifferenza.
L’indifferenza è in gran parte responsabile del disastro che il mondo sta vivendo. Non impegnarsi, non schierarsi, non prendere posizione, aspettare che lo faccia qualcun altro è un modo miserabile di vivere. Essere indifferenti significa essere apolitici, in senso aristotelico.
Il fatto è che gli esseri umani sono socievoli e gregari per natura, ed essere indifferenti alla società significa semplicemente essere come oggetti inanimati o essere complici della putrefazione che ci divora.
Poesie
Dal libro “Pools of Blood” (2014)
1- Uccelli rapaci
Si vestono in modo molto alla moda
con scarpe lucide che nascondono i loro artigli sporchi,
indossano smoking
e una collana di perle dall’Africa prosciugata,
hanno denti aguzzi
e di tanto in tanto mostrano i loro perfidi becchi,
che sono come i coltelli di un comune assassino,
Nascondono il loro piumaggio screziato sotto la seta importata
e ogni mattina,
Hanno latte e marmellata per colazione,
ecco come sono i rapaci
A pranzo servono lo stufato di costolette
e cenano a mezzanotte
chiuso in una stanza dorata,
Si nutrono di carne arrostita delle loro stesse vittime
bevono il sudore dalle tazze di porcellana
e per soddisfare la loro voglia
bevono il sangue della patria,
poi dormono, e quando spunta l’alba
Si travestono da tenere colombe bianche
si vestono di nuovo con abiti costosi
si adornano con i loro gioielli
profumare le loro ali e le loro cravatte
e aspettano ancora una volta,
fino al momento della distribuzione
per strappare e beccare le loro vittime,
per nutrirci a vicenda
finché non soddisfano la loro gola
sono così,
perché sono uccelli rapaci
Portano il fetore della morte sulle zampe
e dove mordono,
Lasciano la macchia della loro sventura.
Dal libro “Crepitii della carne” (2017)
2- UMANI
All’improvviso senti che il dolore se ne va
che la gioia e la felicità ritornino
quella pace interiore che ti dice quanto sei vivo.
Finché non vai a fare una passeggiata
e ti imbatti ancora una volta nella terribile realtà
con quel mondo di disordine, di inadeguatezza
con i volti abbattuti dalla routine e dalla tristezza,
poi ritorni di nuovo nella fossa della miseria
ricadi nel dolore e nella sofferenza
inizi ad odiare il mondo
credi meno nell’amore
sei assente da tutto, anche da te stesso
e finisci abbandonato
come un mendicante che muore nella desolazione.
All’improvviso ti senti come se non fossi più lo stesso
hai desideri di non esistere
vuoi toglierti la vita
vuoi morire,
perché pensi a quanto sia terribile la vita
e quanto è difficile vivere.
All’improvviso mio fratello
ti accorgi che non hai più fratelli
ti ritrovi solo
sotto il cielo scuro che accompagna i tuoi passi
guardi ai tuoi lati
e vedi in ogni traccia una costola
vedi un polmone annegato in ogni angolo
e su ogni pista vedi la morte dei tuoi connazionali.
Guardi indietro
e vedi serpenti che strisciano, inseguendo le tue impronte
Vedi come muore il figlio del padre dimenticato
Vedi come la madre piange ai piedi del figliastro
vedi come il ladro uccide i sogni
vedi come il cadavere si solleva
e accusa noi che ancora respiriamo
dice loro che siamo i viventi
i responsabili della tristezza e degli abusi.
E all’improvviso tutto finisce
tutto diventa niente
il mondo diventa disumano
la società ti seppellisce vivo
e all’improvviso le tue ossa sono ammaccate,
i mendicanti seguono i tuoi passi
I poveri vecchi ti prestano il loro bastone
e tu, essendo un poeta che conosce il dolore
preferisci morire piuttosto che cambiare schieramento.
All’improvviso gli occhi del mondo piangono
i corpi si degradano
le menti impazziscono ogni mattina
i cuori sanguinano
i piedi abbandonano le loro speranze
le mani non vogliono essere di supporto
e all’improvviso tutto marcisce
tutto finisce, idee, versi
l’umanità non è più umana.
E l’hai lasciata morire.
Sì, l’hai fatto, poi hai voluto rianimarlo
ma ti sei reso conto che era troppo tardi
hai perso ciò che avevi guadagnato
hai pianto invano
e solo allora hai capito,
che la vita non ci insegna ad essere uomini
ma essere Umani.
Dal libro “Catabasis” (2022)
3- Primo inciampo
(Caduta necessaria)
Dimmi cosa disprezzi
per sapere cosa rappresenti
Dimmi se hai visto i cani che ingoiano la nostra povertà
sotto un palo di lucciole privatizzato,
Dimmi come si sente un poeta
Voglio sapere gli ingredienti della ricetta
per brevettare l’homunculus che alla fine
erediterà segretamente i tuoi vizi intrinseci
i tuoi desideri segreti
i tuoi pensieri più bassi
e forse,
cadrà come chiunque altro.
Dimmi
Come si forgia un poeta?
In che modo gli anni plasmano il tuo nome?
Come impari a mentire?
creare illusioni senza mostrare illusioni
essere un eroe terreno
nel mezzo del disordine più autentico?
Come scrive un poeta?
dimmi se alla fine del periodo
la poesia muore
deforme
o un verso di undici sillabe
infrange la metrica per ferire il suo partner
e un gerundio attacca colui che stava scrivendo
e se vai al recital
Continuo a scendere,
Voglio sapere come sognano i poeti
dimmi se ami davvero
Se odiano quanto nessuno si aspetta
Dimmi se sono opera di un pistillo in primavera
o sono lo zigote di qualche anomalia tra chimere sfocate,
dimmi cos’è un poeta
La sua militanza è utile a qualche cosa?
Questa caduta non è un fallimento.
È la ferita essenziale
per conoscere il sangue di chi cammina
di colui che si dichiara Poeta
è una caduta necessaria
se non ci sono ferite
Cosa sono allora le parole?
Hola Hola gente maravillosa!! ¡¡Feliz domingo!!
Buenos días, tardes o noches, según el País donde estés conectado un cordial saludo para todos.
Gracias por seguir en este maravilloso espacio donde la presencia de cada uno de ustedes es muy bienvenida.
Junto a Pietro La Barbera continuamos nuestra búsqueda de la “Verdadera Belleza” conociendo el alma especial de
Ángel Valeriano- Perù presentado de nuestro amigo poeta gestore cultural Carlos Jarquin a quien agradezco su disponibilidad y colaboración para presentarnos a personas especiales
Biografía:
Ángel Valeriano, natural de la provincia de Ferreñafe, Lambayeque, Perú. Nacido el 22 de abril de 1992. A la edad de 16 años abandona su ciudad natal y llega a Lima, ciudad en la que inicia y desarrolla toda su trayectoria literaria.
El año 2011 publica las plaquetas de poesía “Agonía” y “Sombra”. Con las que empieza su participación en el mundo de las letras en el conocido programa cultural “Viernes Literarios”, que dirige el poeta Juan Benavente.
El 2012 aparecen publicados sus poemas en la legendaria revista literaria “La Tortuga Ecuestre”, con motivo de la celebración de los cuarenta años de dicha revista. El 2013 pública otras dos plaquetas de poesía “El Cuerpo Aliado del Reo” y “…”, ese mismo año fue Coconductor del programa radial “Buscando Nuevos Líderes Peruanos” (Radio Obras-RBC). Un programa de temática sociopolítica y cultural.
El 2014 publica su primer poemario “Charcos de Sangre”.
El 2016 Cofunda el periódico “Generación Desconocida”, cuya participación se limitó solo a la primera edición. Al año siguiente es panelista en el programa de Tv digital “Déjame Qué Te Cuente Perú”, programa de difusión de la historia del Perú, durante una breve participación en el Colectivo Javier Prado, ese mismo año publica su segundo poemario titulado “Crepitaciones de la Carne”.
Desde marzo del 2018 es director de la Revista multidisciplinaria “La Voz Ausente”, de la cual, además, es fundador.
Entre el 2018 y 2019 condujo el programa de entrevistas “Confidencias en el Tiempo”, en HCM Radio TV.
En junio del 2020 publica su tercer libro, el primero de narrativa titulado “Relatos Esquizofrénicos”. Actualmente organiza recitales, presentaciones de libros y entrevistas virtuales a través de la plataforma digital de la Revista La Voz Ausente.
Preguntas
1. ¿Cómo dialoga tu paisaje interior con el de tu tierra?
Definitivamente, hay una conexión ineludible, en el sentido en que el arte es parte de la cultura.
Lo que he hecho hasta ahora, a través de mi poesía, de alguna forma, ha sido una descripción de lugares, de almas, de ideas; ese diálogo se da a través del lenguaje y lo que en él se propone a modo de un discurso estético que surge de la realidad, esa realidad se nos pone al frente y se torna un reto intentar transformarla.
Ser peruano, ser latinoamericano es vivir en una lucha constante por un futuro mejor, es, además, enfrentarse, desde el interior que surge a modo de arte, a todo un sistema que desdeña y desprecia el arte que cuestiona y que no es cómplice de los intereses subalternos de algún gobierno de turno o de un sistema mercantilista y superficial.
2. ¿Tu lenguaje poético es una elección estética, una raíz o una herida?
En uno de los poemas de mi libro “Catábasis” digo en un par de versos: “si no hay heridas/¿qué son entonces las palabras?
Creo que mi poesía, mi literatura, surgen inicialmente de las heridas, de las vivencias, de las experiencias más duras, tanto individuales como colectivas, surge en forma bruta, a borbotones, de manera visceral, pero es la corrección, el manejo del lenguaje alegórico, simbólico, es decir, retórico el que le da la estética necesaria para que un texto tenga los elementos que lo convierten en literatura, aunque, claro, es un arduo trabajo y siempre se está en un constante aprendizaje.
3. ¿Qué silencio te resulta más familiar: el de la selva o el del desierto?
El del desierto, desde luego, en diferentes aspectos. Yo nací en el norte del Perú, en una provincia llamada Ferreñafe, en el norte los paisajes son más áridos, desérticos, la costa peruana es desértica, es su cercanía al mar la que le da cierta vida, pero es en sí un paisaje un tanto desolador. Ahora vivo en Lima, pero en la periferia, en un lugar llamado Pachacútec, que es en realidad un arenal que se va urbanizando poco a poco. En un sentido geográfico el desierto me es muy familiar, pero también en un sentido espiritual, el desierto es la nada, el vacío, lo sombrío, y eso es el motor de mis creaciones, surgen de un vacío que no solo es individual, sino, colectivo, porque pertenezco a la clase baja, la clase de las carencias, de las necesidades, la clase que puebla los desiertos y les da vida, pero que mantiene siempre esa melancolía propia de los desamparados.
4. ¿La historia de tu país es una carga o una fuente de fuego creativo?
Definitivamente, es una fuente de creatividad, una fuente de inspiración y una fuente que me empuja a luchar por ver un país mejor en distintos aspectos. El Perú tiene una historia milenaria, muy rica, es un país enorme, pero que, lamentablemente siempre ha estado en manos de miserables, de ahí que, es un país con enormes brechas socioeconómicas y con gigantescas heridas que no pueden cicatrizar. La realidad de mi país es mi principal fuente de creatividad, pero no me quedo ahí, colectivamente estamos trabajando, con nuestros recursos, nuestras ideas, nuestro arte, para aportar en algo a que un día el Perú sea un país en el que, por lo menos, soñar, no sea solo una ilusión y en el que las oportunidades y la vida sean más dignas para todos.
5. ¿Cuándo escribes, ¿intentas recordar u olvidar?
Creo que ambas cosas, recordar es importante, es más, a nivel social y colectivo, es necesario, de ahí viene la proyección histórica de los pueblos, para evitar cometer los mismos errores del pasado, para mejorarlos y vislumbrar un futuro más alentador, sin embargo, pienso que, olvidar tiene que ver más con el individuo y, a veces, hay cosas que es mejor olvidarlas, porque de lo contrario se vive con un sufrimiento que ata y no permite avanzar. Aunque, claro, no es algo que sea tan fácil como parece.
6. ¿Alguna vez has escrito algo que tenías miedo de releer?
Sí, es más, está publicado, tengo un libro de narrativa titulado “Relatos Esquizofrénicos”, desde que lo publiqué en el 2020, no he vuelto a releerlo, temo hacerlo, porque eso significaría traer al presenta cosas que no deben volver, ese libro lo escribí en una etapa muy oscura, sin embargo, parece que el editor que lo publicó, sacará una segunda edición, en fin, ya veremos.
7. ¿Qué sobrevive en la poesía que muere en la vida cotidiana?
La humanidad. Y eso significa mucho porque hablar de humanidad es una cosa y hablar de seres humanos es otra. La humanidad muere cada día, desaparece, basta con mirar a Gaza y nos daremos cuenta, o aquí mismo, lo que sucede en mi país es brutal.
8. ¿Si tu poesía fuera una resistencia ¿contra qué lucharía hoy?
Contra la indiferencia.
La indiferencia es, en gran medida, responsable de la debacle que vive el mundo, el no involucrarse, no tomar partido, no tomar una posición, esperar que sea otro el que lo haga, es una forma miserable de vivir, ser indiferente es ser apolítico, en un sentido aristotélico.
Es que el ser humano es de naturaleza social, gregaria, y ser indiferente en la sociedad es simplemente, ser como un objeto inanimado o ser cómplice de la putrefacción que nos carcome.
Poemas
Del libro “Charcos de Sangre” (2014)
1- Aves de rapiña
Visten muy a la moda
con zapatos brillosos que esconden sus sucias garras,
llevan esmoquin
y un collar de perlas provenientes de la desangrada África,
tienen los dientes afilados
y de vez en cuando muestran sus pérfidos picos,
que son como los cuchillos de un vulgar asesino,
esconden su plumaje abigarrado bajo la ceda importada
y todas las mañanas,
desayunan leche con Mermelada,
así son las aves de rapiña
almuerzan guisado de costillas
y cenan a la media noche
encerrados en un salón dorado,
cenan carne asada de sus propias víctimas
beben sudor en tazas de porcelana
y para satisfacer su buche
beben la sangre de la patria,
luego duermen, y cuando amanece
se disfrazan de tiernas palomas blancas
vuelven a vestir con ropas caras
se adornan con sus alhajas
perfuman sus alas y sus corbatas
y esperan una vez más,
a que llegue la hora de la repartija
para desgarrar y picotear a sus víctimas,
para alimentarse entre ellas
hasta saciar con la gula sus tripas
así son,
porque son aves de rapiña
llevan el hedor a muerte en sus patas
y donde pican,
dejan la mancha de su desgracia.
Del libro “Crepitaciones de la Carne” (2017)
2- HUMANOS
De pronto sientes que la pena se va
que regresa la alegría, la felicidad
esa paz interior que te dice cuan vivo estás.
Hasta que sales a caminar
y te encuentras una vez más con la terrible realidad
con ese mundo de desorden, de insuficiencia
con rostros abatidos por la rutina y la tristeza,
entonces vuelves otra vez al hoyo de la miseria
caes nuevamente en la pena y el dolor
comienzas a detestar al mundo
crees menos en el amor
te ausentas de todo, incluso de ti mismo
y terminas abandonado
cual mendigo que muere en la desolación.
De pronto sientes que ya no eres el mismo
tienes deseos de no existir
quieres arrancarte la vida
quieres morir,
porque piensas cuan terrible es la vida
y cuan duro es vivir.
De pronto hermano mío
notas que ya no tienes hermanos
te encuentras solo
bajo el oscuro cielo que acompaña tus pasos
miras a tus costados
y ves en cada rastro una costilla
ves en cada esquina un pulmón ahogado
y en cada pista ves la muerte de tus coterráneos.
Vuelves tu mirada hacia atrás
y ves sierpes que se arrastran persiguiendo tus huellas
ves como muere el hijo del padre olvidado
ves como la madre llora a los pies de su hijastro
ves como el ladrón mata los sueños
ves como el cadáver se levanta
y acusa a los que aún respiramos
les dice que somos los Vivos
los culpables de la tristeza y el maltrato.
Y de pronto todo se acaba
todo se vuelve nada
el mundo se torna inhumano
la sociedad te sepulta vivo
y de pronto tus huesos son magullados,
los mendigos acompañan tus pasos
los pobres ancianos te prestan su bastón
y tú, siendo un poeta que conoce el dolor
prefieres morir, antes que cambiar de bando.
De pronto los ojos del mundo lloran
los cuerpos se degradan
las mentes se desquician cada mañana
los corazones se desangran
los pies abandonan sus esperanzas
las manos no quieren ser solidarias
y de pronto, todo se pudre
todo se acaba, las ideas, los versos
la humanidad, ya no es humana.
Y tú la dejaste morir.
Sí, lo hiciste, luego querías revivirla
pero te diste cuenta que ya era demasiado tarde
perdiste lo que habías ganado
lloraste en vano
y recién allí entendiste,
que la vida no nos enseña a ser hombres
sino, a ser Humanos.
Del libro “Catábasis” (2022)
3- Primer Tropiezo
(Caída Necesaria)
Dime lo que desprecias
para saber lo que defiendes
dime si has visto a los perros tragándose nuestra pobreza
bajo un poste de privatizada luciérnaga,
dime como siente un Poeta
quiero saber los ingredientes de la receta
para patentar el homúnculo que a la postre
heredará secretamente tus intrínsecos vicios
tus secretos deseos
tus más bajos pensamientos
y quizá,
caerá también como lo hace cualquiera.
Cuéntame
¿cómo se forja un Poeta?
¿cómo fraguan los años su nombre?
¿cómo aprende a mentir?
a ilusionar sin mostrar ilusiones
¿a ser un héroe terrenal
en medio del más auténtico desorden?
¿cómo escribe un Poeta?
dime si al final del punto
muere el poema
deforme
o un verso endecasílabo
rompe la métrica para herir a su compañero
y un gerundio ataca al que iba escribiendo
y si tú vas al recital
yo sigo cuesta abajo,
quiero saber cómo sueñan los Poetas
dime si de verdad aman
si odian tanto como nadie lo espera
dime si son hechura de un pistilo en primavera
o son el cigoto de alguna anomalía entre borrosas quimeras,
dime que es un Poeta
¿sirve acaso su militancia?
No es esta caída un fracaso
es la herida imprescindible
para conocer la sangre del que anda
del que dice ser Poeta
es una caída necesaria
si no hay heridas
¿qué son entonces las palabras?
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