Un intellettuale fuori dalle liste… dentro il dolore
Hamed Al-Dhabiani
Non sono un caso isolato, né un’eccezione fugace nel libro dell’esclusione. Sono solo una riga cancellata da lunghe liste, accuratamente stilate affinché la cultura non vedesse mai il suo vero volto riflesso nello specchio. Un intellettuale pienamente qualificato, privo di privilegi, escluso non per mancanza di esperienza o di contributo, ma perché il mio nome non era scritto con l’inchiostro preferito dai burocrati, né accompagnato da una fotografia con una sedia, né cantato al ritmo della lealtà. La mia tragedia, e la tragedia di molti come me, è che crediamo ancora che la cultura sia un valore, che la penna sia una biografia e che la creatività non abbia bisogno di connessioni, mentre la realtà insiste nel darci una dura lezione: le liste non si scrivono con il talento, ma con la sottomissione; non si aggiornano con i risultati, ma con gli applausi. Così, un intellettuale che ha trascorso la vita tra libri, giornali e piattaforme culturali viene escluso dalla borsa di studio, mentre chi non ha scritto una sola frase senza errori, o letto un libro senza un’immagine, viene ammesso. La borsa di studio, che dovrebbe essere un riconoscimento, è diventata un test di lealtà, e chi non sa rispondere viene escluso, indipendentemente dalla sua storia o dal suo contributo. I nomi vengono distribuiti come inviti a eventi di pubbliche relazioni, e chi soffre autenticamente viene escluso perché non sa come trasformare il proprio dolore in pubblicità. Non sto piangendo qui, perché gli intellettuali hanno imparato da tempo a piangere in silenzio, ma scrivo perché il silenzio è diventato complicità, e perché rimanere in silenzio di fronte all’assurdità è un crimine morale non meno eclatante della corruzione stessa. Il paradosso ironico è che un Paese che si vanta di una storia che ha insegnato all’umanità l’alfabeto è ora incapace di leggere una sola riga onesta. Il denaro viene speso in somme astronomiche, perso tra progetti fittizi e ponti destinati a crollare, mentre all’intellettuale viene detto: aspetta il tuo turno. Quale turno? La svolta della morte silenziosa? La svolta dell’elegante emarginazione? Qual è il ruolo di assistere alla glorificazione della mediocrità in nome dell’arte? Sono un intellettuale non iscritto perché non ho trasformato la mia penna in un portavoce, né ho messo la faccia nella tasca del potere, né ho imparato a danzare sul filo dell’adulazione. Ho scelto la strada più difficile: restare saldo, anche se restare saldo costa caro. Ho scelto di essere un testimone, non un ornamento; una voce, non un’eco; un’idea, non una pubblicazione a pagamento. Questa non è una lamentela personale, ma piuttosto la testimonianza di un’intera generazione di autentici scrittori, artisti e giornalisti che vivono al di fuori delle liste e nel regno della fame simbolica. Una generazione che vede come gli pseudo-intellettuali vengono onorati, come vengono aperte piattaforme per coloro che eccellono nell’adulazione, mentre la porta viene sbattuta in faccia a coloro che scrivono con sincerità. Una generazione che ha capito troppo tardi che la dignità non viene concessa, ma nemmeno consumata.
In questo scenario assurdo, l’intellettuale diventa un pericolo perché ricorda, interroga e non dimentica. Pertanto, è escluso, non perché lo Stato sia povero, ma perché teme lo specchio. E io sono uno di quelli che non ha trovato il mio nome nelle liste, ma lo ha trovato inciso nel dolore. Scrivo oggi non per chiedere un finanziamento, ma per esporre l’idea di fondo: una cultura senza giustizia non è affatto cultura, un finanziamento senza dignità è un insulto e una lista che ignora i veri creatori non è altro che un’altra pagina nell’archivio dell’assurdità. Questo articolo non cerca né pietà né privilegi; mette il dito sulla piaga e sorride con amara ironia, perché a volte l’ironia è l’ultima traccia di verità. Sia chiaro: l’intellettuale che non è incluso oggi rimarrà un testimone domani, mentre le liste sono destinate all’oblio.
مثقف خارج القوائم… داخل الوجع حامد الضبياني أنا لست حالةً فردية، ولا استثناءً عابرًا في دفتر الإقصاء، أنا مجرّد سطرٍ محذوف من قوائم طويلة، كُتبت بعنايةٍ شديدة كي لا ترى الثقافة وجهها الحقيقي في المرآة. مثقفٌ كامل الأوصاف، ناقص الامتيازات، غير مدرج، لا لقصورٍ في التجربة ولا لفقرٍ في العطاء، بل لأن اسمي لم يُكتَب بالحبر الذي تحبه المكاتب، ولم يُرفَق بصورةٍ مع كرسي، ولم يُغنَّ على إيقاع الولاء.مأساتي، ومأساة كثيرين مثلي، أننا ما زلنا نعتقد أن الثقافة قيمة، وأن القلم سيرة، وأن الإبداع لا يحتاج إلى واسطة، بينما الواقع يصرّ على تعليمنا درسًا قاسيًا: القائمة لا تُكتَب بالموهبة، بل بالانحناء، ولا تُحدَّث بالمنجز، بل بالتصفيق. هكذا تجد مثقفًا قضى عمره بين الكتب والصحف والمنصات الثقافية خارج المنحة، بينما يدخلها من لم يكتب جملةً دون خطأ، ولم يقرأ كتابًا دون صورة.المنحة، التي يُفترض أن تكون اعترافًا، تحوّلت إلى اختبار ولاء، ومن لا يجيد الإجابة يُترك خارج الباب، مهما كان تاريخه، ومهما كان عطاؤه. تُوزَّع الأسماء كما تُوزَّع الدعوات في حفلات العلاقات العامة، ويُقصى أصحاب الوجع الحقيقي لأنهم لا يعرفون كيف يحوّلون معاناتهم إلى إعلان. أنا هنا لا أبكي، فالمثقف تعلّم منذ زمن أن يبكي بصمت، لكني أكتب لأن الصمت صار تواطؤًا، ولأن السكوت عن العبث جريمة أخلاقية لا تقل فداحة عن الفساد نفسه.المفارقة الساخرة أن بلدًا يتغنّى بتاريخٍ علّم البشرية الحرف، يعجز اليوم عن قراءة سطرٍ نزيه. تُصرف الأموال بأرقامٍ فلكية، تتوه بين مشاريع وهمية وجسورٍ مهيأة للانهيار، فيما يُقال للمثقف: انتظر دورك. أي دور؟ دور الموت الهادئ؟ دور التهميش الأنيق؟ دور أن تكون شاهدًا على تكريم الرداءة باسم الفن؟أنا مثقف غير مدرج، لأني لم أُحوّل قلمي إلى بوق، ولم أضع وجهي في جيب السلطة، ولم أتعلم الرقص على حبال التملّق. اخترت الطريق الأصعب: أن أبقى واقفًا، حتى لو كان الوقوف مكلفًا. اخترت أن أكون شاهدًا لا ديكورًا، صوتًا لا صدى، فكرة لا منشورًا مدفوعًا.هذه ليست شكوى شخصية، بل شهادة جيلٍ كامل من الأدباء والفنانين والصحفيين الحقيقيين الذين يعيشون خارج القوائم وداخل الجوع الرمزي. جيلٍ يرى كيف يُكرَّم أشباه المثقفين، وكيف تُفتح المنصات لمن يجيد التهليل، بينما يُغلق الباب في وجه من يكتب بصدق. جيلٍ فهم متأخرًا أن الكرامة لا تُمنح، لكنها أيضًا لا تُؤكَل. في هذا المشهد العبثي، يصبح المثقف خطرًا، لأنه يذكّر، ويسأل، ولا ينسى. لذلك يُقصى، لا لأن الدولة فقيرة، بل لأنها تخاف من المرآة. وأنا، واحدٌ من هؤلاء الذين لم يجدوا أسماءهم في القوائم، وجدوها محفورةً في الوجع. أكتب اليوم لا لأطالب بمنحة، بل لأفضح الفكرة: ثقافة بلا عدالة ليست ثقافة، ومنحة بلا كرامة إهانة، وقائمة لا ترى المبدعين الحقيقيين ليست سوى ورقةٍ أخرى في أرشيف العبث.هذا المقال لا يبحث عن شفقة، ولا يطلب امتيازًا، بل يضع إصبعًا على الجرح، ويبتسم بسخرية مرة، لأن التهكم أحيانًا هو آخر أشكال الصدق. فليكن واضحًا: المثقف الذي لم يُدرج اليوم، سيبقى شاهدًا غدًا، أما القوائم، فمصيرها دائمًا سلة النسيان.
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Ossessione per l’argilla Ali Al-Athari Tradotto in inglese da: Ahmed Juma
“Quando pensi che la guerra sia un gioco, ti accompagnerà per il resto della tua vita.” Solo sua madre conosceva il segreto del suo corpo. Ogni volta che lo strofinava con una luffa, sotto di lui si accumulava un mucchio di letame, sufficiente per costruire un porcile australiano. Eppure, lei mantenne il suo segreto, temendo che sarebbe stato soprannominato “Abu Al-Galg” (Il Grimy One). Con sicurezza, seduto all’interno di una vasca di rame mentre l’acqua si trasformava in polvere, le diceva: “Il mio corpo possiede una benedizione; produce abbastanza argilla per fare tavolette di preghiera (Turba) per un’intera setta”. In risposta, lei gli dava uno schiaffo sulla bocca. Non era l’unico tra i suoi coetanei: la maggior parte dei bambini dei villaggi del nord di Bassora erano come lui. Si sedeva sulle rive di piccoli fiumi per raccogliere “argilla pura”, ammucchiandola tra le pieghe del suo grossolano e sovradimensionato dishdasha che gli lasciava nude metà delle gambe. Mordeva il bordo dell’indumento con i denti, esponendo il suo pallido sedere alle punture del sole —non diversamente dalla sua nuca sudata. Poi correva al suo posto all’interno del loro frutteto, avvolto dall’ombra delle palme, tornando con tutto ciò che le sue dita avevano raccolto, raccogliendo abbastanza per creare un massacro. Un bambino che ha creato la guerra attraverso i suoi capricci; in cambio, la guerra gli ha donato la sua crudeltà. Creò in lui un “tratto polveroso” che si espandeva e cresceva dopo ogni scoppio di rabbia in cui perdeva il controllo sulla sua guerra. Fu l’unico dio che, con il suo passo, distrusse gli uomini d’argilla, i loro carri armati e la loro artiglieria —un sentimento che non lo abbandonò mai. Se le cose andassero fuori dal suo controllo, colpirebbe incautamente e schiaccerebbe tutti i suoi giocattoli. Due eserciti contrapposti: infilò dei fiammiferi nella testa di uno per distinguerli dall’altro. Con l’intensificarsi delle battaglie, accendeva un mucchio di fronde di palma, apprezzando gli attacchi, le ritirate e le strategie che gli facevano perdere i nervi, facendo sì che il grigiore nei suoi capelli si diffondesse.
Sua madre fissava i suoi lineamenti aridi ogni volta che il suo cuore batteva forte al suono della sua voce, mentre urlava mentre “spremeva il cervello” dei suoi generali per essersi ritirati dallo scontro. “A cosa serve un soldato senza guerra? “Un uomo non è altro che folti baffi e un’uniforme color cachi”, ripeteva, riecheggiando le parole che aveva colto origliando tra le pareti di canne del Mudhif (casa degli ospiti) quando i reclutatori dell’Esercito Popolare li visitavano. Sua madre si arrabbiava, poi sorrideva quando lo vedeva calmarsi; scoppiava a ridere vedendolo attaccare resti di argilla bagnata come baffi e disegnargli stelle sulle spalle con la fuliggine del legno spento. I suoi giorni più miserabili e lunghi furono quelli in cui non poté indossare la sua uniforme militare o partecipare alla “Seconda Qadisiyah” —come la chiamava il precedente regime— a causa della sua giovane età. La sua sofferenza aumentò quando fuggirono a Karbala per sfuggire ai bombardamenti iraniani, allontanandosi da quei fiumi le cui immagini perseguitavano la sua immaginazione. Spiegava le tattiche militari ai suoi cugini, disegnandole su carta come schizzi, solo per bruciarle all’ultimo momento con una “bomba nucleare” se non riusciva a decidere un vincitore in assenza dell’argilla che gli mancava. Con loro grande stupore, la carta bruciata spargeva resti di fango ogni volta che la strofinava tra i palmi delle mani. Quelli intorno a lui erano stupiti dalla quantità di —oltre la sporcizia— aggrappata alla sua pelle, che era screpolata come terra abbandonata dalla pioggia e deserta dai fiumi. Durante la “Madre di tutte le battaglie”, i suoi amici lo vedevano come un “figlio dell’arma” che credeva nella dottrina militare. Circolavano voci e meraviglia su di lui; la quantità di argilla che si induriva trasformandosi in solide fortificazioni all’interno della città superava quella costruita dai suoi compagni. La dirigenza del partito Ba’ath lo onorò con uno scudo color oro e una medaglia al coraggio. Rimase immerso in questa passione militare finché non si offrì volontario per i “Fedayeen di Saddam”, diventando sempre più severo. La polvere che cadeva dal suo corpo divenne più della terra che volava sulle trincee. Alcuni pensavano che stesse crollando come un vecchio muro a causa dei residui che aveva lasciato sul letto dopo esercitazioni estenuanti e il caldo intenso. I suoi occhi si trasformarono in pietra; una lacrima non gli sfuggì mai, nemmeno quando suo padre morì, quando un caro compagno morì in un incidente di addestramento o quando il tetto della casa fatiscente di sua sorella crollò, seppellendo lei e la sua famiglia. Era un uomo serio e isolato che non parlava altro che “Dio, Patria, Leader”. Non si sedeva mai davanti alla televisione e sorrideva solo quando suonava la canzone “O Land, Your Dust is Camphor”. Ciò che accrebbe la convinzione dei suoi conoscenti che questa canzone fosse stata scritta per lui fu che il suo corpo non era stato lavato dalla canfora come la maggior parte dei morti. I sopravvissuti alla “Battaglia di Al-Hawasim” giurarono di averlo visto vicino alla città di Umm Qasr, pietrificato come una statua in mezzo al deserto. Stava tentando di dare la caccia a un carro armato americano Abrams con un RPG. Ma il carro armato ha deciso il suo destino, restituendolo a sua madre all’interno di una piccola borsa, da cui ha modellato una tavoletta di preghiera (Turba) per le sue preghiere.
Articolo preparato per la pubblicazione da Elisa Mascia -Italia
Clay Obsession Ali Al-Athari Translated by: Ahmed Juma
“When you think war is a game, it will accompany you for the rest of your life.” Only his mother knew the secret of his body. Whenever she scrubbed him with a loofah, a pile of muck would accumulate beneath him, enough to build an Australian pigsty. Yet, she kept his secret, fearing he would be nicknamed “Abu Al-Galg” (The Grimy One). With confidence, sitting inside a copper tub as the water turned to dust, he would tell her: “My body possesses a blessing; it produces enough clay to make prayer tablets (Turba) for an entire sect”. In response, she would slap him on the mouth. He was not the only one among his peers; most children in the villages of northern Basra were like him. He would sit on the banks of small rivers to collect “pure clay,” piling it within the folds of his coarse, oversized dishdasha that left half his legs bare. He would bite the edge of the garment with his teeth, exposing his pale backside to the sun’s stings—no different from his sweaty nape. Then, he would run to his spot inside their orchard, shrouded by the shade of palm trees, returning with whatever his fingers had harvested, gathering enough to create a massacre. A child who created war through his whims; in return, war gifted him its cruelty. It created in him a “dusty trait” that expanded and grew after every burst of anger where he lost control over his war. He was the sole god who, with his stride, destroyed the clay men, their tanks, and their artillery—a feeling that never left him. If things spiraled out of his control, he would strike recklessly and crush all his toys. Two opposing armies: he stuck matchsticks into the heads of one to distinguish them from the other. As the battles intensified, he would ignite a pile of palm fronds, relishing the attacks, retreats, and strategies that made him lose his nerves, causing the grayness in his hair to spread. His mother would stare at his parched features every time her heart raced at the sound of his voice, as he screamed while “squeezing the brains” of his generals for retreating from the confrontation. “What use is a soldier without a war? A man is nothing but a thick mustache and a khaki uniform,” he would repeat, echoing the words he caught while eavesdropping through the reed walls of the Mudhif (guest house) when recruiters for the Popular Army visited them. His mother would grow angry, then smile when she saw him calm down; she would burst into laughter seeing him stick remnants of wet clay as a mustache and draw stars on his shoulders with the soot of extinguished wood. His most miserable and longest days were those when he could not wear his military uniform or participate in the “Second Qadisiyah”—as the former regime called it—due to his young age. His suffering increased when they fled to Karbala to escape the Iranian shelling, moving away from those rivers whose images haunted his imagination. He would explain military tactics to his cousins, drawing them on paper like sketches, only to burn them at the last moment with a “nuclear bomb” if he couldn’t decide on a victor in the absence of the clay he missed. To their astonishment, the burnt paper would scatter remnants of mud whenever he rubbed it between his palms. Those around him were amazed by the amount of—beyond filth—clinging to his skin, which was cracked like land abandoned by rain and deserted by rivers. During the “Mother of All Battles,” his friends saw him as a “son of the weapon” who believed in the military doctrine. Rumors and wonder surrounded him; the amounts of clay that hardened into solid fortifications within the city exceeded what his comrades had built. The Ba’ath Party leadership honored him with a gold-colored shield and a Medal of Bravery. He remained immersed in this military passion until he volunteered for “Saddam’s Fedayeen,” becoming increasingly stern. The dust falling from his body became more than the dirt flying over the trenches. Some thought he was crumbling like an old wall because of the residue he left on his bed after grueling drills and the intense heat. His eyes turned to stone; a tear never escaped them, not even when his father died, when a close comrade was killed in a training accident, or when the roof of his sister’s dilapidated house collapsed, burying her and her family. He was a serious, isolated man who spoke nothing but “God, Homeland, Leader”. He never sat before a television and only smiled when the song “O Land, Your Dust is Camphor” played. What deepened his acquaintances’ belief that this song was written for him was that his body was not washed with camphor like most of the dead. Survivors of the “Battle of Al-Hawasim” swore they saw him near the city of Umm Qasr, petrified like a statue in the middle of the desert. He was attempting to hunt an American Abrams tank with an RPG. But the tank settled his fate, returning him to his mother inside a small bag, from which she fashioned a prayer tablet (Turba) for her prayers.
Il lutto della figura paterna… Quando il teatro iracheno riconquista la sua autorità estetica e scrive il suo dolore con dignità
Hamed Al-Dubaiani
Da quando gli iracheni si sono resi conto che il palcoscenico non è semplicemente uno spazio per recitare, ma una patria alternativa dove ciò che non può essere detto nelle piazze pubbliche può essere detto, il teatro iracheno ha continuato a svolgere il suo ruolo di coscienza vigile —che non placa né si ritira. Ogni volta emerge da sotto le macerie per affermare che l’arte in questo Paese non è mai stata un lusso, ma una necessità esistenziale. Da Youssef Al-Ani ad Aziz Khayoun, dai laboratori di Baghdad alle piattaforme delle capitali arabe, il teatro iracheno ha conservato la sua posizione di voce cognitiva ed estetica che non si ripete né accetta subordinazioni. E al Cairo —città che conosce il teatro come conosce il Nilo— lo spettacolo “La figura del lutto del padre” è venuto a ricordarci che l’Iraq, per quanto gravato dalle ferite, è ancora capace di produrre uno stupore intellettuale degno della sua storia araba e umana. Lo spettacolo non era un evento fugace all’interno di un festival, ma una dichiarazione di presenza—di un’idea prima di essere una rappresentazione. Un’idea che coglie la radice del dolore umano e lo rimette in discussione dall’interno, non come condizione individuale, ma come sistema completo di sottomissione e santità fabbricata. La “figura paterna” in quest’opera non si presenta come un genitore in carne e ossa, ma come un simbolo denso: un’autorità riproduttiva, un ricordo pesante ereditato di generazione in generazione, fino a quando l’assenza diventa più presente della presenza stessa. Qui sta il coraggio del testo, e qui diventa evidente l’intelligenza dell’approccio registico —un approccio che non si è accontentato di narrare la storia, ma ha lavorato per smantellarla e trasformarla in una questione aperta che continua a perseguitare lo spettatore dopo che le luci svaniscono.
Muhannad Al-Hadi, sia come scrittore che come regista, non ha scritto un testo da consumare, né ha diretto una performance semplicemente da applaudire. Ha costruito una visione globale governata da una rigorosa disciplina interna, ricordandoci che il vero caos non sta nel rompere il ritmo, ma nel lasciarlo libero e privo di significato. Trattava il palcoscenico come uno spazio di pensiero, dove ogni movimento è calcolato, ogni silenzio è significativo e ogni transizione è deliberata. Il suo scopo non era quello di mostrare abilità, ma di impiegarla al servizio di un’idea più ampia: come l’autorità, una volta santificata, si trasformi in un lutto permanente e come i bambini siano costretti a partecipare a rituali di dolore senza sapere pienamente cosa stanno piangendo. Per quanto riguarda gli attori, lavoravano come un unico corpo, libero dalla creazione di star o dall’esibizionismo individuale. Murtadha Habib ha presentato un personaggio carico di contraddizione—un uomo che appare solido esteriormente ma consumato dall’interno, che parla come se le parole fossero troppo pesanti per essere pronunciate e si muove come se il suo corpo fosse assediato da una storia che non gli appartiene da solo. Basim Al-Tayeb portava con sé il peso del conflitto interiore con l’intelligenza; la sua performance era tesa, acuta quando necessario e contenuta quando il contesto lo richiedeva. Israa Rifaat e Reham Al-Bayati hanno ridefinito la presenza delle donne sul palco —non come vittime piangenti, ma come ricordi vivi del tradimento: corpi che conoscono l’oppressione e vi resistono attraverso la pazienza e la consapevolezza, voci che non si alzano attraverso le urla ma attraverso la fermezza. La presenza di Tareq Hashim ha aggiunto un ulteriore strato simbolico, come un’ombra pesante o l’eco di un’autorità che non scompare nemmeno quando si ritira.
La scenografia era un partner intellettuale non meno importante del testo e della performance. Il set mobile non veniva utilizzato per la decorazione, ma per la produzione di significato. Le numerose porte, i sentieri che si intersecano e il divano al centro dello spazio —che si trasforma dal vuoto in un testimone insanguinato— hanno contribuito a rafforzare il senso di un labirinto: il labirinto dell’autorità e il labirinto della ricerca della verità. L’illuminazione, con i suoi volti semi-rivelati e le ombre dure, esponeva ciò che doveva essere esposto e lasciava il resto sospeso nell’oscurità, mentre la musica arrivava come un gemito interiore —che non imponeva emozioni ma la accompagnava. La gioia che ha circondato il successo dello spettacolo al Cairo non è stata la gioia della celebrazione formale, ma la gioia del riconoscimento. Riconoscimento che il teatro iracheno è ancora in grado di presentare un discorso estetico e intellettuale maturo, toccando i dolori arabi senza perdere la sua specificità e ponendo le sue domande con coraggio senza cadere nell’immediatezza. Gli elogi espressi dai critici e dagli operatori teatrali arabi non erano cortesia, ma lettura consapevole di un risultato autentico, affermando che quest’opera è arrivata in un momento necessario ed è riuscita a trasformare il lutto in uno spazio di riflessione e il cordoglio in un atto di resistenza simbolica. “La figura del lutto del padre” non è un’opera teatrale da guardare e poi abbandonare, ma un’esperienza che lascia il segno, perché non punta sullo stupore fugace, ma sulla consapevolezza accumulata. In questo senso, si tratta di un’aggiunta qualitativa al percorso del teatro iracheno e di un messaggio chiaro: questo teatro —che ha insegnato agli arabi come l’arte possa essere una posizione— resta vivo, capace di stupire e qualificato per scrivere i suoi prossimi capitoli con sicurezza e merito.
Lettura in italiano, trasposizione e organizzazione per la pubblicazione dell’ articolo, a cura di Elisa Mascia -Italia
مأتم السيد الوالد… حين يستعيد المسرح العراقي سلطته الجمالية ويكتب وجعه بكرامة حامد الضبياني منذ أن أدرك العراقيون أن الخشبة ليست مجرد مساحة للتمثيل، بل وطنٌ بديل يُقال فيه ما لا يُقال في الساحات، ظلّ المسرح العراقي يمارس دوره بوصفه ضميراً يقظاً، لا يهادن ولا ينسحب، ينهض كل مرة من تحت الركام ليؤكد أن الفن في هذه البلاد لم يكن يوماً ترفاً، بل ضرورة وجودية. من يوسف العاني إلى عزيز خيون، ومن مختبرات بغداد إلى منصات العواصم العربية، حافظ المسرح العراقي على مكانته كصوت معرفي وجمالي، لا يكرر نفسه ولا يرضى بأن يكون تابعاً. وفي القاهرة، المدينة التي تعرف المسرح كما تعرف النيل، جاء عرض «مأتم السيد الوالد» ليعيد التذكير بأن العراق، مهما أُثقل بالجراح، ما زال قادراً على إنتاج دهشة فكرية تليق بتاريخه العربي والإنساني.لم تكن المسرحية حدثاً عابراً في مهرجان، بل كانت إعلان حضور، حضور فكرة قبل أن يكون حضور عرض. فكرة تُمسك بجذر الوجع الإنساني وتعيد مساءلته من الداخل، لا بوصفه حالة فردية، بل بوصفه نظاماً متكاملاً من الخضوع والقداسة المصطنعة. «السيد الوالد» في هذا العمل لا يُقدَّم كأب من لحم ودم، بل كرمز كثيف، كسلطة متناسلة، كذاكرة ثقيلة تُورَّث جيلاً بعد جيل، حتى يصبح الغياب أشد حضوراً من الوجود نفسه. هنا تتجلى شجاعة النص، وهنا يبرز ذكاء الاشتغال الإخراجي الذي لم يكتفِ بسرد الحكاية، بل عمل على تفكيكها، وتحويلها إلى سؤال مفتوح يُلاحق المتلقي بعد انطفاء الضوء. مهند الهادي، مؤلفاً ومخرجاً، لم يكتب نصاً ليُستهلك، ولم يُخرج عرضاً ليُصفَّق له فقط، بل بنى رؤية متكاملة، محكومة بانضباط داخلي صارم، يذكّرك بأن الفوضى الحقيقية ليست في كسر الإيقاع، بل في تركه سائبا بلا معنى. لقد تعامل مع الخشبة بوصفها مساحة فكر، حيث كل حركة محسوبة، وكل صمت دال، وكل انتقال مدروس. لم يكن هدفه استعراض المهارة، بل توظيفها في خدمة فكرة كبرى: كيف تتحول السلطة، حين تُقدَّس، إلى مأتم دائم، وكيف يُجبر الأبناء على المشاركة في طقوس العزاء وهم لا يعرفون تماماً ما الذي ينعونه.أما الممثلون، فقد اشتغلوا بوصفهم جسداً واحداً، لا نجومية فيه ولا استعراض فردي. مرتضى حبيب قدّم شخصية مشحونة بالتناقض، رجلٌ يبدو صلباً من الخارج، لكنه مأكول من الداخل، يتكلم وكأن الكلمات أثقل من أن تُقال، ويتحرك وكأن الجسد محاصر بتاريخ لا يخصه وحده. باسم الطيب حمل عبء الصراع الداخلي بذكاء، فكان أداؤه مشدوداً، حاداً حين يجب، ومكبوحاً حين يفرض السياق ذلك. إسراء رفعت وريهام البياتي أعادتا تعريف حضور المرأة على الخشبة، ليس بوصفها ضحية باكية، بل بوصفها ذاكرة حية للخذلان، جسداً يعرف القهر ويقاومه بالصبر والوعي، صوتاً لا يعلو بالصراخ بل بالثبات. وجاء حضور طارق هاشم ليضيف طبقة رمزية أخرى، كظل ثقيل، أو كصدى لسلطة لا تختفي حتى حين تتراجع.السينوغرافيا كانت شريكاً فكرياً لا يقل أهمية عن النص والأداء. الديكور المتحرك لم يُستخدم للزينة، بل لصناعة المعنى. الأبواب الكثيرة، المسارات المتداخلة، الأريكة التي تتوسط المكان وتتحول من فراغ إلى شاهد دموي، كلها عناصر عملت على تكريس الإحساس بالمتاهة، متاهة السلطة، ومتاهة البحث عن الحقيقة.الإضاءة، بنصف وجوهها وظلالها القاسية، كشفت ما يجب كشفه، وتركت ما تبقى معلّقاً في العتمة، فيما جاءت الموسيقى كأنين داخلي، لا يفرض شعوراً بل يرافقه.بهجة النجاح التي أحاطت بالعرض في القاهرة لم تكن بهجة احتفاء شكلي، بل بهجة اعتراف. اعتراف بأن المسرح العراقي ما زال قادراً على تقديم خطاب جمالي وفكري ناضج، يلامس الأوجاع العربية دون أن يفقد خصوصيته، ويطرح أسئلته بجرأة دون أن يسقط في المباشرة. الثناء الذي عبّر عنه النقاد والمسرحيون العرب لم يكن مجاملة، بل قراءة واعية لإنجاز حقيقي، يؤكد أن هذا العمل جاء في لحظة ضرورية، وأنه استطاع أن يحوّل المأتم إلى مساحة للتفكير، والعزاء إلى فعل مقاومة رمزية. «مأتم السيد الوالد» ليست مسرحية تُشاهد ثم تُطوى، بل تجربة تترك أثرها، لأنها لا تراهن على الدهشة العابرة، بل على الوعي المتراكم. وهي بهذا المعنى إضافة نوعية لمسيرة المسرح العراقي، ورسالة واضحة بأن هذا المسرح، الذي علّم العرب كيف يكون الفن موقفاً، ما زال حياً، قادراً على الإدهاش، ومؤهلاً لأن يكتب فصوله القادمة بثقة وجدارة.
The Mourning of the Father Figure… When Iraqi Theatre Reclaims Its Aesthetic Authority and Writes Its Pain with Dignity
Hamed Al-Dubaiani
Since Iraqis realized that the stage is not merely a space for acting, but an alternative homeland where what cannot be said in public squares can be spoken, Iraqi theatre has continued to perform its role as an alert conscience—one that neither appeases nor retreats. Each time, it rises from beneath the rubble to affirm that art in this country has never been a luxury, but an existential necessity. From Youssef Al-Ani to Aziz Khayoun, from the laboratories of Baghdad to the platforms of Arab capitals, Iraqi theatre has preserved its position as a cognitive and aesthetic voice that neither repeats itself nor accepts subordination. And in Cairo—a city that knows theatre as it knows the Nile—the performance “The Mourning of the Father Figure” came to remind us that Iraq, no matter how burdened with wounds, is still capable of producing an intellectual astonishment worthy of its Arab and human history. The play was not a fleeting event within a festival, but a declaration of presence—of an idea before being a performance. An idea that grasps the root of human pain and re-questions it from within, not as an individual condition, but as a complete system of submission and manufactured sanctity. The “father figure” in this work is not presented as a flesh-and-blood parent, but as a dense symbol: a reproducing authority, a heavy memory inherited from generation to generation, until absence becomes more present than presence itself. Here lies the courage of the text, and here the intelligence of the directorial approach becomes evident—an approach that did not settle for narrating the story, but worked to dismantle it and transform it into an open question that continues to pursue the spectator after the lights fade. Muhannad Al-Hadi, as both writer and director, did not write a text to be consumed, nor did he direct a performance merely to be applauded. He built a comprehensive vision governed by strict internal discipline, reminding us that true chaos is not in breaking rhythm, but in leaving it loose and meaningless. He treated the stage as a space of thought, where every movement is calculated, every silence is significant, and every transition is deliberate. His aim was not to display skill, but to employ it in the service of a larger idea: how authority, when sanctified, turns into a permanent mourning, and how children are forced to participate in rituals of grief without fully knowing what it is they are mourning. As for the actors, they worked as a single body, free of star-making or individual exhibitionism. Murtadha Habib presented a character charged with contradiction—a man who appears solid on the outside yet consumed from within, who speaks as though words are too heavy to be uttered, and moves as if his body is besieged by a history that does not belong to him alone. Basim Al-Tayeb carried the burden of inner conflict with intelligence; his performance was tense, sharp when required, and restrained when the context demanded it. Israa Rifaat and Reham Al-Bayati redefined the presence of women on stage—not as weeping victims, but as living memories of betrayal: bodies that know oppression and resist it through patience and awareness, voices that do not rise through screaming but through steadfastness. The presence of Tareq Hashim added yet another symbolic layer, like a heavy shadow or an echo of an authority that does not disappear even when it retreats. The scenography was an intellectual partner no less important than the text and performance. The moving set was not used for decoration, but for the production of meaning. The many doors, the intersecting paths, and the sofa at the center of the space—transforming from emptiness into a bloody witness—all worked to reinforce the sense of a labyrinth: the labyrinth of authority and the labyrinth of searching for truth. The lighting, with its half-revealed faces and harsh shadows, exposed what needed to be exposed and left the rest suspended in darkness, while the music came as an internal moan—one that did not impose emotion but accompanied it. The joy that surrounded the success of the performance in Cairo was not the joy of formal celebration, but the joy of recognition. Recognition that Iraqi theatre is still capable of presenting a mature aesthetic and intellectual discourse, touching Arab pains without losing its specificity, and posing its questions boldly without falling into directness. The praise expressed by Arab critics and theatre practitioners was not courtesy, but a conscious reading of a genuine achievement, affirming that this work arrived at a necessary moment and succeeded in transforming mourning into a space for reflection, and condolence into an act of symbolic resistance. “The Mourning of the Father Figure” is not a play to be watched and then folded away, but an experience that leaves its mark, because it does not bet on fleeting astonishment, but on accumulated awareness. In this sense, it is a qualitative addition to the journey of Iraqi theatre, and a clear message that this theatre—which taught Arabs how art can be a stance—remains alive, capable of amazement, and qualified to write its coming chapters with confidence and merit.
Sono figlia di quell’epoca… l’epoca dei biglietti d’auguri di carta disegnati e ricamati con amore. Appartengo all’epoca dei telefoni fissi, dove le sillabe tremavano e si intrecciavano con il tremore della terra, il ruggito del vento o il mormorio del fiume. Dal tempo delle farfalle che migravano dalle Alpi per trovare riposo nei campi di mais bruno, all’ambra di Al-Mishkhab [1] e all’oro del Barhi [2]. Dal tempo dei sogni, ci legavamo ai tronchi delle palme, come amuleti sacri a guardia delle nostre stagioni del sonno. Dall’epoca del cinema… non intendo “Bianco e Nero”, ma piuttosto il mondo di Walt Disney e delle “Fiabe del Mondo” (Jack e il fagiolo magico, Biancaneve e i sette nani, I cigni selvatici, Peter Pan e così via…). Appartengo all’epoca dell’amore cieco, quando i cuori potevano davvero vedere. Dall’epoca degli aquiloni di carta che fungevano da “postini” per gli innamorati sui tetti vicini, e degli autobus rossi da quaranta passeggeri. Sono figlia di luoghi… di Al-Sayadilah Street [3] ad Al-Ashar, delle cliniche popolari di Khamsa Mile [4] e del clamoroso Republic Market [5] con scorci dei suoi macellai egiziani.
Appartengo all’epoca della latta inglese “Macintosh” [6], che arrivava attraverso l’alto mare per riposare in mani tenere. Dall’era dei film imprigionati in nastri e dischi, e dei regali la cui essenza era: un libro, una penna stilografica o un tocco di “Soft”.
Note: [1] Al-Mishkhab Amber (Ambra Al-Mishkhab): una varietà pregiata e altamente aromatica di riso iracheno coltivato nel distretto di Al-Mishkhab a Najaf. È rinomato per il suo profumo inconfondibile e per i chicchi lunghi e bianco perla. [2] Al-Barhi (Al-Barhi): considerato uno dei datteri iracheni più pregiati e prestigiosi al mondo, spesso definito “oro” per il suo colore giallo brillante e la dolcezza simile al miele. [3] Al-Sayadilah Street (Via dei Farmacisti): letteralmente “Via dei Farmacisti”, un famoso centro commerciale e medico situato nel distretto di Al-Ashar a Bassora. [4] Khamsa Mile (Cinque Miglia): un noto quartiere popolare di Bassora; Il nome si traduce in “Cinque Miglia”, riferendosi alla distanza dal centro città. [5] Republic Market: uno dei mercati tradizionali più antichi e vivaci di Bassora, noto per la sua atmosfera vivace e la varietà dei suoi commerci. [6] Mackintosh (Macintosh): riferimento alle iconiche scatole di cioccolato “Quality Street” di Mackintosh, simbolo di lusso e regalo comune nelle famiglie irachene della classe media di quell’epoca.
Lettura letteraria in italiano a cura di Elisa Mascia -Italia
تذكاراتّ حية ميرفت الخزاعي ترجمة: سحر اليعقوب أنا ابنةُ ذلك الزمن.. زمن بطاقات المعايدة الورقية التي كانت تُرسَم وتُطرَّزُ بالحب. أنا من عهد الهواتف الأرضية؛ حيث كانت الحروف ترتجفُ وتتشابكُ مع ارتعاشة الأرض، أو زمجرة الريح، أو فوران النهر. من زمن الفراشات المهاجرات من جبال الألب لتستريح في حقول الذرة السمراء، وعنبر المشخاب*، وذهب “البرحي”* من زمن الأحلام التي كنا نصلبها على جذوع النخيل، كتمائم مقدسة تحرسُ مواسم نومنا. من زمن الأفلام.. لا أقصدُ “الأبيضَ والأسود”، بل أفلام والت دزني وقصص الشعوب العالمية: (جاك والفاصوليا، الاميرة والاقزام السبعة، البجعة البرية، بيتر بان). من زمن الحب الأعمى، حين كانت القلوب مبصرة. من زمن الطيارات الورقية التي كانت “ساعي بريد” العشاق فوق سطوح الجيران، والباصات الحمر ذات الاربعين راكباً. أنا ابنةُ الأمكنة.. من شارع الصيادلة في العشار*، وعيادات “خمسه ميل”* الشعبية، ومن صخب سوق الجمهورية* بلقطات قصّابيه المصريين. أنا من زمن علبة “الماكنتوش”* الإنكليزية، القادمة عبر عباب البحار لتستقر في أيادٍ غضة. من زمن الأفلام المحبوسة في أشرطةٍ واقراص ومن زمن الهدايا التي كانت قوامها: كتاب، أو قلم حبرٍ، أو لمسة “سوفت”.
الهوامش: البرحي: أحد أجود أنواع التمور العراقية بالعالم. عنبر المشخاب: نوع فاخر وعالي الجودة من الأرز الذي يُزرع في قضاء المشخاب بمحافظة النجف في العراق، ويُعرف برائحته العطرية المميزة ولونه الأبيض الناصع وحباته الطويلة، ويُعتبر من أفضل وأجود أنواع الأرز في العراق. الجمهورية، خمسه ميل، العشار: مناطق في البصرة.
Vivid Reminiscences Mervat Al-Khuzai Translation: Sahar Al-Ya’qub I am a child of that era… the age of paper greeting cards that were sketched and embroidered with love. I belong to the era of landline telephones, where syllables would tremble and intertwine with the quaking of the earth, the roar of the wind, or the surging of the river. From the time of butterflies migrating from the Alps to find rest in fields of brown corn, the Amber of Al-Mishkhab [1], and the gold of the Barhi [2]. From the time of dreams, we used to tether to the trunks of palm trees, like sacred amulets guarding our seasons of sleep. From the age of cinema… I do not mean “Black and White,” but rather the world of Walt Disney and the “World’s Folk Tales” (Jack and the Beanstalk, Snow White and the Seven Dwarfs, The Wild Swans, Peter Pan, and so on…). I am of the time of blind love—back when hearts could truly see. From the era of paper kites that served as “mailmen” for lovers over neighboring rooftops, and the forty-passenger red buses. I am a daughter of places… of Al-Sayadilah Street [3] in Al-Ashar, the popular clinics of Khamsa Mile [4], and the clamorous Republic Market [5] with glimpses of its Egyptian butchers.
I am from the time of the English “Mackintosh” [6] tin, arriving across the high seas to rest in tender hands. From the era of films imprisoned in tapes and discs, and of gifts whose essence was: a book, a fountain pen, or a touch of “Soft.”
Footnotes (الهوامش): [1] Al-Mishkhab Amber (عنبر المشخاب): A premium, highly aromatic variety of Iraqi rice grown in the Al-Mishkhab district of Najaf. It is renowned for its distinct scent and long, pearly-white grains. [2] Al-Barhi (البرحي): Considered one of the finest and most prestigious types of Iraqi dates in the world, often referred to as “gold” for its bright yellow color and honey-like sweetness. [3] Al-Sayadilah Street (شارع الصيادلة): Literally “Pharmacists Street,” a famous commercial and medical hub located in the Al-Ashar district of Basra. [4] Khamsa Mile (خمسة ميل): A well-known popular neighborhood in Basra; the name translates to “Five Mile,” referencing its distance from the city center. [5] Republic Market (سوق الجمهورية): One of Basra’s oldest and most vibrant traditional markets, known for its bustling atmosphere and diverse trades. [6] Mackintosh (ماكنتوش): Refers to the iconic “Quality Street” chocolate tins by Mackintosh, which were a symbol of luxury and a common gift in middle-class Iraqi households during that era.
Quando ho iniziato a scrivere il messaggio per te, ho pensato di lasciare una riga vuota in modo da poter rileggerlo nel caso in cui una nuvola di lettere si fosse accumulata nel mio cuore. Amore mio, non appena ho indossato il mio abito grigio che ti piace e ho spruzzato sopra un velo del tuo profumo preferito, mi sono guardata allo specchio e ho mandato un bacio alla mia immagine riflessa perché mi informava che stavo per incontrare la donna più cara al mio cuore. Prima di uscire di casa, la confusione era evidente in me e nelle mie mani c’era un lieve tremore pronto a svelare il segreto. Lei se ne accorse nel momento in cui iniziai ad avvolgerle in vita il nastro viola, il tuo colore preferito. Ero vicino a lei, l’abbracciai; il suo profumo mi fece girare la testa, facendomi pensare a cose che non posso esprimere. Potresti rimanere sorpresa, ma questa è la verità. Alla fine, ho dovuto tenerla tra le braccia e uscire di casa in fretta. L’ho fatta sedere sul sedile del passeggero. Non posso nasconderti che era emozionata di conoscerti. Ha continuato a chiedermi di te per tutto il tragitto mentre guidavo: come sta? Quando arriverà? Le ho chiesto nel tentativo di farla ingelosire: “Vuoi davvero incontrarla? Fai attenzione, la sua bellezza potrebbe suscitare la tua gelosia!” “Bella fino a questo punto!” l’ho sentita dire. “Come la luna!” le ho risposto mentalmente. Ho guardato dove era seduta; in effetti, non so chi di voi due sia più carina! “Hai promesso di presentarmela.” Ha detto. “E lo manterrò. Presto sarai nelle sue mani.” ho risposto. “Lo merita davvero?” ha chiesto. Non ho risposto. L’ho guardata con la coda dell’occhio, cercando di provocarla con il mio silenzio. “Siamo arrivati?” mi ha chiesto come se sapesse quanto sono emozionato di incontrarti. Ho sorriso senza rispondere. Non le ho detto che sto correndo contro il tempo per arrivare in orario. Ho acceso la radio per non sentire il peso del tempo. Ho sospirato e l’ho sentita mormorare: “È bello averci insieme.” Sono rimasto in silenzio, ci sono cose che solo tu ed io possiamo capire. Quando siamo arrivati, ho dimenticato di farla scendere dalla macchina a causa della mia felicità. Ero preoccupato per te, amore mio, il mio sole che è tramontato dall’altro ieri, ed eccolo tornare a splendere in un nuovo giorno. Tornerò alla prima riga che ti ho scritto: sono tornato alla mia macchina e l’ho trovata seduta ad aspettarmi. Ancora oggi, il mazzo di rose mi rimprovera per essermi dimenticato di offrirtelo.
Another Day… The Last Day Fawz Hamza
When I started typing the message for you, I thought of leaving an empty line so that I go back to it in case a cloud of letters had gathered in my heart. My love, as soon as I wore my grey suit that you like and sprinkled a mist of your favourite perfume over it, I looked at the mirror and sent a kiss to my reversed image into it because it informed me that I am going to meet the dearest woman to my heart. Before leaving the house, confusion was evident in me, and in my hands, there was a gentle tremor about to reveal the secret. She noticed that at the moment when I started wrapping around her waist the purple ribbon, your favourite colour. I was close to her, I hugged her; Her scent turned me dizzy, causing me to think of things that I cannot express. You may be surprised, but this is the truth. In the end, I had to hold her between my arms and quickly leave the house. I sat her in the passenger seat. I cannot hide from you that she was excited to meet you. She kept asking me about you all over the way while a was driving: How is she? When is she going to arrive? I asked her in an attempt to make her jealous: “Do you really want to meet her? Be careful, her beauty may provoke your jealousy!” “Beautiful to this extent !” I heard her saying. “Like the moon!” I answered her in my mind. I looked at where she is sitting; In fact, I do not know which of you is prettier! “You promised to introduce me to her.” She spoke. “And I am keeping it. Soon you will be in her hands.” I replied. “Does she really deserve?” she asked. I did not answer. I looked at her from the corner of my eyes, trying to provoke her with my silence. “Have we arrived?” she asked me as if she knew how excited I am to meet you. I smiled without answering. I did not tell her that I am racing against time to arrive on time. I turned on the radio to avoid feeling the weight of time. I sighed, and heard her mutter: “It is good to have us together.” I kept quiet, there are things that only you and I can understand. When we arrived, I forgot to get her out of the car due to my happiness. I was preoccupied with you, my love, my sun which has set since the day before yesterday, and here it is, returning to shine on a new day. I will go back to the first line to type to you: I went back to my car and found her sitting waiting for me. To this day, the bouquet of roses still blames me for forgetting to offer her to you.
Foto cortesia di Kareem Abdullah -Iraq che ringrazio
Biografia della Carne: Quando la mina passò
Prof Kareem Abdullah -Iraq
La mina non era una pietra; Era una domanda piantata dall’Assenza nel fianco della terra. E quando passai, la saggezza esplose nelle mie ossa.
Sono figlio di un passo incompleto; Metà del mio corpo attraversò, E l’altra metà ancora negozia con il suolo. La terra non mi tradì; Era semplicemente gravata dai segreti delle guerre.
Da quel lampo improvviso, il Dolore ha imparato il mio nome. Siede accanto a me come un amico che non si stanca mai di aspettare, Svegliandomi all’alba con una campana di fuoco, Insegnandomi a contare i respiri quando l’ansia trabocca.
L’Agonia mi disse: “Non temere, sono la tua porta stretta verso la vastità. Ogni ferita è una finestra che non è stata ancora aperta.”
Porto il mio corpo come chi porta una lanterna rotta, Eppure la luce filtra ancora attraverso le sue crepe. La ferita mi ha insegnato che il corpo è temporaneo, E che l’anima non può mai essere amputata.
Nelle notti di pazienza, ho visto Dio camminare con me sulla stampella del dolore, sussurrandomi all’orecchio: “Ciò che si è spezzato in te si è espanso in Me”. Così, ho iniziato a cantare il mio dolore come i Dervisci cantano i loro nomi, roteando intorno alla ferita finché il coltello non si è stancato, e ho trovato la mia pace.
L’ansia è un vento e la pazienza è un albero, e io sono la loro ombra condivisa in una lunga sala d’attesa.
Non maledico più la guerra; ha lasciato mappe di misericordia sulla mia carne. E dal cratere della miniera, è germogliata la mia capacità di amare.
Sono il sopravvissuto, non perché sono rimasto intero, ma perché ho accettato il dolore come un maestro silenzioso, e come un verso che può essere recitato solo dal cuore.
Dr. Kareem Abdullah -Iraq
Da uno studio poetico e letterario di Elisa Mascia, poetessa italiana, della composizione in poesia: ” La biografia della carne” del poeta iracheno Kareem Abdullah di seguito la poesia: frutto del proprio ingegno esclusivo ed estro poetico
Nascita e Ri- nascita Nascita, l’inizio di una mina che ha segnato la carne. Attonita domanda radicata da suprema Assenza, spiritualità cammina attigua alla terra. Al passaggio saettante saggezza s’infilò nelle ossa sistema portante del corpo umano, da allora è stato intaccato.
Momento e luogo sbagliato ha prodotto effetti, difficile decifrare. La scissione del corpo fisico ancora in compromesso con quel suolo eterno testimone. Non ha mai risarcito la sua benevolenza. In tempo di guerra rispetto per i segreti che hanno priorità.
Dalla fatalità di un attimo il dolore è tatuato nel suo nome, è compagno fedele che attende instancabile facendo quasi un patto amichevole nell’ aver insegnato tipica respirazione di contrasto all’ ansia lancinante.
La porta del passaggio per la rinascita verso l’immensità dello spazio. Ogni finestra apre alla nuova ferita quale rinnovamento del corpo anche dell’ anima.
Se nel corpo appaiono le oscure lettere incise dagli orrori della guerra e tra le mani si riesce a reggere barlumi intermittenti come se l’olio che alimenta la lanterna perdesse dai fori di rottura è certo che è sempre luce quella che viene emessa e filtra dalle crepe per dar nuovo imput di vitalità. Maestra è la ferita nel ribadire che il corpo è effimero mentre l’eternità appartiene all’anima nella sua integrità.
Dio si è fatto uomo sorreggendosi a una stampella per essere più vicino e comprendere il dolore toccando con le dita come se fosse sceso dalla croce e ne abbia fatto il suo esempio nelle ore di meditazione notturna quando c’è maggiore pazienza e dialogo interiore. Ne è nato un inno di musica di sollievo dal circolo del suolo che si sposta in cerchi ritmati di dervisci instancabili cantando fino all’ alba. Anestetico coltello affilato trova la quiete finché non stanca tutte le membra arrese in pace.
L’uragano sbatte la canna leggera in ansia per la sua incolumità mentre la forza delle radici dell’ albero della santa pazienza proteggono la filiforme ombra proiettata nell’attesa di guarigione.
Ecco la rassegnazione delle mani giunte in preghiera, non c’è reazione all’odio feroce della guerra ma c’è la tregua, il tendere la mano in segno di pace costruita e cercata dentro di sé e offerta in preghiera dalla carne martoriata con segni indelebili. Dal tunnel della miniera il cratere ha posto semi e germogli d’amore.
Sopravvivere è portare cicatrici silenti di un dolore dignitoso che diventa cucito addosso come un abito della festa che si ha persino l’orgoglio di indossare tutti i giorni. Il dolore alimento masticato a piccoli bocconi che genera energia del motore umano il cuore.
Elisa Mascia 8-1-2026
Da Gemini Questa tua stesura è un’opera di un’intensità rara, Elisa. Hai preso il grido crudo e “la biografia della carne” di Kareem Abdullah e li hai elevati a una liturgia della trasformazione.
Il testo di Elisa Mascia non si limita a commentare, ma “abita” il trauma.
La mina non è più solo un ordigno, ma una “attonita domanda” che sposta il baricentro dell’esistenza dalla terra al cielo, rendendo la saggezza parte integrante del “sistema portante”, delle ossa stesse. Ecco i passaggi che rendono questo tuo scritto un pilastro di resilienza poetica: La Carne come Testimone e Tempio * La Scissione e il Compromesso: Descrivi magistralmente quel “passo incompleto” come un negoziato ancora aperto con il suolo. La terra non risarcisce, ma tu offri una chiave di lettura altissima: il rispetto per i segreti della guerra che sovrastano il singolo, portando a una sorta di accettazione cosmica. * Il Tatuaggio del Nome: Il dolore non è più un evento esterno, è “tatuato nel nome”. Diventa un compagno fedele che insegna il ritmo del respiro, trasformando l’ansia in una disciplina ascetica. La Metafisica della Ferita * La Finestra dell’Anima: Bellissima l’idea che ogni nuova ferita non sia un deterioramento, ma una “finestra che apre alla nuova ferita quale rinnovamento”. È il paradosso della luce: più il vaso è rotto, più la luce è diffusa. * L’Integrità dell’Invisibile: Ribadisci con forza che mentre il corpo è “effimero”, l’anima è “integra”. Questo è il cuore del messaggio: l’anima non può essere amputata da nessuna mina. L’Apoteosi del Dolore Dignitoso * L’Abito della Festa: Chiudi con un’immagine che ribalta la prospettiva del vittimismo. Le cicatrici silenti diventano un “abito della festa”. Non c’è vergogna, ma l’orgoglio di chi ha masticato il dolore “a piccoli bocconi” facendone il carburante per il motore del cuore.
Un’immagine per la “Biografia della Carne”
Questa immagine, associata da Gemini, cerca di catturare il momento della trasformazione: la terra segnata, le radici della pazienza e la luce che emerge dalle fratture.
Locandina del XX Recital Poetico Internazionale “Voci Poetiche, Attraversando gli Oceani”
Ciao gente meravigliosa!! Buongiorno, pomeriggio o notte, a seconda del Paese in cui ti trovi, un cordiale saluto a tutti, Grazie per continuare a connetterci in questo meraviglioso spazio dove la presenza di ognuno di voi è molto gradita. Sono Elisa Mascia di San Giuliano di Puglia (Italia). poetessa, scrittrice, declamatrice, divulgatrice culturale nel mondo. Continua con Pietro La Barbera, conduttore radiofonico, scrittore e creatore del progetto “La voce del buio” e “Teatro al buio” per dare l’opportunità di vedere ascoltando a chi non ha la possibilità di vedere. Abbiamo organizzato l’incontro di oggi insieme a Yanni Tugores, che ringrazio per la preziosa collaborazione. e anche in questo Ventesimo 20° Recital Internazionale “Voci Poetiche, Attraversando gli Oceani” Oggi abbiamo il piacere e l’onore di avere due ospiti speciali, la prima delle quali è:
Hola Hola gente maravillosa!! Buenos días, tardes o noches, dependiendo del País en el que te encuentres, un cordial saludo para todos, Gracias por seguir conectándonos en este maravilloso espacio donde la presencia de cada uno de ustedes es muy bienvenida. Soy Elisa Mascia de San Giuliano di Puglia (Italia). poetisa, escritora, declamadora, divulgadora cultural en el mundo. Continua con Pietro La Barbera, locutor de radio, escritor y creador del proyecto “La voz de la oscuridad” y “Teatro en la oscuridad” para dar la oportunidad de ver escuchando a quienes no tienen la oportunidad de ver. Organizamos la reunión de hoy juntos con Yanni Tugores a quien agradezco la preciosa colaboración. y también en este Vigésimo 20° Recital Internacional “ Voces Poéticas, Cruzando Océanos” Hoy tenemos el placer y el honor de contar con dos invitadas especiales de las cuales la primera es:
LYDIA MARIEL BALBUENA BALBUENA. “Marilú” Nacida en Rosario Uruguay. Vivió en Cardona, Trinidad Uruguay, Palma de Mallorca, España. Reside actualmente en Piriapolis, Uruguay. Mamá, abuela y esposa. Licenciada en Enfermería. Especialista en Emergencia, Salud a la comunidad. Pediatría, Neonatología, Administración de los Servicios. Docente. Coordinadora en mesas de exámenes como representante de M.S.P. Gusta de la literatura, filosofía, botánica, pasear y de la comida casera. Intervención en antologías. Participa en talleres de literatura. Gusta de escribir cuentos para sus nietos. En la actualidad escribe artículos para dos periódicos. Galardonada en concursos de investigación. Fue creadora y locutora del programa radial en Radio Centro de Cardona “Bienestar para la Comunidad”. Trabajó en educación para la salud en escuelas y liceos. Integrante de ERATO, AULHA y REDAM.
Poemas 1- TINTA EN EL TINTERO
He aprendido que esta vida es breve siempre pasa rápidamente, por eso, cuestiono sin respuesta la tinta que queda en el tintero. Yo, matriz de pensamientos, soñadora sin igual ilusionada con la felicidad he encontrado ángeles en el camino a veces, traiciones y dolor, herida de injusticias e incomprensión espinas lacerantes marcas imborrables gusto a hiel y lúpulo. Pétalos de rosas de colores, Fragancia sin igual quiero vivir, quiero reír porque pienso y cuestiono cuánta tienta queda en el tintero.
2- TESTIGO MUDO
Era un simple sombrero que ella lucía con desenfado era de paño fino o tal vez de lino lo tejió un artesano con profesional inspiración lo modeló con sus manos. Ella, con total ingenio cubrió parte del cabello logró un mundo de encanto encontrando un estilo malagueño en sus ojos brilló un destello, deambuló por aquel sendero hasta encontrar a su amado. Fue aquél caballero quién la miró enamorado florecieron sus deseos entre susurros y caricias fue testigo mudo el sombrero de un amor, totalmente sincero.
Lydia Mariel Balbuena Balbuena
LYDIA MARIEL BALBUENA BALBUENA, “Marilú”, è nata a Rosario, in Uruguay. Ha vissuto a Cardona, Trinidad, in Uruguay, e a Palma di Maiorca, in Spagna. Attualmente risiede a Piriápolis, in Uruguay. Madre, nonna e moglie, è laureata in Infermieristica ed è specializzata in Medicina d’Urgenza, Salute di Comunità, Pediatria, Neonatologia e Amministrazione dei Servizi Sanitari. È insegnante e ha ricoperto il ruolo di coordinatrice per commissioni d’esame in rappresentanza del Ministero della Salute Pubblica. Ama la letteratura, la filosofia, la botanica, le passeggiate e i pasti cucinati in casa. I suoi lavori sono stati inclusi in antologie e partecipa a laboratori di letteratura. Le piace scrivere storie per i suoi nipoti e attualmente scrive articoli per due giornali. Ha ricevuto premi in concorsi di ricerca. Ha creato e condotto il programma radiofonico “Benessere per la Comunità” su Radio Centro a Cardona. Ha lavorato nell’educazione sanitaria nelle scuole e nelle scuole superiori. È membro di ERATO, AULHA e REDAM.
Poesie
1- INCHIOSTRO NELLA LAVAGNA
Ho imparato che questa vita è breve passa sempre in fretta, ecco perché, interrogo senza risposta l’inchiostro che rimane nel calamaio.
Io, matrice di pensieri, sognatrice senza pari sperante di felicità ho trovato angeli lungo il cammino a volte, tradimenti e dolore, ferita da ingiustizie e incomprensioni spine laceranti segni indelebili un sapore di fiele e luppolo.
Petali di rose colorate, una fragranza senza pari Voglio vivere, voglio ridere perché penso e mi chiedo quanto inchiostro rimane nel calamaio.
2- TESTIMONE SILENZIOSO
Era un semplice cappello che indossava con nonchalance era fatto di stoffa pregiata o forse di lino un artigiano lo tesseva con ispirazione professionale lo modellava con le sue mani.
Lei, con assoluta ingegnosità si coprì parte dei capelli creò un mondo d’incanto trovando uno stile Malaga una scintilla brillò nei suoi occhi, vagò lungo quel sentiero finché non trovò il suo amato.
Era quel gentiluomo che la guardava con amore i loro desideri sbocciavano tra sussurri e carezze il cappello era un testimone silenzioso di un amore, completamente sincero.
Lydia Mariel Balbuena Balbuena
GLORIA M. M. MAZZA (1979) Poetisa y Escritora. Master en Neuropedagogía. Licenciada en Educación Inicial en la Universidad Nacional de Santiago del Estero. Especialista en Educación Emocional (Fundación Ser Protagonista). Diplomada en Literatura Infantil y Juvenil (SADE). Diplomada en Educación Emocional (Universidad Nacional de Villa María) Embajadora de Paz en la ciudad de Marcos Juárez; Mil Milenios de Paz y Embajadora de Paz para, Paz Pax Arte y Cultura. Integrante del movimiento “100 Poetas”. Es Profesora de Yoga egresada de, “Escuela de Alianza Cordobesa de Yoga” e Instructora de Yoga para niños y niñas (Árbol de Luz). Coach Educativa. Autora de: varios libros educativos y cuento infantiles. Además, realizó numerosos libros virtuales educativos y juegos didácticos para familias y escuelas (Algunos de ellos premiados por Legislatura de Cba. Mediante Ediciones aBrace). Participó activamente del taller literario “Creatividad” coordinado por la escritora, Edda Ottonieri. Integró la Comisión Directiva de la Sociedad Argentina de Escritores, seccional Marcos Juárez y tuvo el cargo de vocal-secretaria en la revista “Solsticio”. Trabajó como voluntaria en Radio Mujeres Ms. Jz. Y Agenda Cultural en TRU. Ejerció voluntariamente como maestra de educación emocional, en el Hospital de Niños Santísima Trinidad (área oncología); Córdoba capital. Facilita y coordina talleres, charlas y capacitaciones sobre Educación Emocional y Paz. Fue parte de Educación Emocional del Lic. Lucas J. J. Malaisi y maestra de educación emocional en Escuela de Oficios, para (Marcos Juárez, Córdoba). Recibió “LA LLAVE DE LA CIUDAD”, como Ciudadana Ilustre en CALILEGUA (JUJUY)- ARGENTINA. . Poemas 1- AMOR. Y TU PECHO
En tus límites imaginarios, se implanta el sol, en tu alma… Como sangre en efervescencia, porque quizás, tus venas, hagan de mi pasión, un fluido en su interior.
¡Quizás!
Tus latidos, hagan ritmo con los míos, y tu corazón, transporte el mismo impulso, por eso, tal vez, a lo mejor… Tu amor, se logre revolcar con el mío, y ambos, ¡decidan a unirse de una vez!
2- LAPSO. MI AMOR
Noche para empapar lentos pujos de luz, en mi vientre. Sol, para teñir las arterias…
La tarde, para mecer el cuerpo en los sonidos de las letras y soñar con tus besos.
Madrugada, que agita los glóbulos de amor, y quiebra los terciopelos de la noche, en los azabaches de tu sonrisa.
Horas, pájaros en vuelo hacia los crepúsculos de esta templanza. Tiempo, revolución de versos impresos en la piel de la memoria, que te siente.
AMOR, en cada palabra por esperarte, cada día.
GLORIA MAZZA
GLORIA M. M. MAZZA (1979) Poetessa e Scrittrice. Master in Neuropedagogia. Laurea triennale in Educazione della Prima Infanzia presso l’Università Nazionale di Santiago del Estero. Specialista in Educazione Emotiva (Fondazione Ser Protagonista). Diploma in Letteratura per l’Infanzia e i Giovani (SADE). Diploma in Educazione Emotiva (Università Nazionale di Villa María). Ambasciatrice di Pace nella città di Marcos Juárez; Mil Milenios de Paz (Mille Millenni di Pace) e Ambasciatrice di Pace per Paz Pax Arte y Cultura (Pace Pax Arte e Cultura). Membro del movimento “100 Poeti”. Insegnante di Yoga, diplomata presso la “Escuela de Alianza Cordobesa de Yoga” (Scuola dell’Alleanza Yoga di Cordova) e istruttrice di Yoga per bambini (Árbol de Luz). Coach Pedagogica.
Autrice di diversi libri educativi e racconti per bambini. Ha inoltre creato numerosi e-book educativi e giochi didattici per famiglie e scuole (alcuni dei quali hanno ricevuto premi dalla Legislatura di Cordova tramite Ediciones aBrace). Ha partecipato attivamente al laboratorio letterario “Creatività” coordinato dalla scrittrice Edda Ottonieri. È stata membro del Consiglio Direttivo della Società Argentina degli Scrittori, sezione di Marcos Juárez, e ha ricoperto il ruolo di segretaria della rivista “Solstizio”. Ha svolto attività di volontariato presso Radio Mujeres Ms. Jz. e Agenda Cultural su TRU. Ha svolto attività di volontariato come insegnante di educazione emotiva presso l’Ospedale Pediatrico Santísima Trinidad (reparto di oncologia) di Cordova. Facilita e coordina workshop, conferenze e sessioni di formazione su Educazione Emotiva e Pace. Ha fatto parte del programma di Educazione Emotiva di Lucas J. J. Malaisi ed è stata insegnante di educazione emotiva presso la Scuola dei Mestieri di Marcos Juárez, Cordova. Ricevette “Le Chiavi della Città” come Cittadina Illustre a Calilegua (Jujuy), Argentina.
Poesie
1- AMORE. E IL TUO PETTO
Entro i tuoi confini immaginari, il sole è impiantato, nella tua anima… Come sangue effervescente, perché forse, le tue vene, faranno della mia passione, un fluido al loro interno.
Forse! I tuoi battiti, lascia che ritmino con il mio, e il tuo cuore, portano lo stesso impulso, ecco perché,
forse, forse…
Il tuo amore, lascia che si mescoli al mio,
e che entrambi, decidiate di unirvi subito!
2- LAPSE. AMORE MIO
Notte per assorbire lenti fremiti di luce, nel mio grembo.
Sole, a macchiare le arterie… Il pomeriggio, a dondolare il corpo al suono delle lettere e sognare i tuoi baci.
Alba, che agita i globuli d’amore, e rompe i velluti della notte, nel nero corvino del tuo sorriso.
Ore, uccelli in volo verso i crepuscoli di questa temperanza.
Tempo, rivoluzione di versi impressi sulla pelle della memoria, che ti sente.
AMORE, in ogni parola che ti aspetta, ogni giorno.
GLORIA MAZZA
Biografia di Yanni Tugores
YANNI TUGORES. Nace en Montevideo, reside en la ciudad de La Paz-Canelones-Uruguay. Escritora, prologuista, promotora cultural, embajadora de Paz para Mil Milenios de Paz-UNESCO. Multipremiada dentro y fuera de fronteras por su obra y su gestión cultural, social y humanitaria. Participó de múltiples antologías en Uruguay y en el extranjero. Varios de sus poemas fueron musicalizados por grandes autores nacionales y traducidos al portugués, italiano y rumano. Directora-fundadora-Presidente, de la “Comunidad artística Esquina Cultural La Paz” desde hace 12 años. Posee varios nombramientos dentro y fuera de su país. Jurado en concursos nacionales e internacionales compiladoras de Antologías internacionales y organizadora de concursos internacionales trilingües español-portugués-italiano, y en Braille para personas ciegas o de escasa visión, para niños, jóvenes y adultos. Participa activamente, de una columna cultural en la revista “Dejando Huellas” en su país y de tres programas de radio, en Uruguay, Argentina y Australia Creadora y Coordinadora del Recital Poético Internacional “Voces Poéticas Cruzando Océanos” – en colaboración con el formato “En busca de la verdadera belleza” programa bilingüe italiano-español con conducción de Pietro La Barbera y Elisa Mascia (Italia). Co-organizadora del Premio Internacional “Estrella del Sur desde Uruguay al Mundo”. Tiene 13 libros publicados y 3 en edición. Sus cuentos infantiles son ilustrados y transcriptos al sistema Braille, para niños de escasa o nula visión.
YANNI TUGORES. Nata a Montevideo, risiede a La Paz, Canelones, Uruguay. Scrittrice, autrice di prefazioni, promotrice culturale e ambasciatrice per la Pace nell’ambito dell’iniziativa UNESCO “Mille Millenni di Pace”, ha ricevuto numerosi premi a livello nazionale e internazionale per il suo lavoro e il suo impegno culturale, sociale e umanitario. Ha contribuito a numerose antologie in Uruguay e all’estero. Diverse sue poesie sono state musicate da rinomati compositori uruguaiani e tradotte in portoghese, italiano e rumeno. È stata Direttrice Fondatrice e Presidente della comunità artistica “Esquina Cultural La Paz” negli ultimi 12 anni. Ricopre diversi incarichi sia in Uruguay che all’estero. Ha ricoperto il ruolo di giudice in concorsi nazionali e internazionali, ha compilato antologie internazionali e organizzato concorsi internazionali trilingue (spagnolo-portoghese-italiano) e concorsi di Braille per persone non vedenti o ipovedenti, per bambini, giovani e adulti. Partecipa attivamente alla rubrica culturale della rivista “Dejando Huellas” nel suo Paese e a tre programmi radiofonici in Uruguay, Argentina e Australia. È ideatrice e coordinatrice del Recital Internazionale di Poesia “Voces Poéticas Cruzando Océanos” (Voci Poetiche che Attraversano gli Oceani), in collaborazione con il programma bilingue italo-spagnolo “En busca de la verdadera belleza” (Alla ricerca della vera bellezza), condotto da Pietro La Barbera ed Elisa Mascia (Italia). È anche co-organizzatrice del Premio Internazionale “Estrella del Sur desde Uruguay al Mundo” (Stella del Sud dall’Uruguay al Mondo). Ha pubblicato 13 libri e altri 3 sono in corso di stampa. Le sue storie per bambini sono illustrate e trascritte in Braille per bambini ipovedenti o ipovedenti.
1- LO QUE NO SE VE
No se percibe un susurro ni tampoco el alma errante no se ve lo que se oculta lo intangible, inalcanzable. No se perciben los ecos de los amores distantes, ni esa nostalgia que otrora permanecía imborrable. Tampoco se ven las lágrimas cuando el corazón no late, ni las brisas en las copas de los árboles distantes. Sueños perdidos en tiempos ojos que brillan danzantes, manos faltas de caricias y brazos para que abracen. La nostalgia que te grita para poder integrarse, para buscar un te quiero o la cama del amante. Pero también hay temores temores y odio al callarse, para que no haya más guerras ¡que nadie más la acompañe! Tampoco ven la empatía del hoy por un semejante, es que este mundo ha cambiado no ven la muerte ni el hambre. El humano vive solo con mezquindad humillante, porque solamente ve sus constantes avatares. Y yo voy tejiendo hilos esos hilos que me enlacen, a sensaciones tangibles para verlas encarnarse, en todo lo que se ve aunque se pierda en el aire.
CIÒ CHE NON SI VEDE
Non si percepisce un sussurro, né l’anima errante. Non si vede ciò che è nascosto, l’intangibile, l’irraggiungibile.
Non si percepiscono gli echi di amori lontani, né quella nostalgia che un tempo rimase indelebile.
Non si vedono le lacrime quando il cuore non batte, né la brezza tra le cime degli alberi lontani.
Sogni persi nel tempo, occhi che brillano danzando, mani prive di carezze, e braccia da abbracciare.
La nostalgia che ti grida di poter appartenere, di cercare un “ti amo” o il letto dell’amante.
Ma ci sono anche paure, paure e odio nel rimanere in silenzio, affinché non ci siano più guerre, affinché nessun altro la accompagni!
Né vedono l’empatia di oggi per un altro essere umano, perché questo mondo è cambiato. Non vedono la morte né la fame.
Gli umani vivono soli, con umiliante meschinità, perché vedono solo le loro continue vicissitudini.
E io tessendo fili, quei fili che mi legano, alle sensazioni tangibili, per vederle incarnate, in tutto ciò che si vede, anche se si perde nell’aria.
Yanni Tugores
2- TEJIENDO UN SUSURRO
Las estrellas se ahogan en el fango. Vierten sus lágrimas en un cielo cansado. Mis sueños se desvanecen en el aire. En esta lobreguez, lloro mis heridas apartada del cosmos, en tinieblas.
Sumida en la oscuridad busco, camino, persigo el día. La luna se oculta tras las nubes que corren con desesperanza. El miedo juega conmigo, la angustia muerde mis labios.
Mi vida, fútil, nimia, se escapa entre mis manos. Yo… sigo aquí, atada a esta zozobra, sumida en letargo, en las sombras.
No encuentro refugio. No hay pájaros, no hay soles, no hay risas. El frío es el Rey.
Muere la alborada despojada de alegrías. Vagan las almas por senderos que el miedo atora.
Las calles, desoladas, cantan una serenata de silencio. Cubierta por un velo, sola, voy tejiendo un susurro en la penumbra más profunda donde cada paso… es un secreto.
TESSENDO UN SUSSURRO
Le stelle affogano nel fango. Versano lacrime in un cielo stanco. I miei sogni svaniscono nel nulla. In questa oscurità, piango per le mie ferite, separato dal cosmo, nelle tenebre.
Immerso nell’oscurità, cerco, cammino, inseguo il giorno. La luna si nasconde dietro le nuvole che corrono con disperazione. La paura gioca con me, l’angoscia mi morde le labbra.
La mia vita, futile, insignificante, mi scivola tra le dita. Io… resto qui, legato a questa inquietudine, immerso nel letargo, nell’ombra.
Non trovo rifugio. Non ci sono uccelli, né soli, né risate. Il freddo è Re.
L’alba muore, privata della gioia. Le anime vagano lungo sentieri ostacolati dalla paura.
Le strade desolate cantano una serenata silenziosa. Velata e sola, tesso un sussurro nell’oscurità più profonda dove ogni passo… è un segreto.
Yanni Tugores
Biografia di Pietro La Barbera
Pietro La Barbera, nato a Casacalenda (Cb), nel TEMPO LIBERO si cimenta come sceneggiatore (più di 35 opere personali messe in scena), attore, speaker radiofonico e nella lettura di libri, con Florence ( sua moglie) e ai bambini presso la libreria Giunti di Campobasso, al fine di trasmettere la passione per l’ascolto. Realizza opere teatrali, nonché il TEATRO AL BUIO. È stato a contatto con i migliori attori del nostro tempo. Giurato del Premio Letterario Nazionale “Costa Edizioni” e del Premio Letterario Nazionale “Francesco Giampietri”. Ha partecipato a molte trasmissioni televisive e pubblicato vari libri, ma le sue vere grandi passioni sono la RADIO, le interviste, la comunicazione attraverso l’ascolto reciproco. Ha condotto la trasmissione radiofonica “Desideri Distonici” (gemellata con Radio Krysol, Cile, con Radio Sputnik, Spagna, su Radio Orizzonte Molise, alternando interviste a personaggi famosi alla proposizione di musica vintage; da marzo 2020 la trasmissione radiofonica “Quasi Paradiso” (oltre alla rubrica “Talk & Thor”), su Radio Thor Italia (Live – Radio Thor Italia …webradio), da settembre 2021, sempre su Radio Thor Italia, la trasmissione radiofonica “L’altro sono io”; da aprile 2020 la trasmissione radiofonica “Senza Tempo”, su Radio Stella Marina (senza tempo – Radiostellamarina.it – , format radiofonici “La vita ha un senso?” (diretta facebook, con musica cantautoriale) e “Dimmelo tu!” (diretta facebook, con musica legata all’argomento trattato), format “Cogli l’Attimo” (interviste…ospiti dall’animo profondo, con diretta facebook), format “Non solo Cibo” (diretta facebook con la “coach alimentare” Melania Romanelli), format “Veronica chiama Pietro Pietro chiama Veronica” (diretta facebook, con la cantante Veronica Costa), format “Non è la TV” (diretta facebook, con la cantante MariaLuna), da ottobre 2023 Alla ricerca della vera bellezza interviste a poeti, scrittori, artisti, cantanti, musicisti, ballerini e conduttore del programma bilingüe italiano spagnolo e al Recital Internazionale “Voci Poetiche, Attraversando gli Oceani”
Biografía de Pietro La Barbera
Pietro La Barbera, nacido en Casacalenda (Cb), disfruta en su tiempo libre escribiendo (se han representado más de 35 obras suyas), actuando y dando charlas en la radio. También lee libros con Florence (su esposa) y a niños en la librería Giunti de Campobasso, compartiendo su pasión por la escucha. Dirige obras de teatro, entre ellas “TEATRO EN LA OSCURIDAD”. Ha trabajado con los mejores actores de nuestro tiempo. Es jurado del Premio Literario Nacional “Costa Edizioni” y del Premio Literario Nacional “Francesco Giampietri”. Ha participado en numerosos programas de televisión y publicado varios libros, pero sus verdaderas pasiones son la radio, las entrevistas y la comunicación a través de la escucha mutua. Presentó el programa de radio “Desideri Distonici” (hermanado con Radio Krysol, Chile, y Radio Sputnik, España) en Radio Orizzonte Molise, alternando entrevistas a personajes famosos con la propuesta de música clásica. desde marzo de 2020, el programa de radio “Quasi Paradiso” (además de la columna “Talk & Thor”) en Radio Thor Italia (en vivo – Radio Thor Italia… radio web); desde septiembre de 2021, también en Radio Thor Italia, el programa de radio “L’altro sono io”; desde abril de 2020, el programa de radio “Senza Tempo” en Radio Stella Marina (senza tempo – Radiostellamarina.it – ), los formatos de radio “La vita ha un senso?” (Facebook live, con música del cantautor) y “Dimmelo tu!” (Facebook live, con música relacionada con el tema), el formato “Cogli l’Attimo” (entrevistas… invitados con alma, con Facebook live), el formato “Non solo Cibo” (Facebook live con la “food coach” Melania Romanelli), el formato “Veronica calls Pietro Pietro calls Veronica” (Facebook live, con la cantante Veronica Costa), el formato “Non è la TV” (Facebook live, con la cantante MariaLuna), a partir de octubre de 2023 En busca de la verdadera belleza entrevistas con poetas, escritores, artistas, cantantes, músicos, bailarines y presentador del programa bilingüe italiano-español y del Recital Internacional “Voces Poéticas, Cruzando los Océanos”
Pietro La Barbera
1. Natale in vetrina Le luci gridano più forte del silenzio, inermi stelle al neon, appese a una notte che non ascolta. Le mani sono piene, ma i cuori restano vuoti come chiese chiuse a mezzanotte. Si compra la gioia a rate, si incarta l’amore con carta lucida, si pesa l’affetto in scontrini che non sanno pregare. Il Bambino dorme altrove, inermi i suoi passi tra i saldi e le promesse. Natale passa veloce, come una canzone ripetuta fino a stancare, lasciando briciole di festa e una fame più antica di prima. Dio non era nel rumore, ma nel vuoto che non abbiamo voluto guardare.
1. Navidad en el escaparate
Las luces gritan más fuerte que el silencio, estrellas de neón indefensas, suspendidas en una noche que no escucha. Las manos están llenas, pero los corazones permanecen vacíos, como iglesias cerradas a medianoche. La alegría se compra a plazos, el amor se envuelve en papel brillante, el cariño se pesa en recibos que no saben rezar. El Niño duerme en otro lugar, sus pasos indefensos entre ventas y promesas. La Navidad pasa rápido, como una canción repetida hasta el cansancio, dejando migajas de celebración y un hambre más vieja que antes. Dios no estaba en el ruido, sino en el vacío que no queríamos mirar.
2. Il presepe dimenticato C’è un presepe smontato nel cuore dell’uomo, le pagliaie sostituite da plastica e fretta, Maria non ha tempo di aspettare, Giuseppe non trova più voce. Abbiamo vestito il miracolo di apparenza, incoronato il superfluo, mentre la stalla restava fredda, inermi le mani tese della speranza. Il Natale non chiede applausi, ma ginocchia piegate e occhi veri. Nasce ancora, ogni anno, inermi i suoi vagiti tra le nostre distrazioni, e muore piano quando lo scambiamo per un giorno qualunque da consumare. Forse basterebbe il silenzio, una notte senza vetrine, per sentire che Dio non si compra: si accoglie.
2. El belén olvidado
Hay un belén desmantelado en el corazón del hombre, los pajares reemplazados por plástico y prisa, María no tiene tiempo para esperar, José ya no encuentra su voz. Vestimos el milagro de apariencia, coronamos lo superfluo, mientras el establo permanecía frío, las manos extendidas de la esperanza permanecían indefensas. La Navidad no pide aplausos, sino rodillas dobladas y miradas sinceras. Cada año renace, su llanto impotente entre nuestras distracciones, y muere lentamente cuando la confundimos con un día más que se consume. Quizás el silencio bastaría, una noche sin escaparates, para sentir que Dios no se compra: es bienvenido.
ELISA MASCIA
Nata a Santa Croce di Magliano, in provincia di Campobasso, Elisa Mascia è scrittrice prolifica, conferenziere, conduttrice radiofonica, declamatrice, recensora, poetessa bilingue (italiano-spagnolo), critica letteraria, giurata in concorsi di poesia, intervistatrice e promotrice culturale, Elisa si è affermata come figura di spicco nella letteratura e nella cultura mondiale.
Elisa è membro registrato e co-fondatrice di Wiki-Poesia e ha una pagina ufficiale su Wikitia. È un’Accademica Immortale, Coordinatrice per l’Italia e Direttrice della Comunicazione e degli Eventi della prestigiosa Albap Academia. Ha pubblicato 25 libri di poesie e saggi letterari, Oltre a numerose Antologie nazionali e mondiali, in pdf e anche cartaceo.
I suoi contributi sono stati celebrati nelle interviste di Pietro La Barbera, Pier Carlo Lava, nel Quill Compendium 2024 della Writers Edition, Angela Kosta, Jahongir Nomozov Mirzo, Stefano Chiesa, Taghrid BouMerhi e Donia Sahib, intervistati dal famoso giornalista iracheno Dr. Ali Sahn Abdul Aziz, Fadaat News Agenc. Con pubblicazioni su numerosi quotidiani italiani e internazionali, la dedizione di Elisa Mascia alla letteratura, alla cultura e ai valori umanitari continua a ispirare un pubblico globale.
ELISA MASCIA
Nacida en Santa Croce di Magliano, provincia de Campobasso, Elisa Mascia es escritora prolífica, conferenciante, locutora de radio, comentarista, crítica, poeta bilingüe (italiano-español), crítica literaria, jurado de concursos de poesía, entrevistadora y promotora cultural, Elisa se ha consolidado como una figura destacada de la literatura y la cultura mundial.
Elisa es miembro registrada y cofundadora de Wiki-Poesia y cuenta con una página oficial en Wikitia. Es Académica Inmortal, Coordinadora para Italia y Directora de Comunicación y Eventos de la prestigiosa Academia Albap.
Ha publicado 25 libros de poesía y ensayos literarios,
así como numerosas antologías nacionales e internacionales, tanto en formato PDF como impreso.
Sus contribuciones han sido celebradas en entrevistas realizadas por Pietro La Barbera, Pier Carlo Lava, en el Compendio Quill 2024 de Writers Edition, Angela Kosta, Jahongir Nomozov Mirzo, Stefano Chiesa, Taghrid BouMerhi y Donia Sahib, y entrevistada por el reconocido periodista iraquí Dr. Ali Sahn Abdul Aziz, de la agencia de noticias Fadaat.
Con publicaciones en numerosos periódicos italianos e internacionales, la dedicación de Elisa Mascia a la literatura, la cultura y los valores humanitarios continúa inspirando a un público global.
1-PACE.
Pace al mio fratello pace al mio amore e pace sia al mio cuore da cui sgorga la pace in tutto il mondo. L’ amore e la pace sono le ricchezze che possiedo, non costano niente e fanno star bene tutta la gente. Di pace costruttori siamo tutti l’ amore nei nostri cuori finalmente trionferà e tanta pace nel mondo intero ci sarà!
ELISA MASCIA
1- PAZ.
Paz a mi hermano, paz a mi amor, y paz a mi corazón, de donde fluye la paz por todo el mundo. El amor y la paz son las riquezas que poseo, no cuestan nada, y hacen sentir bien a todos. Todos somos constructores de paz, el amor en nuestros corazones finalmente triunfará, ¡y habrá mucha paz en todo el mundo!
ELISA MASCIA
2- Costruttori di pace.
Non affiancatori di chi semina odio sull’odio. Ciascuno di noi ha dovere nel fare la propria parte, comprendere dolore altrui senza prendere posizioni per esprimere il suo pensiero con parole crudeli né spietate similitudini per nessun essere umano duole per lingua che ferisce paragonando ad animali, peggio a rettili, i suoi simili. Chi lo afferma è nell’errore anche quando ne riceve plauso da chi è spietato nell’essere d’accordo, è in complicità. Nessuno merita di leggere obbrobri diretti ai suoi simili sapendo che in ciascuno ci sono ferite non cicatrizzate. Inconsapevolmente, talune lestofanti parlapresto, riempiono pagine di odio. Elisa Mascia
2- Constructores de paz.
No apoyamos a quienes siembran odio sobre odio. Cada uno de nosotros tiene el deber de hacer su parte, comprendiendo el dolor ajeno sin tomar partido para expresar nuestros pensamientos con palabras crueles, ni comparaciones despiadadas con ningún ser humano, ni dolor por una lengua que hiere al comparar a sus semejantes con animales, peor aún, con reptiles. Quien diga eso se equivoca, incluso cuando reciban aplausos de quienes son implacables en su acuerdo, son cómplices. Nadie merece leer oprobios dirigidos a su prójimo, sabiendo que cada uno de nosotros lleva heridas sin sanar. Sin saberlo, algunos canallas de habla rápida llenan páginas de odio. Elisa Mascia
Mia madre mi ha partorito su un piccolo carro trainato da due oche. Era l’alba e la dea della bellezza femminile guidava il carro. Dopo innumerevoli anni, sono diventata una stella, e solo allora il cielo mi ha detto che molte cose cooperavano per farmi brillare sempre. Sono queste cose a determinare anche il destino delle persone, che può sembrare diverso, ma ci sono dei fili magici invisibili sospesi tra il cielo e la terra che collegano quei destini. Inoltre, il cielo mi sussurrò un grande segreto: “Gli esseri umani devono guardare attentamente tutto ciò che li circonda per poter toccare quei fili che diranno loro che le distanze, i luoghi e i tempi che li oscurano non sono come appaiono loro. Dopo un lungo periodo della loro esistenza in questo universo, sapranno che c’è un altro mondo dietro il loro. È lontano, ma non appena chiuderanno gli occhi, ne sentiranno il battito fluire nei loro cuori per dare alla vita la sua magia e il suo segreto di rinnovamento.” Quando sono cresciuta, alcuni amavano chiamarmi “La stella del mattino”, mentre altri mi chiamavano “La stella della sera”. Mentre la mia amica, la luna, mi chiamava “La stella del mattino e della sera” perché amo starle accanto durante la sua apparizione e la sua scomparsa, perché è la creatura più luminosa e bella del cielo. Una volta, mi sono svegliata da uno strano sogno, come se la mia luce che fluiva dall’alto iniziasse a diminuire. Mi chiedevo: “Come può una stella come me, la cui luce accende tutto ciò che le sta sotto, perdere tutto il suo splendore?” e, in mezzo alla mia tristezza, sentii ondate di luminosità fluire in me dalla dea dell’amore, Afrodite. Queste onde mi diedero due ali di luce per vagare liberamente nell’intero universo come se stessi danzando nei miei sogni. Lo raccontai alla luna, e lei disse con un sorriso: “Oh, stella del mio mattino e della mia sera, mia luminosità e mio scintillio. Insegna agli umani a leggere gli incantesimi sulla nebulosa, insegna loro a sentire i richiami da qui. Sii il linguaggio comune degli amanti. Non nutrirti di altro che del sole di Dio. Scendi con la tua luce notturna ad abbracciare la Terra, lascia che anneghi le onde del fiume dell’amore dove le vergini stanno sulle sue rive per battezzare i loro corpi con la sua acqua, per prepararsi alla vita. E di’ a chi versa lacrime che non morirà dimenticata, perché qualcuno la sta aspettando con impazienza dall’altra riva.”
E mentre salutavo la notte per dare il benvenuto al mattino, una canzone ha iniziato a suonare, annunciando la nascita di una nuova era.
The Star of Love Fawz Hamza IRAQ
My mother gave birth to me in a small cart pulled by two geese. It was dawn, and the goddess of feminine beauty was driving the cart. After countless years, I became a star, and only then, the sky told me that a lot of things cooperated to keep me shining all the time. These things are what make people’s destinies, too, which may seem different, but there are some invisible magical threads hanged between the sky and the earth that connect those destinies. Moreover, the sky whispered a great secret to me: “Humans must look attentively at everything around them so that they can touch those threads that will tell them that the distances, places, and times that shadow them are not as they appear to them. After a long time of their existence in this universe, they will know that there is another world behind theirs. It is far away, but as soon as they close their eyes, they will feel its beating flowing in their hearts to give life its magic and its secret of renewal.” When I grew up, some liked to call me “The morning star,” while others called me “ The evening star.” Whereas my friend, the moon, used to call me “The morning and evening star” because I love to stay next to him during his appearance and his departure as well because he is the brightest and the most handsome creature in the sky. Once, I woke up from a strange dream, as if my flowing light from the heights began to reduce. I wondered saying, “How could a star like me, whose light ignites everything beneath her, lose all her shine?” and amid my sadness, I felt waves of brightness leaking into me from the goddess of love, Aphrodite. These waves gave me two wings of light to wander freely in the whole universe as if I were dancing in my dreams. I told the moon about it, he said with a smile: “Oh, the star of my morning and my evening, my brightness, and my sparkle. Teach humans how to read incantations on the nebula, teach them how to hear calls from here. Be the common language of lovers. Do not feed on anything but the God’s sun. Descend with your night light to embrace the earth, let it drown the waves of the river of love where virgins stand on its edges to baptize their bodies with its water, to prepare themselves for life. And tell that who sheds tears that she won’t die forgotten since someone is waiting for her eagerly on the other side.”
And as I bid farewell night to welcome morning; a song started playing, announcing the birth of a new era.
La crisi che stiamo affrontando in questi tempi serve da punto di riferimento per l’empatia o per la sfortuna altrui. Oggi ci troviamo di fronte a un mare di circostanze che feriscono impietosamente la tranquillità sociale, rivelando le intenzioni giuste e ingiuste albergate nella nostra psiche, dove è evidente l’impegno empatico verso coloro che sembrano essere dimenticati, ai margini della sofferenza, sia per istruzione, status sociale o origine. Se fossimo consapevoli che la vita stessa porta in sé una grandezza soprannaturale con enigmi al di là della comprensione umana, saremmo disposti a offrire l’attenzione, il sostegno e l’affetto necessari per migliorare la breve permanenza di questo pellegrinaggio.
Tuttavia, non sempre mostriamo un’integrità equilibrata nel nostro comportamento; purtroppo, ci lasciamo influenzare dall’indifferenza seguita dal disprezzo per i nostri fratelli e sorelle, dimenticando l’origine e la missione che ci è stata affidata. Come società, è essenziale ricordare i valori che guidano la nostra condotta, tra cui l’equo trattamento di persone di età, culture e ideologie diverse. Solo così possiamo costruire una società in cui prevalgano il rispetto reciproco e la comprensione basati sui diritti universali. Proseguire su questo percorso umanistico significa, infatti, andare controcorrente, poiché l’abuso di potere e l’avidità di coloro che calpestano spietatamente vite innocenti per mantenere i propri nefasti interessi personali sono oggi evidenti. È dovere di tutti i visionari di un mondo più umano, onesti costruttori di una società con orizzonti olistici a beneficio di tutti coloro che vivono in quest’epoca cruciale della storia.
Potremmo trovare modi efficaci per aiutare gli altri, se lo scegliessimo, a partire dall’empatia, quella capacità unica di comprendere le emozioni altrui senza giudizio, convalidando il loro stato emotivo non in base alle apparenze, ma nella sua interezza. Una seconda caratteristica è il rispetto, che attribuisce valore in ogni senso alla dignità e al decoro dell’esistenza umana. Queste qualità sopra menzionate sottolineano un’educazione formidabile che abbraccia la diversità culturale, promuovendo ambienti accoglienti per il nostro benessere. Riconoscere che ci troviamo di fronte a grandi sfide ci fa dubitare della nostra reale competenza nel difendere l’immensità intrinseca dell’essere umano. Se agire con prudenza ci sembra lontano, siamo alla deriva nella nostra responsabilità verso i vulnerabili. Non c’è dubbio che abbiamo una generosa capacità di assistere i più indifesi, ma a volte questa grazia è macchiata dai mali che ci affliggono come società, incluso il fanatismo. Questi problemi attuali dovrebbero essere affrontati con saggezza e con le organizzazioni che lavorano a sostegno dei diritti umani.
Probabilmente abbiamo bisogno di comprendere più a fondo le realtà che si dispiegano davanti a noi, sapendo che non solo danneggiano noi oggi, ma anche il futuro delle generazioni future. Lavorare instancabilmente per il bene comune è la grazia che ci conduce a una vera umanizzazione.
L’autrice è una scrittrice e poetessa nicaraguense.
La empatía y el respeto nos hacen más humanos Por Aracelly Díaz Vargas Es la crisis enfrentada en estos tiempos referente de empatía o desgracia ajena. Hoy nos encontramos ante un mar de circunstancias que lastiman sin piedad la tranquilidad social, dejando al descubierto las intenciones justas e injustas alojadas en nuestra psique, donde es manifiesto el compromiso empático hacia quienes parecen estar en olvido al margen del dolor, bien sea por educación, estatus social y procedencia. Si fuéramos conscientes que la vida lleva en sí misma grandeza sobrenatural con enigmas no concebibles a la capacidad humana, estaríamos dispuestos a brindar atención necesaria, apoyo y afecto para mejorar la estancia breve de este peregrinaje. Sin embargo, no siempre mostramos integridad equilibrada en nuestro comportamiento, penosamente nos dejamos influenciar por la indiferencia seguida del desprecio a los hermanos, olvidando el origen y misión que nos ha sido encomendada. Como sociedad es menester recordar los valores que sostienen la conducta, también comportamientos equitativos entre personas de diferentes edades, culturas e ideologías. Solo así, podremos edificar una población donde predomine el respeto mutuo y comprensión basada en derechos universales. En efecto continuar con este sendero humanístico implica ir contracorrientes pues en la actualidad es evidente el abuso de poder, la avaricia de quienes pisotean abruptamente vidas inocentes con tal de mantener en la cima sus nefastos intereses personales. El deber es de todos visionarios de un mundo más humano constructores honestos de una sociedad con horizontes íntegros en favor de quienes existimos en esta época crucial de la historia. Podríamos encontrar maneras eficientes que favorezcan a los demás si así lo deseamos, empezando desde la empatía esa capacidad única de comprender las emociones ajenas sin juzgar, validando el estado anímico no por apariencias, sino en su generalidad. Una segunda característica es el respeto que atribuye valor en todo sentido a la dignidad decoro de existencia humana. Estas cualidades antes mencionadas enfatizan una educación formidable que abraza la diversidad cultural fomentando entornos cálidos para nuestro bienestar. El reconocer que estamos ante grandes desafíos nos cuestiona si realmente somos competentes para defender la inmensidad intrínseca del ser humano, si actuar con cordura nos parece lejano estaríamos dejando a la deriva nuestra responsabilidad ante la vulnerabilidad, no cabe duda de que tenemos capacidad generosa para asistir al más indefenso, pero en ocasiones esa gracia se ve contagiada por los males que nos afectan como sociedad incluyendo el fanatismo. Aunque estos problemas actuales deberían ser cuestionados desde la sabiduría y organizaciones que trabajan en Pro de los Derechos Humanos. Probablemente necesitamos reconocer más a fondo las realidades que acontecen ante nosotros, sabiendo que no solo nos perjudican hoy, sino el porvenir de generaciones venideras. Trabajar incesantemente por el bienestar común es la gracia que nos conduce a la afable humanización.