Il poeta giornalista Carlos Jarquin scrive e condivide l’articolo:  “Passione e disciplina possono trasformare la vita” e presenta Violeta Calerò Díaz

Violeta Calero Díaz: Foto 12/06/25 per gentile concessione di Violeta Calero

Passione e disciplina possono trasformare la vita

Di Carlos Javier Jarquín

Viviamo in tempi difficili, in cui il rumore e la fretta costanti sembrano distruggere i valori che un tempo ci guidavano. È doloroso osservare come intere generazioni, dagli anni Novanta a oggi, abbiano imboccato strade che promettono gratificazioni immediate, ma lasciano cicatrici profonde e, spesso, cicatrici difficili da guarire. L’incertezza riguarda tutti noi, ma colpisce in modo particolarmente duro le donne, che devono affrontare sfide invisibili ai più.

Tuttavia, anche nel mezzo della tempesta, ci sono luci che si rifiutano di spegnersi. Sono quelle anime coraggiose che, con disciplina e passione, navigano nell’oceano della conoscenza digitale e trasformano la tecnologia in un alleato per la propria crescita personale e per il bene comune. Oggi voglio condividere la storia di una di queste luci: la nicaraguense Violeta Isabel Calero Díaz.

Nata nei primi anni Novanta, Violeta è una brillante eccezione in un mondo in cui molti giovani inseguono la fama passeggera o il denaro facile. Fin da bambina, la sua vita è stata un continuo percorso di apprendimento e dedizione. Il suo sguardo riflette una rara nobiltà e il suo sorriso, delicato e pieno di speranza, illumina qualsiasi luogo si trovi.

Parlare con lei è un vero dono. La sua saggezza invita a una profonda riflessione e la sua presenza ci ispira a riprendere quei sogni che, per paura o per conforto, a volte mettiamo in attesa. Violeta non cerca di impressionare; vive con la convinzione che la sua missione in questo mondo sia unica e significativa. Non ha mai dubitato del contributo che può dare alla società attraverso ciò che la appassiona.

Nel corso dei suoi 35 anni, Violeta ha dovuto affrontare sfide che avrebbero abbattuto molti, ma la sua fede e la sua forza l’hanno sempre risollevata. Oggi, con tre lauree universitarie (una in Teologia, una in Medicina generale, una in Medicina naturale e ortopedica e una in Ingegneria zootecnica) e un’iniziativa imprenditoriale di successo condita da generosità, è un esempio vivente che passione e disciplina possono trasformare la vita.

La sua storia ci ricorda che la giovinezza non è un periodo da sprecare, ma un’opportunità per piantare i semi di un futuro promettente. In un mondo saturo di distrazioni e “virus” digitali che spesso danneggiano la mente, ha scelto di nutrire il suo spirito con la conoscenza, l’arte, la spiritualità e l’amore per la natura.

A tutte le giovani donne che, come Violeta, dedicano la loro vita alla crescita personale e allo studio, dico: il mondo ha bisogno di voi. C’è bisogno di donne coraggiose e indipendenti che, con il loro impegno e i loro sorrisi, diano speranza e luce. La vostra dedizione è un atto d’amore non solo verso voi stessi, ma verso tutta l’umanità. Forse non immagini l’influenza che puoi avere su coloro che vengono a conoscenza della tua eredità. Sarai l’orgoglio delle generazioni future. Non aver paura: osa conquistare i tuoi sogni.

Non permettere a nessuno di offuscare la tua luce o di farti credere che i tuoi sogni siano impossibili. Ricorda che ogni traguardo richiede sacrificio e disciplina, ma è anche la chiave che apre porte che sembrano chiuse. Approfitta di ogni giorno per imparare, esplorare nuovi mondi e scoprire talenti nascosti. Oggigiorno le vie per acquisire conoscenza sono infiniti; Non perderti nei social media, che spesso avvelenano più di quanto nutrano.

Voi, giovani, siete la speranza di cui questo mondo ha bisogno per trasformarsi ed evolversi con trasparenza e amore. Sono pienamente convinto che la sua eredità sarà luminosa e duratura. Questo messaggio, pieno di ammirazione e speranza, è rivolto a tutti voi che, con la vostra luce, abbellite questa fase chiamata vita.

Godetevi ogni istante di questo viaggio terreno, ma soprattutto lasciate tracce profonde che le generazioni future prenderanno come riferimento. Non lasciare che la vita ti scivoli via dalle mani e che il passare del tempo ti lasci l’amaro sapore delle opportunità perse. Non lasciarti sedurre dai piaceri fugaci che hanno solo effetti distruttivi, in un mondo che, sebbene apparentemente stimolante, può rivelarsi una trappola.

Vi invito a riflettere sulla vostra vita e a usare questo messaggio come luce sul vostro cammino. Ricorda: la giovinezza, l’energia, la passione e la forza non sono eterne. Verrà il momento in cui le tue energie appassiranno; Pertanto, il momento giusto per iniziare a scrivere la tua storia è adesso. Chi non sa apprezzare il presente vivrà un domani legato a ciò che avrà lasciato passare.

L’autore è uno scrittore, poeta e editorialista nicaraguense.

Contatto: carlosjavierjarquin2690@yahoo.es

Violeta Calero Díaz, attualmente studia la sua terza carriera professionale; è Ingegneria in Zootecnia. Foto: 12/06/25 per gentile concessione di Violeta Calero

La pasión y la disciplina pueden transformar vidas


Por Carlos Javier Jarquín


Vivimos tiempos desafiantes, donde el ruido constante y la prisa parecen arrasar con los valores que alguna vez nos guiaron. Es doloroso observar cómo generaciones enteras, desde los años noventa hasta hoy, han transitado por caminos que prometen gratificación instantánea, pero dejan huellas profundas y, a menudo, cicatrices difíciles de sanar. La incertidumbre nos alcanza a todos, pero golpea con especial fuerza a las mujeres, quienes enfrentan retos invisibles para muchos.
Sin embargo, incluso en medio de la tormenta, existen luces que se resisten a apagarse. Son esas almas valientes que, con disciplina y pasión, navegan el océano del conocimiento digital y transforman la tecnología en una aliada para su propio crecimiento y el bien común. Hoy quiero compartir la historia de una de esas luces: la nicaragüense Violeta Isabel Calero Díaz.
Nacida a principios de los noventa, Violeta es una excepción luminosa en un mundo donde muchos jóvenes persiguen la fama efímera o el dinero fácil. Desde pequeña, su vida ha sido un viaje constante de aprendizaje y entrega. Su mirada refleja una nobleza poco común, y su sonrisa, delicada y llena de esperanza, ilumina cualquier lugar donde se encuentre.
Conversar con ella es un verdadero regalo. Su sabiduría invita a la reflexión profunda, y su presencia inspira a retomar esos sueños que, por miedo o comodidad, a veces dejamos en pausa. Violeta no busca impresionar; vive con la convicción de que su misión en este mundo es única y significativa. Nunca ha dudado de lo que puede aportar a la sociedad desde aquello que la apasiona.
A lo largo de sus 35 años, Violeta ha enfrentado desafíos que habrían derribado a muchos, pero su fe y fortaleza la han levantado una y otra vez. Hoy, con tres carreras universitarias —Licenciatura en Humanidades con mención en Teología, Medicina General Naturó Ortopática e Ingeniería en Zootecnia— y un emprendimiento exitoso bordado con generosidad, es un ejemplo vivo de que la pasión y la disciplina pueden transformar vidas.
Su historia nos recuerda que la juventud no es un tiempo para desperdiciar, sino una oportunidad para sembrar las semillas de un futuro prometedor. En un mundo saturado de distracciones y “virus” digitales que a menudo dañan la mente, ella ha elegido alimentar su espíritu con conocimiento, arte, espiritualidad y amor por la naturaleza.
A todas las jóvenes que, como Violeta, dedican su vida al crecimiento personal y al estudio, les digo: el mundo las necesita. Necesita mujeres valientes, independientes, que con su esfuerzo y su sonrisa regalen esperanza y luz. Su dedicación es un acto de amor, no solo hacia ustedes mismas, sino hacia toda la humanidad. Tal vez no imaginen la influencia que pueden ejercer en quienes conozcan su legado. Ustedes serán el orgullo de las generaciones venideras. No tengan miedo: atrévanse a conquistar sus sueños.
No permitan que nadie apague su luz ni les haga creer que sus sueños son imposibles. Recuerden que todo logro exige sacrificio y disciplina, pero también es la llave que abre puertas que parecen cerradas. Aprovechen cada día para aprender, explorar nuevos mundos y descubrir talentos ocultos. Hoy, las formas de adquirir conocimiento son infinitas; no se pierdan en redes sociales que, a menudo, intoxican más de lo que nutren.
Ustedes, jóvenes, son la esperanza que este mundo necesita para transformarse y evolucionar con transparencia y amor. Confío plenamente en que su legado será brillante y duradero. Este mensaje, lleno de admiración y esperanza, es para todas ustedes que, con su luz, embellecen este escenario llamado vida.
Disfruten cada instante de este viaje terrenal, pero sobre todo, dejen huellas profundas que las generaciones futuras tomarán como referencia. No permitan que la vida se les escape entre los dedos, ni que el paso del tiempo les deje el amargo sabor de las oportunidades perdidas. No se dejen seducir por placeres efímeros que solo destruyen, en un mundo que, aunque parece inspirador, puede ser una trampa.
Las invito a reflexionar sobre su vida y a tomar este mensaje como una luz en su camino. Recuerden: la juventud, la energía, la pasión y la fuerza no son eternas. Llegará el momento en que sus energías se marchiten; por eso, la oportunidad de comenzar a escribir su historia es ahora. Quien no sabe apreciar el presente, vivirá un mañana atado a lo que dejó pasar.

Carlos Javier Jarquín, scrittore nicaraguense residente in Costa Rica.  Foto: 12/06/25

El autor es escritor, poeta y columnista nicaragüense.
Contacto: carlosjavierjarquin2690@yahoo.es

La poesia: ” La tua voce” del poeta, scrittore, critico letterario Kareem Abdullah -Iraq

Foto cortesia del prof Kareem Abdullah -Iraq

La tua voce


La tua voce è un fiore selvatico il cui profumo non appassisce,
il suo profumo è una musica gitana che danza sulle note dei sogni,
gli uccelli muti gareggiano per origliare,
forse per rubare un frammento del tuo timido bagliore
che restituisca loro la voce.

La tua voce è un fiore selvatico svelato dal silenzio,
le farfalle corrono a circondarla come ancelle,
e senza vergogna rubano qualche tuo colore.

La tua voce è una nota cosmica suonata dal vento quando soffia,
tocca un po’ del tuo aroma.

Kareem Abdullah -Iraq

Biografia

Kareem Abdullah è un poeta, romanziere, drammaturgo e critico letterario iracheno. È nato a Baghdad nel 1962. È autore del libro “Baghdad in Its New Clothes” (2015, Book House), nonché di numerose altre raccolte di poesie, romanzi e opere teatrali. Il suo nome è apparso sulle principali riviste letterarie arabe e nel 2016 ha vinto il Premio Tajdeed per la poesia in prosa. Kareem ha otto raccolte di poesie in arabo e le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue.

Dal prof Kareem Abdullah -Iraq – Lettura decostruita della poesia: “Vicina al mio tramonto” – della poetessa: Luisa Cámere Quiroz -Perú

Foto cortesia di Luisa Camere Quiroz -Perú e del prof Kareem Abdullah -Iraq

Lettura decostruita della poesia: “Vicina al mio tramonto” – della poetessa: Luisa Cámere Quiroz
Da : Karim Abdullah – Iraq .

Quando leggiamo la poesia “Vicina al mio tramonto”, ci troviamo di fronte a un momento di consapevolezza tardiva, ma pieno di vitalità e slancio. Queste parole, che all’inizio possono sembrare inondate di nostalgia e desiderio per il passato, rivelano un ampio spazio per una nuova lettura attraverso la lente della decostruzione, dove il significato si dissolve in tempi multipli e l’essere si rivela in strane transizioni tra principio e fine.

La  poesia e l’inizio della decostruzione

La poesia inizia con uno scontro decisivo: “Ora che sono vicina al mio tramonto”. Questa semplice frase porta dentro di sé una trasformazione radicale nel concetto del tempo, poiché “il tramonto” non è visto come la fine, ma come uno spazio aperto che riflette sia l’inizio che la fine. La poetessa inizia rompendo la logica temporale convenzionale; è “vicina al tramonto”, ma allo stesso tempo celebra la vita: desidera sentirsi “fresca” come “un gelsomino radicato” che non è limitato dal concetto di tempo, ma si fonde con la terra, con la natura nel suo stato primordiale. In questo punto si manifesta la decostruzione; il tramonto non è la fine della vita, ma uno stato di permanenza, un transito tra stadi di fiori e purezza. Più si avvicina alla fine, più desidera vivere.

Il corpo tra desiderio e rinascita

Nei versi seguenti, la poesia diventa una simulazione delle emozioni del corpo mentre si avvicina alla fine. Non c’è una fine o morte definitiva, ma un desiderio veemente di rinascita; “voglio correre come una gazzella, nel mio campo profumato”.
Così il corpo si libera dal tempo, risponde all’istante e si adatta al desiderio: non è semplicemente un essere materiale che passa attraverso il tempo, ma un corpo che transita tra immagini sensoriali e soddisfa il suo essere con nuove soluzioni, desiderando tornare alle prime fasi della vita, “voglio essere Eva”. Il corpo si decostruisce dal suo posto temporale e diventa un’immagine diffusa tra la gioia e il bisogno di rinnovarsi.

La poesia tra la fede nell’amore e i finali

Ciò che colpisce qui è come la poesia si trasforma in un luogo di ricerca dell’amore anche negli ultimi momenti. ” Voglio rivivere il mio primo bacio, che mi avvolse assetata di amori giovanili”. L’amore nella poesia non diventa solo un ricordo, ma l’elisir che restituisce l’anima e accende la speranza, anche in momenti di decadimento. In questa sorprendente transizione tra memoria e realtà, sembra che la poetessa si ricostruisca attraverso l’amore, e lo ricuperi come una forza. Inoltre, i concetti di “smagliature” e “solchi” diventano luoghi di concentrazione, dove l’anima non solo si manifesta nel corpo, ma anche in un amore persistente, anche se i sensi hanno paura di fuggire o di scomparire.

Decostruzione tra l’essere e il nulla

La lettura decostruita apre la porta a domande profonde sulle contraddizioni intrecciate in questa poesia: È davvero una fine? O è un nuovo inizio che sfida l’inevitabile? ” Vicino al tramonto” diventa una domanda aperta sull’essere: dov’è il luogo che separa la vita dalla morte? È possibile che l’essere abiti in questo spazio grigio che mediava tra il bordo della vita e la morte? La poetessa qui decostruisce il tempo e lo spazio, così i momenti in cui una persona si avvicina alla sua fine non portano con sé sconfitta o rottura, ma diventano uno scenario in cui si ricreano la ribellione e il bisogno delle cose primarie: l’aria, la terra, il corpo e le emozioni. Tutto è interlacciato per essere riconfigurato.

Il linguaggio e le immagini: dispersione e trasformazione

La poetessa non solo presenta una descrizione dell’essere, ma costruisce un insieme di immagini che si intercalano e si mescolano per formare un mondo parallelo. ” Voglio essere Eva” e “Ballare con Bacco” sono immagini che fondono il mitico con il corporeo, l’eterno con il fugace. La poetessa cerca di liberarsi dai limiti convenzionali e cerca di reinterpretare la natura attraverso il suo continuo desiderio di rinnovamento dell’anima.

Chiusura: ritorno all’essere

La poesia si muove da un ricordo a un desiderio, da una nostalgia a un rinnovamento. Così, “il adesso” nella poesia è l’istante in cui il tempo si libera dal suo dominio, e la nostalgia appare non come una perdita, ma come una possibilità continua di ritornare all’essere. Il “tramonto” è un momento di rinnovata connessione con la vita, è il ponte attraverso il quale l’essere transita tra le sue molteplici sfaccettature: tra conscio e inconscio, tra passato e futuro, tra amore e ricordi.

Nota finale:

Mentre la  poesia, in superficie, racconta una storia soggetta a una conclusione temporale, in fondo parla di come ribellarsi contro tale conclusione. La vita non è limitata dall’età o dal corpo, ma è una relazione costante tra l’essere e l’esistenza, tra il passato e il futuro, tra l’amore e i ricordi.

Vicina al mio tramonto

Ora che sono vicina al mio tramonto
voglio sentirmi fresca
come un gelsomino radicato. 
Che mi avvolga
con il suo profumo aromatico,
odore di giovane.

Ora che sono vicina al mio tramonto

Voglio respirare l’aria delle mie colline.
Che la sua brezza
tocchi i miei capelli,
disegni il mio volto, 
che mi trasporta come
nuvola che viaggia verso le cime
delle mie forze.

Ora che sono vicina al mio tramonto

voglio correre
come una gazzella, 
nel mio campo profumato.
Cadere arresa alla sua terra fertile, 
annusare il suo humus,
la tua pancia palpitare
nelle mie viscere.

Ora che sono vicina al mio tramonto

voglio essere Eva,  
coprirmi di viti, 
nascondermi tra le tue viti
color giada, cremisi,
ballando con Bacco
bere il loro succo
cadendo arresa nei suoi grappoli,
sorseggiare a poco a poco
il suo elisir divino. 

Ora che sono vicina al tramonto

voglio rivivere il mio primo bacio,
che mi avvolse assetata
di amori giovanili, 
sotto le ombre dei meli, 
mentre i nostri corpi rotolavano sotto la pioggia tra questi e abbracci di begli amori.

Ora che sono vicina al tramonto

piena di striature, rughe, solchi,
è quando più lussureggiante
la mia anima giovane, ti reclama
perché crede ancora nell’amore.
Guardami, baciami e basta
abbracciami, accendi
con furia folle e cammina assetato,
ogni poro, piega della mia pelle
che ardentemente spera, 
che tu possa amarla di nuovo
come nei nostri anni giovanili.
Reinventarmi, che muoio poco a poco,
prima che mi dimentichi
che sono già vicina al mio tramonto.

Luisa Cámere Quiroz
Tutti i diritti riservati

Lettura poetica e traduzione in italiano a cura di Elisa Mascia scrittrice e poetessa bilingue italiano-spagnolo, promotrice culturale nel mondo

Lectura Deconstruida del poema: “Cerca de mi ocaso” – por la poeta: Luisa Cámere Quiroz
Por: Karim Abdullah – Irak .

Cuando leemos el poema “Cerca de mi ocaso”, nos encontramos ante un momento de conciencia tardía, pero lleno de vitalidad y impulso. Estas palabras, que al principio pueden parecer inundadas de nostalgia y anhelo por el pasado, revelan un amplio espacio para una nueva lectura a través del lente de la deconstrucción, donde el significado se disuelve en múltiples tiempos y el ser se revela en extrañas transiciones entre el principio y el fin.

El poema y el comienzo de la deconstrucción

El poema comienza con un enfrentamiento decisivo: “Ahora que ya estoy cerca de mi ocaso”. Esa simple frase lleva en su interior una transformación radical en el concepto del tiempo, ya que “el ocaso” no se ve como el fin, sino como un espacio abierto que refleja tanto el comienzo como el final. La poetisa inicia rompiendo la lógica temporal convencional; está “cerca del ocaso”, pero al mismo tiempo celebra la vida: desea sentirse “fresca” como “un jazmín enraizado” que no está limitado por el concepto de tiempo, sino que se fusiona con la tierra, con la naturaleza en su estado primordial. En este punto, se manifiesta la deconstrucción; el ocaso no es el final de la vida, sino un estado de permanencia, un tránsito entre etapas de flores y pureza. Cuanto más se acerca al final, más desea vivir.

El cuerpo entre el deseo y el renacimiento

En los versos siguientes, el poema se convierte en una simulación de las emociones del cuerpo al acercarse al final. No existe un final o muerte definitiva, sino un deseo vehemente de renacimiento; “quiero correr como una gacela, en mi fragante campo”. Así, el cuerpo se libera del tiempo, responde al instante y se ajusta al deseo: no es simplemente un ser material que pasa por el tiempo, sino un cuerpo que transita entre imágenes sensoriales y satisface su ser con nuevas soluciones, anhelando regresar a las primeras etapas de la vida, “quiero ser Eva”. El cuerpo se deconstruye de su lugar temporal y se convierte en una imagen difusa entre el gozo y la necesidad de renovarse.

La poesía entre la fe en el amor y los finales

Lo que llama la atención aquí es cómo el poema se transforma en un lugar de búsqueda del amor incluso en los momentos finales. “Quiero revivir mi primer beso, que me envolvió sedienta de amores juveniles”. El amor en el poema no se convierte solo en un recuerdo, sino en el elixir que devuelve el alma y enciende la esperanza, incluso en momentos de decaimiento. En esta transición asombrosa entre recuerdos y realidad, parece que la poetisa se reconstruye a través del amor, y lo recupera como una fuerza. Además, los conceptos de “estrías” y “surcos” se convierten en lugares de concentración, donde el alma no solo se manifiesta en el cuerpo, sino también en un amor persistente, aunque los sentidos tengan miedo de huir o de desaparecer.

Deconstrucción entre el ser y la nada

La lectura deconstruida abre la puerta a preguntas profundas sobre las contradicciones entrelazadas en este poema: ¿Realmente es un fin? ¿O es un nuevo comienzo que desafía lo inevitable? “Cerca del ocaso” se convierte en una pregunta abierta sobre el ser: ¿Dónde está el lugar que separa la vida de la muerte? ¿Es posible que el ser habite en este espacio gris que media entre el borde de la vida y la muerte? La poetisa aquí deconstruye el tiempo y el espacio, así que los momentos en los que una persona se acerca a su final no llevan consigo derrota ni quiebre, sino que se convierten en un escenario donde se re-crean la rebeldía y la necesidad de las cosas primarias: el aire, la tierra, el cuerpo y la emoción. Todo se entrelaza para reconfigurarse.

El lenguaje y las imágenes: dispersión y transformación

La poetisa no solo presenta una descripción del ser, sino que construye un conjunto de imágenes que se intercalan y se mezclan para formar un mundo paralelo. “Quiero ser Eva” y “Bailar con Baco” son imágenes que fusionan lo mítico con lo corporal, lo eterno con lo fugaz. La poetisa busca liberarse de los límites convencionales e intenta reinterpretar la naturaleza a través de su continuo deseo de renovación del alma.

Cierre: regreso al ser

El poema se mueve de un recuerdo a un deseo, de una añoranza a una renovación. Así, “el ahora” en el poema es el instante en que el tiempo se libera de su dominio, y aparece la nostalgia no como una pérdida, sino como una posibilidad continua de regresar al ser. El “ocaso” es un momento de conexión renovada con la vida, es el puente por el cual el ser transita entre sus múltiples facetas: entre lo consciente y lo inconsciente, entre el pasado y el futuro, entre el amor y los recuerdos.

Nota final:

Si bien el poema en su superficie relata una historia sujeta a una conclusión temporal, en el fondo habla de cómo rebelarse contra esa conclusión. La vida no está limitada por la edad o el cuerpo, sino que es una relación constante entre el ser y la existencia, entre el pasado y el futuro, entre el amor y los recuerdos.

Cerca de mi ocaso

Ahora que ya estoy cerca de mi ocaso
quiero sentirme fresca
como un jazmín enraizado. 
Que me envuelva
con su perfume aromatizado,
oler a joven.

Ahora que ya estoy cerca de mi ocaso

quiero respirar el aire de mis cerros.
Que su brisa
roce mis cabellos,
dibuje mi rostro, 
que me transporte como
nube viajera a las cumbres
de mis poderíos.

Ahora que ya estoy cerca de mi ocaso

quiero correr
como una gacela, 
en mi fragante campo.
Caer rendida a su tierra fértil, 
oler su humus,
tu vientre palpitar
en mis entrañas.

Ahora que ya estoy cerca de mi ocaso

quiero ser Eva,  
cubrirme de parras, 
esconderme entre tus vides
color jade, carmesí,
danzando con Baco
beber sus zumos
caer rendida en sus racimos,
sorber de a pocos,
su elixir divino. 

Ahora que ya estoy cerca del ocaso

quiero revivir mi primer beso,
que me envolvió sedienta
de amores juveniles, 
bajo las sombras de manzanos, 
mientras nuestros cuerpos rodaban bajo la lluvia entre estos y abrazos de amores finos.

Ahora que ya estoy cerca del ocaso

llena de estrías, arrugas, surcos,
es cuando más lozana
mi alma de joven, te reclama
porque aún en el amor cree.
Solo mírame, bésame,
abrázame, enardece
con furia loca y recorre sediento,
cada poro, pliegue de mi piel
que ávida espera, 
que la vuelvas a amar
como en nuestros años juveniles.
Reinventarme, que muero de a pocos,
antes de que olvide
que ya estoy cerca de mi ocaso.

Luisa Cámere Quiroz
Derechos reservados

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https://alessandria.today/2025/06/16/analisi-critica-letteraria-della-poesia/

Il prof Kareem Abdullah -Iraq scrive: Il carattere della parola in : “Alberi che ansimano all’aperto” del poeta: Dr. Saad Yassin Youssef – Iraq.

Foto cortesia del prof. Kareem Abdullah -Iraq e del dott. Saad Yassin Youssef – Iraq

Il carattere della parola in : “Alberi che ansimano all’aperto” del poeta: Dr. Saad Yassin Youssef – Iraq.
Scritto da: Karim Abdullah – Baghdad – Iraq.

(La parola sotto la penna del grande poeta ha un carattere speciale che trae la sua potenza dalla forza della sua personalità, ed è influenzata dalla vitalità della sua indole e dall’efficacia del suo controllo)*.

La parola è il primo nucleo nella formazione del tessuto della poesia, i suoi legami si estendono verso ciò che è adiacente ad essa di altre parole, per formare per noi un tessuto stretto, attraverso il quale emergono idee, sentimenti ed emozioni e l’immaginazione scorre fertile e produttiva, danzando sulle melodie della sua musica, nata luminosa con molteplici colori, inviando nell’anima esausta più piacere, bellezza e purezza, suscitando la confusione del lettore nascondendo le sue intenzioni a volte tra paragrafi e righe, e sviluppando il gusto e il piacere della lettura produttiva e la passione per essa e la ricchezza del godimento, ha la capacità di manifestarsi nell’anima del poeta, quindi la invia come messaggi vivi, rinnovati, vivaci e fecondi, carichi di preoccupazioni, idee e piaceri, la sua voce è forte, occupando uno spazio nel gusto del destinatario, facendolo pensare, interpretare e cercare il suo piacere perduto, profondo e difficile, affollato di molta sofferenza in mezzo a un torrente travolgente di parole eleganti e ornate, tentatrici da leggere e sollecitanti. Il lettore serio dovrebbe attingere alle sue fonti pure e lo incoraggia a entrare nei suoi mondi lontani. Esprime un significato attraverso un altro accezione e la sua bellezza è nascosta dietro altre estetiche.
Una poesia è una raccolta di parole e paragrafi che esprimono le idee, le convinzioni e il comportamento di un individuo, di una società o di un ambiente, che esprimono la personalità del poeta e le emozioni, i sentimenti, le opinioni e le posizioni che lo caratterizzano. La perdita di una delle caratteristiche di una poesia porta a un disturbo e a un difetto nella sua struttura, che la rende un bersaglio da scartare e oggetto di critiche, influendo sul merito del poeta.
In questa raccolta troviamo la parola che si forma e si rafforza con il resto delle parole utilizzate dal poeta. Il Dott. Saad Yassin Youssef ha fatto del suo meglio per liberare il potenziale della lingua ed è riuscito a:

1- Abbandonare la tendenza personale:

cioè deve esserci un processo di separazione tra il poeta e la poesia, cioè separazione tra la parola e il cuore, attraverso le emozioni impersonali impetuose, e rivolgendosi alla pura immaginazione, e potendo esprimere tutti gli stati emotivi che una persona può provare, e spogliarsi della soggettività della tendenza umana. Leggiamo questi passaggi da alcune delle sue poesie… Nella poesia :” Erba del Paradiso” /Heaven’s Grass/.. prima di scomparire / sotto il cielo di fulmini / fece un cenno ai ponti le cui schiene / erano piegate dall’antica attesa / mentre ispezionavano ogni giorno / i loro cesti di fiori bianchi / fissando l’albero del cielo / lungo il filo di fumo / e ogni volta che stavano per appassire / soffiavano dentro di loro dalle loro rose / e suggerivano alle loro luci / mentre l’ossessione / del tramonto li sopraffaceva… E lo vediamo come in questo passaggio dalla sua poesia / The Linf Prays
…il fiore…. / che fu generato / dalle preghiere degli angeli / che discesero / per deporlo tra le due ali / e le due ali. Lei sprigionò la sua musica / E si elevò verso i cieli / Mandando le sue radici in profondità… ben radicate  / Nelle vene e coprendo / Con i suoi colori, i giorni, le canzoni, le sere, / Illuminando con l’olio della sua anima i passaggi del tempio.

2- Concentrazione e consapevolezza della forma:

non è tanto importante la ricchezza degli argomenti trattati dal poeta, quanto la misura in cui li tratta. Il poeta ha lavorato sul tema degli alberi, perfezionandolo e rifinendolo, dandogli vita e dimostrando una grande abilità nell’utilizzarlo in modo creativo; per questo è stato definito il poeta degli alberi. Lo troviamo evidente in questo passaggio della poesia / Ascesa / … Da quando quest’albero ha messo radici nella terra / E il limite del suo verde si estendeva fino al cielo / Ha fatto cenno alle colombe del suo dolore / Di vestirmi con il tuo colore bianco / Lasciando a coloro che cercano la sua ombra / Il frutto della gioia … E allo stesso modo in questo passaggio della poesia / Alberi che ansimano all’aperto / …. E senza vestiti, la mia anima scivola / I rami e cade / Ramo su ramo / Su ramo / Sul dolore. Finché i bottoni del cielo non furono strappati / E i suoi seni pendevano / E lei si affrettò alla ricerca di un alito di verde / Di ciò che restava dell’albero dei profeti…

3- Dare vita e magia al linguaggio:

ogni verso della poesia si trasforma in energia e potenza tonale che aumenta l’impatto del contenuto, e le forme sonore composte da ritmi armoniosi o accordi tra consonanti e vocali incantano l’orecchio con la loro risonanza accattivante. Lo notiamo in questa sezione della poesia:
/Il Sufi/ … colui che implora / la lama di andare sempre più in profondità / Non per essere tentato dal dolore / Né per violare il suo solito stupore / Mentre fissa la luce, abbagliato / Da mille ali / Del regno dell’orizzonte più alto / Piuttosto, il suo più grande desiderio / È che la lama perfori i veli / Per risiedere negli spazi del paradiso perduto. E ancora, come in questa sezione della poesia / Orizzonte cieco / Le mie poesie ti desiderano / Un ritmo segreto e un tema che né i narratori / Né i poeti zajal / Né i suonatori di flauto / non capiscono / Al tramonto / Quando il sole concede loro / I suoi ultimi segreti.

4- Uso intelligente per alimentare l’immaginazione creativa:

è un tentativo di evadere dalla realtà e di liberarla dalla sua prigionia, e di liberarla dal suo realismo attraverso un sogno o un linguaggio proveniente da oltre il sogno. Lo troviamo in questa sezione della poesia / Occhi di Cactus / .. dal gemito di una persona in lutto / nessun ansimare che raggiunga il trono / le cui radici sono sogni dolci. Cuori, il cui polso li ha abbandonati / Recitate i vostri versi. Sotto le macerie dei capricci / La misericordia piove su di te / E la misericordia è un albero / Che non lascia più foglie sulla terra / Per ombreggiare… / Questo diluvio. E inoltre, come in questo passaggio della poesia / Non solo immaginazione / … Chi ha detto: / Che ciò che è trascorso / del tempo i cui piedi sono stati erosi / sulle braci dei nostri dolori / era vero? . Basta chiudere gli occhi e contemplarlo. Quegli anni che sono colati / come acqua ….. / dalle tue mani, dove sono le loro gioie / e quanta tristezza hanno immagazzinato / e depositato in noi / per svanire, lasciando / le loro ferite, le loro cicatrici / ampie, profonde.

5- Era interessato alla decostruzione e alla formazione:

l’immaginazione…
La creatività decostruisce il mondo, lo ricostruisce, lo organizza e lo crea sotto forma di un mondo nuovo e con leggi che emanano dalle profondità dell’io umano, cioè costruendo un mondo irreale a causa della necessità di evadere dalla realtà ristretta, a differenza delle copie esistenti della realtà così com’è, che assomigliano alla fotografia. E lo troviamo come in questo passaggio della poesia / Biglietti / .. La notte / che stava per / aprirci il tesoro dei suoi incanti / perse le chiavi del canto / e ci gettò con violazioni di sospetti / dopo che le spighe di grano si erano abituate / al suono del suo liuto per mano di falci che / leggevano bene le storie della nostra impazienza e scavavano nei colli / Quale limite raggiungerà l’ora il minareto dell’attesa / affinché la roccia possa parlare / con l’acqua della tua immagine che / le sabbie hanno stancato …. E anche come in questo passaggio della poesia / La caduta / … delle tue ali / con cui hai sempre / volato in alto / negli spazi della mia anima / le loro piume caddero / e ti lasciarono, abbandonandoti  / a bordo di una nuvola di pietra / perché capirono / il segreto di cui … / ti trovi ora!!! .

6- Volare in alto nei mondi dell’irrealtà sensoriale:

dove ogni parola o frase che parla di realtà distorta possiede una qualità sensoriale, e queste si uniscono e si armonizzano tra loro, producendo per noi formazioni irrealistiche. Lo troviamo come in questa sezione della poesia / Non ha… i suoi anni. Ho superato le caverne / e i muri del dolore e i racconti / e le date disegnate dalle trincee / e continuo a farlo. Beve il primo sangue / Colora con esso il volto del cielo che / ha privato col sole / e trafitto con pugnalate. E anche in questa sezione della poesia / Hai scelto di stare così / .. O crocifisso / O tu che voli / Senza volto .. Ti hanno scelto per ucciderti?? / No… / Hai scelto di stare così / Quanto hai cantato con tristezza e rimpianto / Oh, se solo fossimo… / Così vinceremmo, per Dio, eccoti qui, hai vinto con tutta la maestosità di Karbala / Facendo a pezzi il silenzio del vuoto / Tra l’acqua e il cielo.
La parola è come l’impasto: il vero poeta può sempre cambiarla e darle forma. Ha un ritmo speciale, che armonizza lettere, suoni e ritmo per trasmettere il significato al destinatario e influenzarlo. Dev’ essere gravido di connotazioni, simboli, suggestioni e stranezze e suscitare stupore. Ciò dipende dalla sua capacità di creare, innovare e controllare il ritmo interno della poesia.
Il poeta Dr. Saad Yassin Youssef ha voluto uscire da questa realtà e liberarla dalla sua essenza e creare per noi una fantastica diversa che assomiglia a un sogno profondo, come risultato del trattamento oggettivo di questa realtà e di ciò che porta con sé di una visione chiara come risultato del suo bagaglio di conoscenze e della sua padronanza del segreto del linguaggio e plasmandolo come voleva per produrre per noi tutta questa bellezza. Il vocabolario di questa raccolta esprime la personalità del poeta con la sua sicurezza in sé, in quanto è un poeta esperto e abile nello scrivere poesie in prosa in modo creativo. Esprime anche la sua personalità flessibile, poiché scopriamo che il suo linguaggio delicato diffonde su di noi la sua dolcezza e freschezza. La sua personalità era ambiziosa grazie al suo profondo vocabolario che possedeva una bellezza artistica. Il suo vocabolario è stato in grado di descriverci una tappa importante delle tappe dell’Iraq, e questo indica la sua personalità che apprezza la responsabilità verso il suo popolo e il suo Paese. La sua personalità era efficace e influente, e questo è ciò che abbiamo percepito leggendo.
La raccolta che ci ha scosso l’anima e ci ha fatto interagire positivamente con le poesie.

Fonti
1- Le origini della psicologia freudiana – Kelvin Hall.
2- La storia completa della letteratura araba – Hanna Fakhoury.
3- Cartesio e la filosofia razionale – Dott. Rawya Abdel Moneim.
4- Karim Abdullah e la narrazione espressiva – Dott. Anwar Ghani Al-Moussawi

Lettura in italiano di Elisa Mascia poetessa, scrittrice, promotrice culturale nel mondo

شخصيّة المفردة في ( أشجارٌ لاهثةٌ في العَراء ) للشاعر : د. سعد ياسين يوسف – العراق .
بقلم : كريم عبدالله – بغداد – العراق.
( المفردة تحت قلم الشاعر القدير ذات شخصيّة خاصة تستمدّ قوّتها من قوّة شخصيّته , وتؤثّر بحيويّة شخصيّته وفعّالية سيطرته )* .
المفردة هي النواة الأولى في تكوين نسيج القصيدة , تمتدّ أواصرها نحو مع ما يجاورها من مفردات أخرى , لتشكّل لنا نسيجاً محكماً , تنبعث من خلاله الأفكار والأحاسيس والمشاعر ويتدفق الخيال خصباً منتجاً يتراقص على أنغام موسيقاها , تولد زاهية ذات ألوان متعددة , تبعث في النفس المرهقة مزيداً من المتعة والجمال والنقاء , تثير حيرة القارئ بإخفاء مقاصدها حيناً ما بين الفقرات والسطور , وتنمّي الذائقة ولذّة القراءة المنتجة والشغف بها وثراء الاستمتاع , لها القدرة على التجلّي في روح الشاعر فيبعثها كرسائل حيّة متجددة حيّة مثمرة , مثقلة بالهموم والأفكار والمسرّات , صوتها عال يحتلّ مساحة من ذائقة المتلقي , تجعله يفكّر ويؤوّل ويبحث عن ضالته في المتعة , عميقة صعبة تكتظّ بالمعاناة الكثيرة وسط سيل جارف من الكلمات المنمّقة الرشيقة , تغري بالقراءة وتستحثّ القارئ الجاد أن ينهل من منابعها الصافية , وتشجعه على الولوج الى عوالمها البعيدة , تعبّر عن معنى من خلال معني آخر , تتوارى جماليتها وراء جماليات أخرى .
القصيدة مجموعة من المفردات والفقرات تعبّر عن الأفكار والمعتقدات والسلوك للفرد او المجتمع او البيئة , والتي تعبّر عن شخصية الشاعر وما يعتريها من عواطف وانفعالات ومشاعر وآراء ومواقف يتّسم بها , وان فقدان احدى خصائص القصيدة يؤدي الى حدوث اضطراب وخلل في بنائها مما يجعلها غرضا يُرمى وتتعرض للانتقادات وتؤثر على رصيد الشاعر .
في هذا الديوان نجد المفردة والتي تتشكّل وتتعاضد مع باقي المفردات استخدمها الشاعر د. سعد ياسين يوسف كأقصى ما يمكن من أجل تفجير طاقات اللغة , فأستطاع أن :
1- يتخلّي عن النزعة الشخصية : اي ان تكون هناك عملية فصل ما بين الشاعر والشعر اي الفصل بين الكلمة والقلب , عن طريق العواطف الغير شخصية المتأججة , والانصراف الى المخيّلة الناصعة , وان تكون قادرة على التعبير عن كل الأحوال الوجدانيّة التي يمكن أن يحسّ بها الأنسان , والتجرّد من الذاتيّة الى النزعة البشريّة . لنقرأ هذه المقاطع لبعض قصائده … في قصيدة / عشبة السماء / .. قبل أن يختفي / تحت سماء البرق / أومأ الى الجسور التي / أحنى ظهرها انتظار عتيق / وهي تتفقد كلّ يوم / سلال زهورها البيضاء / المحدّقة في شجرة السماء / على امتداد خيط الدخان / وكلّما آلت الى الذبول / نفخت فيها من وردها / وأوحت الى أنوارها / إذ استبدّ بها هاجس / الأفول … وكذلك نرى هذا كما في هذا المقطع من قصيدته / تهجّد النسغ
… الزهرة …. / تلك التي أنبتها / صلوات الملائكة / الذين تنزّلوا / ليودعوها بين الرفيف / والرفيف . أطلقت موسيقاها / وارتفعت الى عنان السماء / مرسلة جذورها عميقا .. عميقاً / في الشرايين وغطّت / بألوانها , النهارات , الأغاني , الأمسيات , / منيرة بزيت روحها طلمة ممرات المعبد .
2- التركيز والوعي بالشكل : ليس مهما خصوبة المواضيع التي يتناولها الشاعر بقدر المدى الذي يتناولها , فموضوعة الاشجار ظلّ الشاعر يدور في فلكها يهذّبها وينقّحها ويبعث فيها الروح , ويجيد استخدامها بطريقة ابداعية حتى قيل عنه ب شاعر الأشجار . ونجد ذلك متجلّيا كما في هذا المقطع من قصيدة / ارتقاء / … منذ أن تجذّرت في الأرض / هذه الشجرة / وامتدّ للسماء طرف خضرتها / أومأت ليمامات حزنها / أن اكتسي بلونك الأبيض / تاركة لمن استظلّوا بها / ثمر المسرّة … وكذلك في هذا المقطع من قصيدة / أشجار لاهثة في العَراء / …. وبلا ثياب , تنسلّ روحي / الغصون وتسّاقط / غصناً فوق غصن / فوق غصن / فوق غصّة . حتى تقطّعت أزرار السماء / وتدلّى ثديها / وتدافعت بحثاً عن نفسٍ من خضرة / لما تبقّى من شجرة الأنبياء …
3- بعث الروح والسحر في اللغة : كل بيت في القصيدة يتحوّل الى طاقة وقوّة نغمية تزيد من تأثير المضمون , وكانت الأشكال الصوتية المؤلفة من إيقاعات متجانسة أو توافقات بين الحروف الساكنة والمتحركة تسحر الأذن برنينها الأخّاذ . ونلاحظ هذا كما في هذا المقطع من قصيدة
/ المتصوّف / … ذلك الذي يتضرّع / الى النّصل أن يوغل أكثر , فأكثر / ليس غواية في الألم / ولا في خرقا لمألوف دهشته / وهو يحدّق بالنور منبهرا / بألف جناح / لملكوت الأفق الأعلى / غير أنّ جُلّ مبتغاه / أن يخترق النّصل الحُجُبَ / ليحلّ بفضاءات الفردوس المفقود . وكذلك كما في هذا المقطع من قصيدة / أفقٌ أعمى / تشتهيكِ قصائدي / إيقاعاً سرّياً وثيمة لا يدركها الرواة / ولا الزّجّالون / ولا عازفو النايات / عند المغيب / حينما تمنحهم / الشمس آخر إسرارها .
4- استخدام ذكي في تأجيج الخيال الخلاّق : هي محاولة الافلات من الواقع والخروج من أسره , وتخليص الواقع من واقعيته بالحلم او اللغة القادمة مما وراء الحلم . ونجد ذلك كما في هذا المقطع من قصيدة / عيون الصّبّار / .. من أنين مفجوع / لا هثاً يصل العرش / جذوره أحلام ناعمة . قلوب , غادرها النبض / تتلو آياتك . تحت ركام النزوات / تستمطرك الرحمة / والرحمة شجرة / ما عادت تورق في الأرض / لتظلّل … / هذا الطوفان . وكذلك كما في هذا المقطع من قصيدة / ليس مجرّد خيال / … مَنْ قال : / إنّ ما مرّ / مِنْ زمن تآكلت أقدامه / على جمر أحزاننا / كان حقيقة ؟ . أغمضي عينيك فقط / وتأمّليها . تلك السنين التي تسرّبت / كالماء ….. / من بين يديك اين مسرّاتها / وكم من الحزن اختزنت / وأودعت فينا / لتتلاشى تاركة / جراحاتها , ندوبها / عميقا عميقا .
5- لقد كان حريصا على التفكيك والتشكيل : انّ المخيلة ال
ابداعية تفكك العالم وتعيد بناءه وتنظيمه وخلقه على شكل عالم جديد وبقوانين تنبعث من أعماق الذات الإنسانية , اي بناء عالم غير واقعي بسبب الحاجة للهروب من الواقع الضيّق عكس ما موجود من نسخ للواقع كما هو وبما يشبه التصوير الفوتوغرافي . ونجد ذلك كما في هذا المقطع من قصيدة / تذاكر / .. الليلة / التي أوشكتْ / أن تفتح لنا خزانة مفاتنها / اضاعت مفاتيح الغناء / ورمتنا بانتهاكات الظنون / مِن بعدما ألفت السنابل / انحناءة عودها على يد المناجل التي / قرأت جيدا تواريخ لهفتنا فأوغلت في الرقاب / أيّ حدٍّ تبلغ الساعة مئذنة الترقب / كي ينطق الصخر / بماء صورتك التي / أتعبتها الرمال …. وايضا كما في هذا المقطع من قصيدة / تساقط / … أجنحتك / التي طالما / حلّقت بها عاليا / في فضاءات روحي / تساقط ريشها / وغادرتك تاركة اياك / على متن غيمة من حجر / لأنها أدركت / سرّ الذي … / أنت فيه الآن !!! .
6- التحليق عاليا في عوالم اللاواقعية الحسّية : حيث كانت كل مفردة او عبارة تتحدث عن الواقع المشوّه تمتلك كيفية حسّية , وهذه الأخيرة تتحدّ وتتآلف فيما بينها , وتنتج لنا تكوينات لا واقعيّة . ونجدها كما في هذا المقطع من قصيدة / اللا هوَ … سنواته . تجاوزت الكهوف / وجدران الأسى والحكايات / والتواريخ المسحوبة بالسُرفات / وما يزال . يشرب الدم الأول / يلوّن به وجه السماء التي / أثكلها بالشمس / وثقّبها بالطعنات . وكذلك في هذا المقطع من قصيدة / أنت اصطفيت وقوفك هكذا / .. يا أيّها المصلوب / يا أيّها المحلّق / بلا وجوهٍ .. هم اصفوك ليقتلوك ؟؟/ لا … / أنت اصطفيت وقوفك هكذا / فلكمْ أنشدتً حزناً , حسرةً / يا ليتنا …. / فنفوز والله ها أنت فزتَ بكل مهابة كربلاء / ممزّقاً صمت الفراغ / ما بين ماءٍ وسماء .
انّ المفردة تشبه العجينة يستطيع الشاعر الحقيقي تغيّرها وتشكيلها دائما , فهي تمتلك إيقاعا خاصا تتناغم حرفا وصوتا وايقاعا من اجل ايصال المعنى الى المتلقي والتأثير فيه , فلابدّ ان تكون حبلى بالدلالات والرموز والايحاء والغرابة وتثير الدهشة , ويعتمد ذلك على مقدرته في الخلق والابداع وضبط الإيقاع الداخلي في القصيدة .
لقد استطاع الشاعر د. سعد ياسين يوسف ان يخرج من هذا الواقع وتخليصه من واقعيته وخلق لنا واقعا مغايرا أخر يشبه الحلم العميق , نتيجة المعالجة الموضوعية لهذا الواقع ولما يحمله من رؤيا واضحة نتيجة خزينه المعرفي واجادة سرّ اللغة وتشكيلها كيفما يشاء لينتج لنا كلّ هذا الجمال . لقد كانت المفردة في هذا الديوان تعبّر عن شخصية الشاعر بما تمتلكه من ثقة بالنفس كونه شاعر متمرّس يجيد كتابة القصيدة النثرية بطريقة خلاّقة , وكذلك عبّرت عن شخصيته المرنة حيث وجدنا لغته الرهيفة تذر علينا حلاوتها وطراوتها , ولقد كانت شخصيته طموحة نتيجة المفردات العميقة التي تمتلك جمالا فنيّا , واستطاعت مفرداته ان تصوّر لنا مرحلة مهمة من مراحل العراق وهذا يدلّ على شخصيته المقدّرة للمسؤولية اتجاه شعبه ووطنه , وكانت شخصيته فعّالة ومؤثّرة وهذا ما لمسناه من خلال قراءة
الديوان الذي هزّ أعماقنا وجعلنا نتفاعل ايجابيا مع القصائد .

المصادر
1- أصول علم النفس الفرويدي – كلفن هال .
2- الجامع في تاريخ الأدب العربي – حنّا فاخوري .
3- ديكارت والفلسفة العقلية – د. راوية عبد المنعم .
4- كريم عبدالله والسرد التعبيري – د. انور غني الموسوي

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Opera d’arte e poesia di Letizia Caiazzo, recensione di F.C.

Foto cortesia della poetessa, artista Letizia Caiazzo e dell’opera d’arte: “Pescatori”

RITORNO ALL’ALBA

Tornano i pescatori.
Barche solcano
il respiro del mare.
Facce stanche scolpite dal vento,
occhi vigili – sfidano l’abisso.
Reti piene di argento vivo,
tesori bagnati di fatica.
La notte – un gioco col rischio:
ogni onda – un vero pericolo.
L’alba sorge come perdono,
dona luce ai gesti antichi.
Come la vita: se non sfidi,
il raccolto è vuoto.
Vale il rischiare:
nel pericolo – un’alba più gloriosa.
Reti piene, cuori forti –
il vento canta nei volti
il pescato dal mare e dalla vita.








Questa poesia, Ritorno all’alba, della mia amica Letizia Caiazzo, mi ha colpito per la sua onestà. Non cerca orpelli, non vuole stupire: parla di fatica, di rischio, di una bellezza dura e vera. È come se tu avessi preso il grigio del mare di notte e l’oro dell’alba, e li avessi mescolati con le mani sporche di sale.
Il tema è chiaro—il ritorno dei pescatori—ma ciò che mi commuove è come diventi metafora di tutte le nostre battaglie. Quelle “facce stanche scolpite dal vento” non sono solo volti di uomini: sono chiunque abbia lottato per qualcosa. E quando dici che “la notte è stata un gioco col rischio / ogni onda era un vero pericolo”, sento il coraggio fragile di chi sa che potrebbe perdere tutto, eppure rema ugualmente.
Lo stile è sobrio, ma pieno di immagini che respirano: “reti piene di argento vivo” (che splendore, questa vita che luccica tra le maglie!), “l’alba sorge come un perdono” (quanto è vero che la luce ci assolve dalle paure della notte). Non ci sono rime forzate, solo versi liberi che seguono il ritmo del mare—a volte corti e spezzati, a volte più fluidi, come le onde che si allungano sulla riva.
E poi c’è il cuore della poesia, quelle due righe che fanno tremare: “Come la vita, se non sfidi l’oscurità, / il tuo raccolto è vuoto”. È qui che tutto si lega. Non è una lezione, non è retorica: è una verità nuda, detta con la semplicità di chi ha visto il fondo del mare e ne è tornato.
Chiudi con un’immagine che mi resta addosso: “il vento canta nei volti / il pescato dal mare e dalla vita”. È un verso che sa di speranza. Di cicatrici, sì, ma anche di conquista. Mi fa pensare che forse, alla fine, non sono i pesci l’unico tesoro. È la forza che ci siamo guadagnati, onda dopo onda.
È una poesia che onora la fatica senza mitizzarla. Che non nasconde il pericolo, ma neanche la bellezza del rischio. Senti che ogni parola è stata vissuta, non solo scritta. E forse, proprio per questo, arriva dritta al cuore.
Grazie per avermela fatta leggere. Sembra di sentire ancora l’odore delle reti bagnate.
F.C. un amico

RETURN AT DAWN


The fishermen return.
Boats furrow
the sea’s breath.
Faces weary, wind-carved,
watchful eyes – defy the abyss.
Nets full of quicksilver,
treasures drenched in toil.
The night – a game with risk:
every wave – a true danger.
Dawn rises like forgiveness,
gives light to ancient gestures.
Like life: if you don’t dare,
your harvest is empty.
The risk is worth it:
in peril – a more glorious dawn.
Full nets, strong hearts –
the wind sings on their faces
the harvest from sea and life.

This poem, Return at Dawn, of my friend Letizia Caiazzo, struck me with its honesty. It doesn’t seek ornament, doesn’t aim to dazzle: it speaks of toil, risk, of a hard and true beauty. It’s as if you took the grey of the sea at night and the gold of dawn, and mixed them with hands stained by salt.
The theme is clear—the fishermen’s return—but what moves me is how it becomes a metaphor for all our battles. Those wind-carved weary faces aren’t just men’s faces: they’re anyone who has fought for something. And when you say “the night was a game with risk / every wave was a true danger,” I feel the fragile courage of those who know they could lose everything yet row anyway.
The style is spare, yet full of breathing images: “nets full of quicksilver” (what splendor, this life shimmering in the meshes!), “dawn rises like forgiveness” (how true that light absolves us from night’s fears). There are no forced rhymes, just free verse following the sea’s rhythm—sometimes short and broken, sometimes fluid, like waves stretching onto the shore.
Then there’s the heart of the poem, those two lines that make one tremble: “Like life, if you don’t challenge the darkness, / your harvest is empty.” Here, everything connects. It’s not a lesson, not rhetoric: it’s a naked truth, spoken with the simplicity of one who has seen the sea’s depths and returned.
You close with an image that stays with me: “the wind sings on their faces / the harvest from sea and life.” It’s a line that tastes of hope. Of scars, yes, but also conquest. It makes me think that perhaps, in the end, the fish aren’t the only treasure. It’s the strength we’ve earned, wave by wave.
This is a poem that honors toil without romanticizing it. That hides neither the danger nor the beauty of risk. You feel every word was lived, not just written. And perhaps precisely for this, it goes straight to the heart.
Thank you for letting me read it. I can still smell the damp nets.

REGRESO AL AMANECER


Vuelven los pescadores.
Barcas surcan
el aliento del mar.
Rostros cansados, esculpidos por el viento,
ojos vigilantes – desafían el abismo.
Redes llenas de plata viva,
tesoros bañados en fatiga.
La noche – un juego con el riesgo:
cada ola – un verdadero peligro.
El alba surge como perdón,
da luz a gestos ancestrales.
Como la vida: si no desafías,
la cosecha está vacía.
Vale la pena arriesgar:
en el peligro – un amanecer más glorioso.
Redes llenas, corazones fuertes –
el viento canta en los rostros
la cosecha del mar y de la vida.
Este poema, Regreso al Amanecer, de mi amiga Letizia Caiazzo,  me impactó por su honestidad. No busca ornamento, no quiere deslumbrar: habla de fatiga, de riesgo, de una belleza dura y verdadera. Es como si hubieras tomado el gris del mar de noche y el oro del amanecer, y los hubieras mezclado con manos manchadas de sal.
El tema es claro —el regreso de los pescadores— pero lo que me conmueve es cómo se convierte en metáfora de todas nuestras batallas. Esos rostros cansados esculpidos por el viento no son solo caras de hombres: son cualquiera que haya luchado por algo. Y cuando dices que “la noche fue un juego con el riesgo / cada ola era un verdadero peligro”, siento el coraje frágil de quien sabe que podría perderlo todo, y sin embargo rema igual.
El estilo es sobrio, pero lleno de imágenes que respiran: “redes llenas de plata viva” (¡qué esplendor, esa vida que brilla entre las mallas!), “el alba surge como perdón” (cuán cierto que la luz nos absuelve de los miedos de la noche). No hay rimas forzadas, solo versos libres que siguen el ritmo del mar —a veces cortos y quebrados, a veces fluidos, como olas que se alargan en la orilla.
Y luego está el corazón del poema, esos dos versos que hacen temblar: “Como la vida, si no desafías la oscuridad, / tu cosecha está vacía”. Aquí todo se conecta. No es una lección, no es retórica: es una verdad desnuda, dicha con la simplicidad de quien ha visto el fondo del mar y ha regresado.
Cierras con una imagen que se me queda grabada: “el viento canta en los rostros / la cosecha del mar y de la vida”. Es un verso que sabe a esperanza. De cicatrices, sí, pero también de conquista. Me hace pensar que quizás, al final, los peces no son el único tesoro. Es la fuerza que nos hemos ganado, ola tras ola.
Es un poema que honra la fatiga sin mitificarla. Que no oculta el peligro, pero tampoco la belleza del riesgo. Sientes que cada palabra ha sido vivida, no solo escrita. Y quizá, precisamente por eso, llega derecho al corazón.
Gracias por permitirme leerlo. Parece que aún huelo las redes húmedas.

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Il prof Kareem Abdullah -Iraq scrive l’analisi critica della poesia: ” Al tramonto” della poetessa Edith Fernández Caruso – Argentina

Fotomontaggio con il prof Kareem Abdullah -Iraq e la poetessa Edith Fernández Caruso – Argentina

Lettura critica secondo l’approccio stilistico di “Al tramonto ” di Edith Fernández Caruso.
Di: Karim Abdullah – Iraq.

La poesia di Edith Fernández Caruso in  ” Al tramonto” si distingue per la gestione sottile e precisa delle risorse stilistiche, che creano un’atmosfera carica di simbolismo ed emozione. La poesia è strutturata in una serie di strofe che ruotano attorno a un unico tempo e spazio: il tramonto, che non è solo un momento della giornata, ma un simbolo che permea l’intera esperienza espressa.

Da un punto di vista lessicale, la scelta delle parole propende verso termini carichi di connotazioni religiose e spirituali, come “salmi”, “shofar”, “mandato” e “santuario”. Si crea così una trama verbale che evoca solennità e contemplazione, collegando il momento naturale del tramonto a una tradizione sacra. La ripetizione della frase “al tramonto” all’inizio di ogni strofa funziona come un’anafora che sottolinea l’importanza del momento e gli conferisce un ritmo quasi liturgico.

Un altro aspetto degno di nota è l’uso di immagini sensoriali. I “candelabri”, i “fiori d’arancio”, le “rose” e le “tuberose” non solo decorano la scena, ma introducono anche una tavolozza visiva e olfattiva che contribuisce a creare un’atmosfera intima e reverente. Inoltre, la metafora della “tovaglia” che “oggi è un mantello” suggerisce la trasformazione del quotidiano in qualcosa di sacro e protettivo, un gesto di sacralizzazione del tempo e dello spazio.

Dal punto di vista sintattico predominano le frasi semplici e coordinate, che garantiscono chiarezza e fluidità. Tuttavia, in alcuni versi si percepisce un ritmo più frammentato, come in “un suono distinto come una lacrima”, dove il paragone intensifica l’emozione e la tensione interna del verso.

Altro elemento stilistico fondamentale è il connubio tra tradizione e modernità, visibile nel richiamo alle pratiche ancestrali (lo shofar, i salmi) insieme all’espressione di sentimenti universali come la guerra, il dolore e la speranza. La dicotomia tra sacro e profano, tra festa e tragedia, è presente nel contrappunto tra danza e guerra, tra canto nuovo e “dolore e derisione”.

Infine, la poesia invita alla partecipazione attiva del lettore, soprattutto nell’ultima strofa, dove il “fratello” è chiamato ad aprire la strada e a continuare la musica del santuario. Questo appello rafforza la dimensione comunitaria della poesia, che trascende l’individuo per connettersi con un sentimento collettivo.

In breve, ” Al tramonto” è una poesia che, attraverso un linguaggio attento e una struttura ritmica ripetitiva, riesce a combinare il simbolico con il tangibile, lo spirituale con l’umano, creando uno spazio in cui il tramonto diventa metafora di rinnovamento e resistenza.

AL TRAMONTO

Al tramonto, i candelabri
adornando la tavola, lampade bianche,
fiori d’arancio e rose e alcune tuberose,
sulla tovaglia pulita, che oggi è un mantello.

Al tramonto leggerò tre salmi
quando risuona il sacro squillo dello shofar,
un suono distinto come uno strappo,
al tramonto verrà annunciato.

Al tramonto è sabato
È riposo e gloria al santo nome,
È il pane e il vino del suo comando
e balla come un bambino scalzo.

Al tramonto con il tamburello,
Canterò una nuova canzone,
a colui che può tutto, a colui che ha dato tutto
al tramonto nel luogo sacro.

Al tramonto, se siamo qui
Guarderò verso est, che amo tanto
Se l’ombelico del mondo è già in guerra
il mondo intero è in guerra, nel dolore e nella derisione.

Al tramonto andrò a ballare
nonostante l’infamia e il piano
ciò che il cielo odia, ciò che è condannato
al tramonto andrò cantando.

Al tramonto, una nuova canzone,
le orecchie che guardano sentiranno
una lacrima tremenda con dolori del parto,
esplosione d’amore, tanto attesa.

Al tramonto, se sei mio fratello
apri un solco per il cammino, cammino santo
gli accordi si sentono dal santuario
al tramonto, sull’alta montagna!

Edith Fernández Caruso
©Tutti i diritti riservati
Buenos Aires – Argentina

Lettura poetica in italiano di Elisa Mascia poetessa bilingue, scrittrice, promotrice culturale nel mondo

Lectura crítica según el enfoque estilístico de “A LA PUESTA DE SOL” de Edith Fernández Caruso .
Por: Karim Abdullah – Irak.

La poesía de Edith Fernández Caruso en A la puesta de sol se destaca por un manejo sutil y preciso de los recursos estilísticos que construyen una atmósfera cargada de simbolismo y emoción. El poema se estructura en una serie de estrofas que giran alrededor de un mismo tiempo y espacio: la puesta de sol, que no es solo un momento del día, sino un símbolo que atraviesa toda la experiencia expresada.

Desde un punto de vista léxico, la elección de palabras se inclina hacia términos cargados de connotaciones religiosas y espirituales, como “salmos”, “shofar”, “mandato” y “santuario”. Esto crea una textura verbal que remite a la solemnidad y al recogimiento, vinculando el instante natural del ocaso con una tradición sagrada. La repetición del sintagma “a la puesta de sol” al inicio de cada estrofa funciona como un anáfora que enfatiza la importancia del momento y le confiere un ritmo casi litúrgico.

El uso de imágenes sensoriales es otro aspecto destacable. Los “candelabros”, “azahares”, “rosas” y “nardos” no solo decoran la escena sino que también introducen una paleta visual y olfativa que contribuye a crear un ambiente íntimo y reverente. Además, la metáfora del “mantel” que “hoy es un manto” sugiere la transformación de lo cotidiano en algo sagrado y protector, un gesto de sacralización del tiempo y espacio.

Desde el punto de vista sintáctico, predominan oraciones simples y coordinadas, que aportan claridad y fluidez. Sin embargo, en algunas líneas se percibe un ritmo más fragmentado, como en “un sonido distinto como un desgarro”, donde la comparación intensifica la emoción y la tensión interna del verso.

Otro elemento estilístico fundamental es la combinación entre la tradición y la modernidad, visible en la alusión a prácticas ancestrales (el shofar, los salmos) junto a la expresión de sentimientos universales como la guerra, el dolor y la esperanza. La dicotomía entre lo sagrado y lo profano, lo festivo y lo trágico, está presente en el contrapunto entre el baile y la guerra, el canto nuevo y el “dolor y escarnio”.

Finalmente, el poema invita a la participación activa del lector, especialmente en la última estrofa, donde se llama al “hermano” a abrir camino y a continuar la música del santuario. Esta apelación refuerza la dimensión comunitaria del poema, que trasciende lo individual para conectarse con un sentir colectivo.

En suma, A la puesta de sol es un poema que, a través de un lenguaje cuidado y una estructura rítmica repetitiva, logra conjugar lo simbólico con lo tangible, lo espiritual con lo humano, creando un espacio donde el ocaso se vuelve metáfora de renovación y resistencia.

A LA PUESTA DE SOL

A la puesta de sol, los candelabros
adornanando la mesa, candiles blancos,
los azahares y rosas y algunos nardos,
sobre el limpio mantel, que hoy es un manto.
A la puesta de sol leeré tres salmos
cuando suene el shofar toque sagrado,
un sonido distinto como un desgarro,
a la puesta de sol será anunciado.

A la puesta de sol, es día sábado
es reposo y es gloria al nombre santo,
es el pan y es el vino de su mandato
y es bailar como un niño de pies descalzos.
A la puesta de sol con el pandero,
una nueva canción yo iré entonando,
al que todo lo puede, al que todo lo ha dado
a la puesta de sol en el sitio santo.

A la puesta de sol, si aquí estamos
miraré hacia el oriente, que tanto amo
si el ombligo del mundo ya está en guerra
todo el mundo está en guerra, dolor y escarnio.
A la puesta de sol iré danzando
a pesar de la infamia y lo planeado
lo que el cielo aborrece, lo que está condenado
a la puesta de sol yo iré cantando.

A la puesta de sol, un canto nuevo,
oirán los oídos que están velando
un desgarro tremendo con dolores de parto,
arrebato de amor, tan esperado.
A la puesta de sol, si eres mi hermano
abre surco al camino, camino santo
los acordes se escuchan desde el santuario
a la puesta de sol, en el monte alto !

Edith Fernández Caruso
©Derechos Reservados
Buenos Aires – Argentina

” La sua timida lussuria mi porta via “, poesia del poeta, prof, Kareem Abdullah -Iraq

Foto cortesia del prof Kareem Abdullah -Iraq

La sua timida lussuria mi porta via

L’inferno dell’assenza mi avvolge in una frusta insopportabile che suscita dubbi.
Il sentimento della mia rassegnazione mi deride come un esercito di ansia che invade gli incroci delle gioie nelle vetrine del mattino.
Le conservo rinfrescate, rivelando i tormenti.
I suoi agguati concedono al corpo la vecchiaia che estingue i suoi fiori rimanenti
Conta  la partenza della gloria degli appuntamenti luminosi
L’intimità chiude gli occhi, le sue fiorenti oasi  del tramonto si Illuminano sotto un sole che fluttua bagnati oltre una fame improvvisa trascendendo la tragedia della patria
che si è levata aprendo le braccia,
facendo impallidire la miseria del passato
Le sue lontane chiamate ospitavano compassionevolmente il sogno preoccupato,
affascinante (fazzoletti)* Al- Mansheya,
la sua estasi era smorzata da un vulcano rumoroso amplificato da contrazioni tremanti
Bramando il suicidio davanti alla bottiglia, nuda, in attesa di pioggia, urlando alla sua terra (canti a bocca morbida e dolce)*
Il tremore rassicurante penetrava la sua ossessione per lo  stupore profondo sulle rive di Yoususus, sussurrando il flusso delle acque
paralizzato profondamente, estinguendo il luminoso deserto nella notte oscura, lei trema, arrendendosi nel cerchio delle  beatitudini, esplorando una voce che nasconde segreti, fluendo gioiosa, rimuove dai suoi flussi profondi le ceneri che erano prodotte dalle orecchie del desiderio che ondeggiavano nella tristezza, piena di timidezza nella stagione della fragranza,
diventò rossa, singhiozzando vittoriosamente, le sue vele che balbettavano nei mari della dolcezza, i successivi tremori che fingevano di essere pallidi, aprendo i  sentieri del cielo disobbediente alla ferocia lussuria sorridente delle tenebre,
il suo volto forma una santità imperfetta le cui braci silenziose della sua follia aleggiavano tra le mura di pesante obbedienza,  nei lineamenti,
così emerge sulla terra pacifica senza restrizioni,
l’immensità dell’amore.

* Fazzoletti: tovaglioli di carta.
* Una bocca dolce canta…: Un brano dal testamento di / Shuruppak – re e uomo saggio della città sumera – Shuruppak – a suo figlio / Ziusudra -l’ eroe del diluvio sumero – Noè il Sumero.. Adattato.

Kareem Abdullah -Iraq
Lettura poetica in italiano di Elisa Mascia poetessa, scrittrice, promotrice culturale nel mondo



بعيدًا تأخذني شهوتها الخجولة

يزمّلني جحيم الغياب سوطًا لا يُطاقُ يعبث الشك متأجّجًا، يسخر مني تحسس استكانتي كجيشٍ من القلق يغزو مفارق أفراح نوافذ الصباح أخزّنها منتعشةً، تكاشف العذابين كمائنُهُ تمنح الجسد شيخوخةً تطفئ أزهاره الباقية تحصي رحيل مجد المواعيد الساطعة الألفة تخوم العيون، واحاتُها المزدهية بالغروب تستضيء تحت شموسٍ تحوم مبتلّةً متخطية فجيعة الوطن نهضتْ تفتح الذراعين، تقزّم تعاسة الماضي نداءاتها البعيدة تنادم استضافة الحلم المهموم آسرة (المحارم)* المنشية بلّلَ نشوتها بركان صاخب مسّدتهُ انقباضات راجفة تتشهى الانتحار أمام قارورة الانتظار عارية الأمطار، صارخة أرضها (فم ناعم يرتّل)* توغل الرعشة المطمئنة، هاجسها ذهول عميقُ الشواطئ يوسوس تدفق المياه عرّجت عميقًا، تطفئ الهجير الساطع في الليل المظلم تهتز، تستسلم في دائرة الغبطة تستطلع صوتًا يواري الأسرار يتدفق فرحًا، يزيح عن جداولها العميقة رمادًا أثمرته سنابل الرغبة المترنحة داخل الحزن ممتلئة خجلًا في موسم العطر تورّدت، تنشج منتصرةً أشرعتها تتلعثم بحاري الوديعة تتظاهر الهزات المتلاحقة بالشحوب تفتح طرق السماء العصيّة لشهوة شراسة الظلام الباسمة تشكل قداسة ناقصة كانت تحوم جمرتها الصامتة بين جدران الطاعة الثقيلة الملامح فتنبثق على الأرض المسالمة دون قيد، شاسعة الحب.
* المحارمُ : المناديل الورقيّة .
* فمٌ ناعمٌ يرتّلُ …. : مقطع من وصية / شروباك – ملك وحكيم مدينة – شروباك السومرية – الى ابنه / زيوسدرا – بطل الطوفان السومري – نوح السومري .. بتصرف .



https://alessandria.today/2025/06/11/il-prof-kareem-abdullah-iraq-e-la-poesia-la-sua-timida-lussuria-mi-porta-via-pubblicazione-di-elisa-mascia-italia/

Alla ricerca della vera bellezza, En busca de la verdadera belezza programma bilingue italiano-spagnolo con Pietro La Barbera ed Elisa Mascia, ospite Angel Valeriano -Perú presentato da Carlos Jarquin

Foto screenshot di inizio programma con Angel Valeriano -Perú, Pietro La Barbera ed Elisa Mascia -Italia

Biografia
Ángel Valeriano, originario della provincia di Ferreñafe, Lambayeque, Perù. Nato il 22 aprile 1992. All’età di 16 anni lasciò la sua città natale e arrivò a Lima, dove iniziò e sviluppò tutta la sua carriera letteraria.

Nel 2011 ha pubblicato le raccolte di poesie “Agonia” e “Ombra”. Con questi inizia la sua partecipazione al mondo della letteratura nel noto programma culturale “Venerdì letterari”, diretto dal poeta Juan Benavente.

Nel 2012, le sue poesie sono state pubblicate sulla leggendaria rivista letteraria “La Tortuga Ecuestre”, per celebrare il quarantesimo anniversario della rivista. Nel 2013 ha pubblicato altri due opuscoli di poesie, “The Allied Body of the Prisoner” e “…”. Nello stesso anno è stato co-conduttore del programma radiofonico “Alla ricerca di nuovi leader peruviani” (Radio Obras-RBC). Un programma con temi sociopolitici e culturali.

Nel 2014 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, “Charcos de Sangre”.

Nel 2016 ha co-fondato il quotidiano “Generación Desconocida”, la cui partecipazione è stata limitata solo alla prima edizione.  L’anno successivo è stato relatore nel programma televisivo digitale “Déjame Qué Te Cuente Perú”, un programma che divulgava la storia del Perù, durante una breve partecipazione al Collettivo Javier Prado. Nello stesso anno pubblicò la sua seconda raccolta di poesie intitolata “Crepitaciones de la Carne”.

Da marzo 2018 è direttore della rivista multidisciplinare “La Voz Ausente”, di cui è anche fondatore.

Tra il 2018 e il 2019 ha condotto il talk show “Confidencias en el Tiempo” su HCM Radio TV.

Nel giugno 2020 ha pubblicato il suo terzo libro, il primo di narrativa, intitolato “Schizophrenic Stories”. Attualmente organizza recital, presentazioni di libri e interviste virtuali attraverso la piattaforma digitale della rivista La Voz Ausente

Domande

1. Come dialoga il tuo paesaggio interiore con quello della tua terra?

C’è sicuramente un legame ineludibile, nel senso che l’arte è parte della cultura.

Ciò che ho fatto finora, attraverso la mia poesia, è stata in qualche modo una descrizione di luoghi, di anime, di idee; Questo dialogo avviene attraverso il linguaggio e ciò che in esso si propone come discorso estetico che nasce dalla realtà; questa realtà ci viene posta davanti e diventa una sfida cercare di trasformarla.

Essere peruviani, essere latinoamericani, significa vivere una lotta costante per un futuro migliore. Significa anche confrontarsi, dall’interno, con ciò che emerge come arte, un intero sistema che disdegna e sbeffeggia un’arte che mette in discussione e non è complice degli interessi subordinati di un governo al potere o di un sistema superficiale e mercantilista.

2. Il tuo linguaggio poetico è una scelta estetica, una radice o una ferita?

In una delle poesie del mio libro “Catábasis” dico in un paio di versi: “se non ci sono ferite/cosa sono allora le parole?

Credo che la mia poesia, la mia letteratura, nascano inizialmente dalle ferite, dalle esperienze, dalle esperienze più dure, sia individuali che collettive. Emerge in forma grezza, a torrenti, in modo viscerale, ma è la correzione, la manipolazione del linguaggio allegorico, simbolico, cioè retorico, che gli conferisce l’estetica necessaria affinché un testo abbia gli elementi che lo rendono letteratura, anche se, naturalmente, è un duro lavoro e si è sempre in continuo apprendimento. 

3. Quale silenzio ti è più familiare: quello della giungla o quello del deserto?

Quella del deserto, ovviamente, sotto diversi aspetti. Sono nato nel nord del Perù, in una provincia chiamata Ferreñafe. A nord, i paesaggi sono più aridi, desertici. La costa peruviana è desertica. È la sua vicinanza al mare che gli conferisce una certa vitalità, ma è di per sé un paesaggio un po’ desolato. Ora vivo a Lima, ma in periferia, in un posto chiamato Pachacútec, che in realtà è una zona sabbiosa che si sta gradualmente urbanizzando. Dal punto di vista geografico il deserto mi è molto familiare, ma anche dal punto di vista spirituale il deserto è il nulla, il vuoto, l’oscurità, e questa è la forza motrice delle mie creazioni. Essi nascono da un vuoto che non è solo individuale ma collettivo, perché appartengo alla classe inferiore, alla classe della privazione, del bisogno, la classe che popola i deserti e dà loro vita, ma che mantiene sempre quella malinconia caratteristica degli indifesi.

4. La storia del tuo Paese è un peso o una fonte di ispirazione creativa?

È sicuramente una fonte di creatività, una fonte di ispirazione e una fonte che mi spinge a impegnarmi per un Paese migliore sotto molti aspetti. Il Perù ha una storia ricca e antica. È un paese vasto, ma purtroppo è sempre stato nelle mani dei poveri. Di conseguenza, è un paese con enormi divari socioeconomici e ferite enormi che non possono guarire. La realtà del mio Paese è la mia principale fonte di creatività, ma non mi fermo qui. Stiamo lavorando collettivamente, con le nostre risorse, le nostre idee, la nostra arte, per dare il nostro contributo affinché un giorno il Perù diventi un paese in cui, almeno, sognare non sia solo un’illusione e dove le opportunità e la vita siano più dignitose per tutti.

5. Quando scrivi, cerchi di ricordare o di dimenticare?

Penso entrambe le cose, ricordare è importante, anzi, a livello sociale e collettivo, è necessario, è da lì che nasce la proiezione storica delle persone, per non commettere gli stessi errori del passato, per migliorarli e intravedere un futuro più incoraggiante, però penso che dimenticare abbia più a che fare con l’individuo e, a volte, ci sono cose che è meglio dimenticare, perché altrimenti vivi con una sofferenza che ti lega e non ti permette di andare avanti. Anche se, naturalmente, non è una cosa così facile come sembra.

6. Hai mai scritto qualcosa che avevi paura di rileggere?

Sì, infatti è stato pubblicato. Ho un libro di narrativa intitolato “Storie schizofreniche”. Da quando l’ho pubblicato nel 2020, non l’ho più riletto. Ho paura di farlo perché significherebbe riportare al presente cose che non dovrebbero tornare. Ho scritto quel libro in un periodo molto buio. Sembra comunque che l’editore che l’ha pubblicato pubblicherà una seconda edizione. Bene, vedremo.

7. Cosa sopravvive nella poesia e cosa muore nella vita di tutti i giorni?

Umanità. E questo significa molto, perché parlare dell’umanità è una cosa, parlare degli esseri umani è un’altra. L’umanità muore ogni giorno, scompare. Basta guardare Gaza per capire, o meglio, quello che sta succedendo nel mio Paese è brutale.

8. Se la tua poesia fosse una resistenza, contro cosa combatterebbe oggi?

Contro l’indifferenza.

L’indifferenza è in gran parte responsabile del disastro che il mondo sta vivendo. Non impegnarsi, non schierarsi, non prendere posizione, aspettare che lo faccia qualcun altro è un modo miserabile di vivere. Essere indifferenti significa essere apolitici, in senso aristotelico.
Il fatto è che gli esseri umani sono socievoli e gregari per natura, ed essere indifferenti alla società significa semplicemente essere come oggetti inanimati o essere complici della putrefazione che ci divora.

Poesie
Dal libro “Pools of Blood” (2014)

1- Uccelli rapaci

Si vestono in modo molto alla moda

con scarpe lucide che nascondono i loro artigli sporchi,

indossano smoking

e una collana di perle dall’Africa prosciugata,

hanno denti aguzzi

e di tanto in tanto mostrano i loro perfidi becchi,

che sono come i coltelli di un comune assassino,

Nascondono il loro piumaggio screziato sotto la seta importata

e ogni mattina,

Hanno latte e marmellata per colazione,

ecco come sono i rapaci

A pranzo servono lo stufato di costolette

e cenano a mezzanotte

chiuso in una stanza dorata,

Si nutrono di carne arrostita delle loro stesse vittime

bevono il sudore dalle tazze di porcellana

e per soddisfare la loro voglia

bevono il sangue della patria,

poi dormono, e quando spunta l’alba

Si travestono da tenere colombe bianche

si vestono di nuovo con abiti costosi

si adornano con i loro gioielli

profumare le loro ali e le loro cravatte

e aspettano ancora una volta,

fino al momento della distribuzione

per strappare e beccare le loro vittime,

per nutrirci a vicenda

finché non soddisfano la loro gola

sono così,

perché sono uccelli rapaci

Portano il fetore della morte sulle zampe

e dove mordono,

Lasciano la macchia della loro sventura.


Dal libro “Crepitii della carne” (2017)

2- UMANI

All’improvviso senti che il dolore se ne va
che la gioia e la felicità ritornino
quella pace interiore che ti dice quanto sei vivo.


Finché non vai a fare una passeggiata
e ti imbatti ancora una volta nella terribile realtà
con quel mondo di disordine, di inadeguatezza
con i volti abbattuti dalla routine e dalla tristezza,
poi ritorni di nuovo nella fossa della miseria
ricadi nel dolore e nella sofferenza
inizi ad odiare il mondo
credi meno nell’amore
sei assente da tutto, anche da te stesso
e finisci abbandonato
come un mendicante che muore nella desolazione.


All’improvviso ti senti come se non fossi più lo stesso

hai desideri di non esistere

vuoi toglierti la vita

vuoi morire,

perché pensi a quanto sia terribile la vita

e quanto è difficile vivere.


All’improvviso mio fratello

ti accorgi che non hai più fratelli

ti ritrovi solo

sotto il cielo scuro che accompagna i tuoi passi

guardi ai tuoi lati

e vedi in ogni traccia una costola

vedi un polmone annegato in ogni angolo

e su ogni pista vedi la morte dei tuoi connazionali.

Guardi indietro

e vedi serpenti che strisciano, inseguendo le tue impronte

Vedi come muore il figlio del padre dimenticato

Vedi come la madre piange ai piedi del figliastro

vedi come il ladro uccide i sogni

vedi come il cadavere si solleva

e accusa noi che ancora respiriamo

dice loro che siamo i viventi

i responsabili della tristezza e degli abusi.


E all’improvviso tutto finisce

tutto diventa niente

il mondo diventa disumano

la società ti seppellisce vivo

e all’improvviso le tue ossa sono ammaccate,

i mendicanti seguono i tuoi passi

I poveri vecchi ti prestano il loro bastone

e tu, essendo un poeta che conosce il dolore

preferisci morire piuttosto che cambiare schieramento.


All’improvviso gli occhi del mondo piangono

i corpi si degradano

le menti impazziscono ogni mattina

i cuori sanguinano

i piedi abbandonano le loro speranze

le mani non vogliono essere di supporto

e all’improvviso tutto marcisce

tutto finisce, idee, versi

l’umanità non è più umana.


E l’hai lasciata morire.
Sì, l’hai fatto, poi hai voluto rianimarlo
ma ti sei reso conto che era troppo tardi
hai perso ciò che avevi guadagnato

hai pianto invano
e solo allora hai capito,

che la vita non ci insegna ad essere uomini
ma essere Umani.

Dal libro “Catabasis” (2022)

3- Primo inciampo

(Caduta necessaria)

Dimmi cosa disprezzi

per sapere cosa rappresenti

Dimmi se hai visto i cani che ingoiano la nostra povertà

sotto un palo di lucciole privatizzato,

Dimmi come si sente un poeta

Voglio sapere gli ingredienti della ricetta

per brevettare l’homunculus che alla fine

erediterà segretamente i tuoi vizi intrinseci

i tuoi desideri segreti

i tuoi pensieri più bassi

e forse,

cadrà come chiunque altro.

Dimmi

Come si forgia un poeta?

In che modo gli anni plasmano il tuo nome?

Come impari a mentire?

creare illusioni senza mostrare illusioni

essere un eroe terreno

nel mezzo del disordine più autentico?

Come scrive un poeta?

dimmi se alla fine del periodo
la poesia muore
deforme
o un verso di undici sillabe
infrange la metrica per ferire il suo partner
e un gerundio attacca colui che stava scrivendo
e se vai al recital
Continuo a scendere,

Voglio sapere come sognano i poeti

dimmi se ami davvero
Se odiano quanto nessuno si aspetta
Dimmi se sono opera di un pistillo in primavera

o sono lo zigote di qualche anomalia tra chimere sfocate,
dimmi cos’è un poeta
La sua militanza è utile a qualche cosa?
Questa caduta non è un fallimento.

È la ferita essenziale
per conoscere il sangue di chi cammina
di colui che si dichiara Poeta
è una caduta necessaria
se non ci sono ferite
Cosa sono allora le parole?

Hola Hola gente maravillosa!!  ¡¡Feliz domingo!!
Buenos días, tardes o noches, según el País donde estés conectado un cordial saludo para todos.
Gracias por seguir en este maravilloso espacio donde la presencia de cada uno de ustedes es muy bienvenida.
Junto a Pietro La Barbera continuamos  nuestra búsqueda de la “Verdadera Belleza” conociendo el alma especial de
Ángel Valeriano- Perù presentado de nuestro amigo poeta gestore cultural Carlos Jarquin a quien agradezco su disponibilidad y colaboración para presentarnos a personas especiales
Biografía:

Ángel Valeriano, natural de la provincia de Ferreñafe, Lambayeque, Perú. Nacido el 22 de abril de 1992. A la edad de 16 años abandona su ciudad natal y llega a Lima, ciudad en la que inicia y desarrolla toda su trayectoria literaria.

El año 2011 publica las plaquetas de poesía “Agonía” y “Sombra”. Con las que empieza su participación en el mundo de las letras en el conocido programa cultural “Viernes Literarios”, que dirige el poeta Juan Benavente.

El 2012 aparecen publicados sus poemas en la legendaria revista literaria “La Tortuga Ecuestre”, con motivo de la celebración de los cuarenta años de dicha revista. El 2013 pública otras dos plaquetas de poesía “El Cuerpo Aliado del Reo” y “…”, ese mismo año fue Coconductor del programa radial “Buscando Nuevos Líderes Peruanos” (Radio Obras-RBC). Un programa de temática sociopolítica y cultural.

El 2014 publica su primer poemario “Charcos de Sangre”.

El 2016 Cofunda el periódico “Generación Desconocida”, cuya participación se limitó solo a la primera edición.  Al año siguiente es panelista en el programa de Tv digital “Déjame Qué Te Cuente Perú”, programa de difusión de la historia del Perú, durante una breve participación en el Colectivo Javier Prado, ese mismo año publica su segundo poemario titulado “Crepitaciones de la Carne”.

Desde marzo del 2018 es director de la Revista multidisciplinaria “La Voz Ausente”, de la cual, además, es fundador.

Entre el 2018 y 2019 condujo el programa de entrevistas “Confidencias en el Tiempo”, en HCM Radio TV.

En junio del 2020 publica su tercer libro, el primero de narrativa titulado “Relatos Esquizofrénicos”. Actualmente organiza recitales, presentaciones de libros y entrevistas virtuales a través de la plataforma digital de la Revista La Voz Ausente.

Preguntas
1. ¿Cómo dialoga tu paisaje interior con el de tu tierra?

Definitivamente, hay una conexión ineludible, en el sentido en que el arte es parte de la cultura.
Lo que he hecho hasta ahora, a través de mi poesía, de alguna forma, ha sido una descripción de lugares, de almas, de ideas; ese diálogo se da a través del lenguaje y lo que en él se propone a modo de un discurso estético que surge de la realidad, esa realidad se nos pone al frente y se torna un reto intentar transformarla.
Ser peruano, ser latinoamericano es vivir en una lucha constante por un futuro mejor, es, además, enfrentarse, desde el interior que surge a modo de arte, a todo un sistema que desdeña y desprecia el arte que cuestiona y que no es cómplice de los intereses subalternos de algún gobierno de turno o de un sistema mercantilista y superficial.
2. ¿Tu lenguaje poético es una elección estética, una raíz o una herida?
En uno de los poemas de mi libro “Catábasis” digo en un par de versos: “si no hay heridas/¿qué son entonces las palabras?
Creo que mi poesía, mi literatura, surgen inicialmente de las heridas, de las vivencias, de las experiencias más duras, tanto individuales como colectivas, surge en forma bruta, a borbotones, de manera visceral, pero es la corrección, el manejo del lenguaje alegórico, simbólico, es decir, retórico el que le da la estética necesaria para que un texto tenga los elementos que lo convierten en literatura, aunque, claro, es un arduo trabajo y siempre se está en un constante aprendizaje. 
3. ¿Qué silencio te resulta más familiar: el de la selva o el del desierto?
El del desierto, desde luego, en diferentes aspectos. Yo nací en el norte del Perú, en una provincia llamada Ferreñafe, en el norte los paisajes son más áridos, desérticos, la costa peruana es desértica, es su cercanía al mar la que le da cierta vida, pero es en sí un paisaje un tanto desolador. Ahora vivo en Lima, pero en la periferia, en un lugar llamado Pachacútec, que es en realidad un arenal que se va urbanizando poco a poco. En un sentido geográfico el desierto me es muy familiar, pero también en un sentido espiritual, el desierto es la nada, el vacío, lo sombrío, y eso es el motor de mis creaciones, surgen de un vacío que no solo es individual, sino, colectivo, porque pertenezco a la clase baja, la clase de las carencias, de las necesidades, la clase que puebla los desiertos y les da vida, pero que mantiene siempre esa melancolía propia de los desamparados.
4. ¿La historia de tu país es una carga o una fuente de fuego creativo?
Definitivamente, es una fuente de creatividad, una fuente de inspiración y una fuente que me empuja a luchar por ver un país mejor en distintos aspectos. El Perú tiene una historia milenaria, muy rica, es un país enorme, pero que, lamentablemente siempre ha estado en manos de miserables, de ahí que, es un país con enormes brechas socioeconómicas y con gigantescas heridas que no pueden cicatrizar. La realidad de mi país es mi principal fuente de creatividad, pero no me quedo ahí, colectivamente estamos trabajando, con nuestros recursos, nuestras ideas, nuestro arte, para aportar en algo a que un día el Perú sea un país en el que, por lo menos, soñar, no sea solo una ilusión y en el que las oportunidades y la vida sean más dignas para todos.

5. ¿Cuándo escribes, ¿intentas recordar u olvidar?
Creo que ambas cosas, recordar es importante, es más, a nivel social y colectivo, es necesario, de ahí viene la proyección histórica de los pueblos, para evitar cometer los mismos errores del pasado, para mejorarlos y vislumbrar un futuro más alentador, sin embargo, pienso que, olvidar tiene que ver más con el individuo y, a veces, hay cosas que es mejor olvidarlas, porque de lo contrario se vive con un sufrimiento que ata y no permite avanzar. Aunque, claro, no es algo que sea tan fácil como parece.

6. ¿Alguna vez has escrito algo que tenías miedo de releer?
Sí, es más, está publicado, tengo un libro de narrativa titulado “Relatos Esquizofrénicos”, desde que lo publiqué en el 2020, no he vuelto a releerlo, temo hacerlo, porque eso significaría traer al presenta cosas que no deben volver, ese libro lo escribí en una etapa muy oscura, sin embargo, parece que el editor que lo publicó, sacará una segunda edición, en fin, ya veremos.

7. ¿Qué sobrevive en la poesía que muere en la vida cotidiana?
La humanidad. Y eso significa mucho porque hablar de humanidad es una cosa y hablar de seres humanos es otra. La humanidad muere cada día, desaparece, basta con mirar a Gaza y nos daremos cuenta, o aquí mismo, lo que sucede en mi país es brutal.

8. ¿Si tu poesía fuera una resistencia ¿contra qué lucharía hoy?
Contra la indiferencia.
La indiferencia es, en gran medida, responsable de la debacle que vive el mundo, el no involucrarse, no tomar partido, no tomar una posición, esperar que sea otro el que lo haga, es una forma miserable de vivir, ser indiferente es ser apolítico, en un sentido aristotélico.
Es que el ser humano es de naturaleza social, gregaria, y ser indiferente en la sociedad es simplemente, ser como un objeto inanimado o ser cómplice de la putrefacción que nos carcome. 

Poemas
Del libro “Charcos de Sangre” (2014)

1- Aves de rapiña
Visten muy a la moda
con zapatos brillosos que esconden sus sucias garras,
llevan esmoquin
y un collar de perlas provenientes de la desangrada África,
tienen los dientes afilados
y de vez en cuando muestran sus pérfidos picos,
que son como los cuchillos de un vulgar asesino,
esconden su plumaje abigarrado bajo la ceda importada
y todas las mañanas,
desayunan leche con Mermelada,
así son las aves de rapiña
almuerzan guisado de costillas
y cenan a la media noche
encerrados en un salón dorado,
cenan carne asada de sus propias víctimas
beben sudor en tazas de porcelana
y para satisfacer su buche
beben la sangre de la patria,
luego duermen, y cuando amanece
se disfrazan de tiernas palomas blancas
vuelven a vestir con ropas caras
se adornan con sus alhajas
perfuman sus alas y sus corbatas
y esperan una vez más,
a que llegue la hora de la repartija
para desgarrar y picotear a sus víctimas,
para alimentarse entre ellas
hasta saciar con la gula sus tripas
así son,
porque son aves de rapiña
llevan el hedor a muerte en sus patas
y donde pican,
dejan la mancha de su desgracia.

Del libro “Crepitaciones de la Carne” (2017)
2- HUMANOS
De pronto sientes que la pena se va
que regresa la alegría, la felicidad
esa paz interior que te dice cuan vivo estás.

Hasta que sales a caminar
y te encuentras una vez más con la terrible realidad
con ese mundo de desorden, de insuficiencia
con rostros abatidos por la rutina y la tristeza,
entonces vuelves otra vez al hoyo de la miseria
caes nuevamente en la pena y el dolor
comienzas a detestar al mundo
crees menos en el amor
te ausentas de todo, incluso de ti mismo
y terminas abandonado
cual mendigo que muere en la desolación.

De pronto sientes que ya no eres el mismo
tienes deseos de no existir
quieres arrancarte la vida
quieres morir,
porque piensas cuan terrible es la vida
y cuan duro es vivir.

De pronto hermano mío
notas que ya no tienes hermanos
te encuentras solo
bajo el oscuro cielo que acompaña tus pasos
miras a tus costados
y ves en cada rastro una costilla
ves en cada esquina un pulmón ahogado
y en cada pista ves la muerte de tus coterráneos.

Vuelves tu mirada hacia atrás
y ves sierpes que se arrastran persiguiendo tus huellas
ves como muere el hijo del padre olvidado
ves como la madre llora a los pies de su hijastro
ves como el ladrón mata los sueños
ves como el cadáver se levanta
y acusa a los que aún respiramos
les dice que somos los Vivos
los culpables de la tristeza y el maltrato.

Y de pronto todo se acaba
todo se vuelve nada
el mundo se torna inhumano
la sociedad te sepulta vivo
y de pronto tus huesos son magullados,
los mendigos acompañan tus pasos
los pobres ancianos te prestan su bastón
y tú, siendo un poeta que conoce el dolor
prefieres morir, antes que cambiar de bando.

De pronto los ojos del mundo lloran
los cuerpos se degradan
las mentes se desquician cada mañana
los corazones se desangran
los pies abandonan sus esperanzas
las manos no quieren ser solidarias
y de pronto, todo se pudre
todo se acaba, las ideas, los versos
la humanidad, ya no es humana.

Y tú la dejaste morir.
Sí, lo hiciste, luego querías revivirla
pero te diste cuenta que ya era demasiado tarde
perdiste lo que habías ganado
lloraste en vano
y recién allí entendiste,
que la vida no nos enseña a ser hombres
sino, a ser Humanos.

Del libro “Catábasis” (2022)

3- Primer Tropiezo
(Caída Necesaria)
Dime lo que desprecias
para saber lo que defiendes
dime si has visto a los perros tragándose nuestra pobreza
bajo un poste de privatizada luciérnaga,
dime como siente un Poeta
quiero saber los ingredientes de la receta
para patentar el homúnculo que a la postre
heredará secretamente tus intrínsecos vicios
tus secretos deseos
tus más bajos pensamientos
y quizá,
caerá también como lo hace cualquiera.
Cuéntame
¿cómo se forja un Poeta?
¿cómo fraguan los años su nombre?
¿cómo aprende a mentir?
a ilusionar sin mostrar ilusiones
¿a ser un héroe terrenal
en medio del más auténtico desorden?
¿cómo escribe un Poeta?
dime si al final del punto
muere el poema
deforme
o un verso endecasílabo
rompe la métrica para herir a su compañero
y un gerundio ataca al que iba escribiendo
y si tú vas al recital
yo sigo cuesta abajo,
quiero saber cómo sueñan los Poetas
dime si de verdad aman
si odian tanto como nadie lo espera
dime si son hechura de un pistilo en primavera
o son el cigoto de alguna anomalía entre borrosas quimeras,
dime que es un Poeta
¿sirve acaso su militancia?
No es esta caída un fracaso
es la herida imprescindible
para conocer la sangre del que anda
del que dice ser Poeta
es una caída necesaria
si no hay heridas
¿qué son entonces las palabras?

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Il prof  Kareem Abdullah -Iraq dalla lettura critica della poesia della poetessa Sakar Almudaris : “Dialogo con i morti “, scrive l’analisi letteraria.

Foto cortesia della dott.ssa Sakar Almudaris – Kurdistan iracheno e del prof Kareem Abdullah -Iraq

Lettura critica di: Dialogo con i morti – Dott.ssa Sakar Almudaris
– Kurdistan iracheno.
Scritto da: Karim Abdullah – Iraq.

Dialogo con i morti
Mahmoud Darwish mi ha chiesto mentre è seduto al bar e sorseggia il suo solito caffè.
Cosa ti prende?
Gli ho risposto: Niente!
*Tutto bene!
Qualche livido nelle emozioni.
Un tremore nel profondo della coscienza.
Una spaccatura del cuore.
Da esso traspare l’essenza del dolore e della sofferenza!
Niente!
*Un’anima che non abbandona mai il sanguinamento del desiderio
Nonostante lo sradicamento dei bei ricordi
situato tra le costole della memoria!
Niente!
* Decomposizione della mummia della fatalità
E il silenzio della coscienza fu spazzato via dalle nuvole d’amore.
Ritiro dello zoccolo di rimpianti amorosi rimanenti.
Commozione nel mercato del dono e dei sacrifici!
Niente!
*Il corvo della separazione si posò nel nido dell’usignolo.
Le spine della delusione sono maturate e hanno distrutto i frutti della speranza.
L’ondata della durezza ha rimosso la roccia della cordialità!
Niente!
*Sono stato abbandonato ad ogni svolta del mio cammino
Coperto di spine e lacrime…
Spreco di parole rosa!
*Mi disse sorridendo:
” Non importa, niente di cui preoccuparsi.”
È lo sradicamento di un’anima che vi ha abitato!”

Dott.ssa Sakar Almudaris (28/02/2025)


Lettura critica:
“Non importa, niente di cui preoccuparsi.”
È lo sradicamento di un’anima che vi ha abitato!”
Con questa frase dettagliata, Mahmoud Darwish conclude – come un’ombra spettrale poetica – un dialogo che sanguina dal cuore del poema, non solo come un ramo letterario, ma come un simbolo intenso dell’idea del poeta che non è mai morto, ma piuttosto trasformato in uno specchio che riflette il dolore dei vivi.
Nel testo “Un dialogo con i morti”, la dott.ssa Sakaar, l’insegnante, ai massimi livelli di metafora e condensazione poetica, mentre scavava nel terreno dei cadaveri della memoria che non erano morti, ma respiravano ancora dolore… Si interroga, rimprovera e cerca la salvezza non nella vita, ma nel dialogo con i morti – forse perché i vivi l’hanno delusa, o perché il silenzio nei cimiteri è più vero delle parole sulle lingue.
Il testo assume una forma più simile a un poetico monologo drammatico, ma invoca la tecnica del “dialogo”, poiché inizia con la domanda di Darwish e termina con la sua risposta, passando attraverso il sé che si riversa in sequenze di frasi poetiche che salgono al “Niente!” – La frase chiave che si ripete e funziona come “leva emotiva” ci rimanda ad un vuoto completo, a un silenzio parlante, ad una negazione che condanna la realtà con l’eloquenza dell’ironia.
Questa tecnica conferisce al testo una dimensione interna teatrale, poiché vediamo solo la voce del poeta/narratore mentre dialoga con l’immagine di Darwish come simbolo poetico metafisico, come se lo stesse interrogando come testimone delle sue rovine psicologiche
“Una spaccatura del cuore” – Questo solo verso è sufficiente per indicare il tono del testo: non un tono di fugace tristezza, ma piuttosto una tristezza esistenziale, radicata, che colpisce in profondità la ferita interiore. L’uso di immagini dense, che combinano metafore mediche (“commozione”, “sanguinamento”, “escissione”) e metafore naturali (“corvo della separazione”, “nuvole d’amore”, “roccia della cordialità”), è frequente, creando un clima poetico soffocante e pieno di tensione emotiva.
L’impiego di vocaboli quali “mummia”, “fatalità”, “zoccolo di rimpianto” e “spreco rosa di parole” fa del testo anche la scena di un tramonto dei valori, dove i sentimenti d’amore e di donazione si trasformano in cose decadenti, in uno spreco emotivo, in un tempo inesorabile.

Per la poetessa iniziare il suo testo con un dialogo con Mahmoud Darwish, non è solo una metafora passeggera, ma piuttosto una dichiarazione implicita di uno stato profondo di alienazione. Darwish qui non è solo il “poeta”, ma piuttosto un simbolo della perdita del sogno collettivo, e la scomparsa della voce che ha espresso i margini, l’abbandonato, l’amore che “non abbiamo più.”.
Forse il suo ultimo sorriso -, nonostante l’oscurità del testo -, è una forma di riconciliazione con la perdita, un tipo di saggezza che non arriva fino a quando è troppo tardi: “Nulla suscita timori, è lo sradicamento dello spirito della vostra dimora” -, come se la sofferenza fosse necessaria per liberare il sé dal peso dei suoi pesanti sentimenti.
Il testo oscilla tra prosa poetica e metro nascosto, ma la sua forza non sta nel ritmo, ma nella carica e nell’accumulo di immagini. Il linguaggio qui non è trasparente, ma denso, impilato di dolore e simboli, come se cercasse di dire ciò che non si dice, di mettere la mano sulla ferita senza urlare.
“Un dialogo con i morti” non è solo una poesia, ma piuttosto un’esperienza emotiva esistenziale, camminando sui bordi della follia e della tranquillità, urlando in faccia alla delusione, e cercando di restituire al sé la sua capacità di capire, anche se questa comprensione è nei cimiteri, non tra i vivi.

In questo testo, la Dott.ssa Sakar
Almudaris e la sua personale elegia per l’emozione, per la speranza e forse anche per il significato. Ma lo fa senza alzare la bandiera della resa, bensì con un’intensità poetica che fa del “niente” uno stato esistenziale che trascende il vuoto, diventando specchio del sé addolorato.


قراءة نقدية في : حوارٌ مع  الأموات – د. ساكار المدرس – كردستان العراق .
بقلم : كريم عبدالله – العراق .
النصّ :
حوارٌ مع  الأموات
*سألني محمود درويش وهو جالسٌ في
المقهى يرتشفُ قهوته المعتادةِ
ماذا بكِ؟
فقلتُ لهُ: لاشيء!
*كلُ شيء على ما يرام؛
بضعُ كدماتٍ في العواطف،
ارتجاجٌ في أعماق الوجدان،
انشطارٌ لشغاف الفؤاد،
فتنسكبُ منه عصارة الأوجاعِ والمِحن!
لاشيء!
*روحٌ لا يُبارحها نزيفُ الشوقِ
رغم اجتثاثِ الذكريات البهية
الكائنة بين أضلع الذاكرةِ!
لاشيء!
* تَحلُّلٍ لمومياء الصبرِ 
وصمتُ الضميرِ اجتاحتهُ قبقبةُ الندم؛
سحبٌ لأرصدة الحُبِ المُتبقيةِ،
كسادٌ في سوقِ العطاء والتضحياتِ!
لاشيء!
*غرابُ البين استوطن عُشَ البلابلِ،
وأشواكُ الخيبةِ أينعت، وفتكت بثمارِ الأملِ
وأزاح موجُ الغلظةِ صخرةَ الود!
لاشيء!
*تُرِكتُ بكل منعرجٍ من دربي
المفروش بالشوكِ والأدمعِ…
بقايا نفاياتٍ من الكلمات الوردية!
*فقال لي مبتسماً:
“لا عليكِ، لا شيء يثيرُ المخاوفَ؛
إنهُ استئصالٌ لروحٍ سكنتكِ!
د. ساكار المدرس (28/2/2025)

القراءة النقدية:
“لا عليكِ، لا شيء يثيرُ المخاوفَ؛
إنهُ استئصالٌ لروحٍ سكنتكِ!”
بهذه الجملة المفصلية، يختتم محمود درويش – بوصفه ظلًا شعريًا طيفيًا – حوارًا ينزف من قلب القصيدة، لا بوصفه طرفًا أدبيًا فحسب، بل بوصفه رمزًا مكثفًا لفكرة الشاعر الذي لم يمت أبدًا، بل تحول إلى مرآة تعكس وجع الأحياء.
في نص “حوارٌ مع الأموات”، تذهب د. ساكار المدرس إلى أقصى درجات المجاز والتكثيف الشعري، حيث تنقّب في تربة الذاكرة عن جثثٍ لم تمت، بل ما زالت تتنفس بألم… تسائل، وتعاتب، وتبحث عن خلاصٍ ليس في الحياة، بل في الحوار مع الموتى – ربما لأن الأحياء خذلوها، أو لأن الصمت في المقابر أصدق من الكلمات على الألسن.
النص يتخذ شكلاً أقرب إلى المونولوج الدرامي الشعري، لكنه يتوسل تقنية “الديالوج”، إذ يبدأ بسؤال درويش وينتهي بإجابته، مرورًا بانسكاب الذات في متواليات من الجُمل الشعرية التي تنهض على “لا شيء!” – العبارة المفتاحية التي تتكرر وتشتغل كـ “رافعة شعورية”، تحيلنا إلى فراغٍ ممتلئ، وصمتٍ ناطق، ونفيٍ يدين الواقع ببلاغة المفارقة.
هذه التقنية تمنح النص بعدًا مسرحيًا داخليًا، حيث لا نرى سوى صوت الشاعرة/الراوية وهي تتحاور مع صورة درويش كرمز شعري ميتافيزيقي، وكأنها تستنطقه بوصفه شاهدًا على أطلالها النفسية.
“انشطارٌ لشغاف الفؤاد” – هذا البيت وحده كافٍ للدلالة على نبرة النص: ليست نبرة حزن عابر، بل حزن وجودي، متجذر، يضرب في عمق الجرح الداخلي. يتكرر استخدام الصور الكثيفة، التي تجمع بين الاستعارات الطبية (“ارتجاج”، “نزيف”، “استئصال”) والاستعارات الطبيعية (“غراب البين”، “سحب الحب”، “صخرة الود”)، مما يخلق مناخًا شعريًا خانقًا ومفعمًا بالتوتر الوجداني.
كما أن توظيف مفردات مثل “مومياء”، “فتك”، “قبقبة الندم”، و”نفايات الكلمات الوردية” يجعل من النص مسرحًا لغروب القيم، حيث تتحول مشاعر الحب والعطاء إلى أشياء متحللة، نفايات عاطفية، في زمنٍ لا يرحم.
أن تبدأ الشاعرة نصها بحوار مع محمود درويش، فهو ليس مجرد استعارة عابرة، بل إعلان ضمني عن حالة اغتراب عميقة. درويش هنا ليس فقط “الشاعر”، بل هو رمز لفقدان الحلم الجمعي، واختفاء الصوت الذي كان يعبر عن الهامش، عن المخذولين، عن الحب الذي “لم نعد نملكه”.
ولعل ابتسامته الأخيرة – رغم سوداوية النص – هي شكل من أشكال المصالحة مع الخسارة، نوع من الحكمة التي لا تأتي إلا بعد فوات الأوان: “لا شيء يثير المخاوف، إنه استئصال لروح سكنتكِ” – وكأن المعاناة كانت ضرورية لتخليص الذات من عبء مشاعرها الثقيلة.
النص يتأرجح بين النثر الشعري والتفعيلة المتوارية، لكن قوته لا تكمن في الإيقاع، بل في شحنة الصور وتراكمها. اللغة هنا ليست شفافة، بل كثيفة، مكدّسة بالألم والرمز، كأنها تحاول أن تحكي ما لا يُقال، أن تضع اليد على الجرح دون أن تصرخ.
“حوارٌ مع الأموات” ليست مجرد قصيدة، بل تجربة وجدانية وجودية، تسير على حواف الجنون والسكينة، تصرخ في وجه الخيبة، وتحاول أن تعيد للذات قدرتها على الفهم، حتى وإن كان هذا الفهم في المقابر، لا بين الأحياء.
في هذا النص، تكتب د. ساكار المدرس مرثيتها الشخصية للعاطفة، للأمل، وربما حتى للمعنى. لكنها تفعل ذلك دون أن ترفع راية الاستسلام، بل بكثافة شعرية تجعل من “اللاشيء” حالة وجودية تتجاوز الفراغ، لتصبح مرآة للذات المكلومة.

La poesia ” La sua ultima tazza” della poetessa Reema Hamza

Foto cortesia di Reema Hamza


La sua ultima tazza

Al mattino,
si asciuga la notte dalle labbra con un sorso amaro,
gira la tazza come se sfogliasse i volti dei passanti nella sua memoria,
ne legge il fondo come qualcuno che scruta il suo destino – senza osare chiedere.

A mezzogiorno,
lascia che la tazza si raffreddi come un sogno arrivato troppo tardi,
ne traccia il bordo con le dita della solitudine,
pensando a molte possibilità,
tutte hanno condotto a nulla.

La sera,
si versa il caffè denso, nero come i suoi segreti,
guarda il vapore che sale,
vede un volto emergere dall’assenza,
poi sciogliersi… come tutto il resto un tempo.

Di notte,
lascia la tazza vuota,
come il suo cuore.
Ogni sorso una storia,
ogni vortice nella tazza un destino.
Contempla le crepe e le metafore,
scrivendo la sua vita tra la tazza
e le sue labbra.
Lei, caffè… Una donna
Brucia… E si ricostituisce.
Lei si scioglie… E tu sei nato di nuovo.

Reema Hamza

Finjan: piccola tazza da caffè senza manico, tradizionalmente usata nella cultura araba, spesso associata a rituali di divinazione e narrazione attraverso la lettura dei fondi di caffè.

Lettura e traduzione poetica a cura di Elisa Mascia

Her Last Finjan**
Text by Reema Hamza
Translated by : Riyadh Abdulwahid

In the morning,
she wipes the night off her lips with a bitter sip,
turns the finjan as if flipping through the faces of passersby in her memory,
reads the bottom like someone staring into her fate—without daring to ask.
At noon,
she lets the finjan grow cold like a dream that arrived too late,
traces its rim with the fingers of solitude,
thinking of many possibilities,
all leading to nothing.
In the evening,
she pours the coffee thick, black as her secrets,
gazes at the rising steam,
sees a face emerging from absence,
then melting… like everything else once did.
At night,
she leaves the finjan empty—
like her heart.
Each sip a story,
each swirl in the finjan a destiny.
She contemplates the cracks and the metaphors,
writing her life between the finjan and her lips.
She and the coffee… one woman.
She burns… and reshapes.
She melts… and is born again.

**Finjan: A small handleless coffee cup traditionally used in Arab culture, often linked to rituals of fortune-telling and storytelling through the reading of coffee grounds.


النص العربي
فنجانها الاخير
للشاعرة : ريما حمزة
ترجمة : رياض عبدالواحد
في الصباح،
تمسحُ الليلَ عن شفتيها برشفةٍ مُرّة،
تُقلّبُ الفنجانَ، كأنها تُقلّبُ وجوهَ العابرينَ في ذاكرتها،
تقرأُ القاعَ كمن يحدّقُ في مصيرهِ ولا يجرؤُ على السؤال.

في الظهيرة،
تتركُ الفنجانَ يبردُ كحلمٍ تأخرَ عن الوصول،
تُداعبُ حوافهُ بأصابعِ الوحدة،
تُفكرُ في احتمالاتٍ كثيرةٍ،
كلُّها تُفضي إلى اللاشيء.

في المساء،
تصبُّ القهوةَ كثيفةً، سوداءَ كأسرارها،
تحدّقُ في البخارِ المتصاعد،
تراهُ وجهاً يُطلُّ من الغياب،
ثم يذوبُ… مثلما ذابَ كلُّ شيءٍ آخر.

في الليل،
تتركُ الفنجانَ فارغاً،
كقلبِها.
كلُّ رشفةٍ حكاية
وكلُّ دورةٍ في الفنجانِ مصير
تتأملُ الكسر والاستعارات
وتكتبُ سيرتها بين الفنجانِ وشفتيها
هي والقهوة… امرأة واحدة
تحترقُ.. وتعيد التشكّل
تذوبُ.. وتولدُ من جديد

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