Foto cortesia di Adib Nasser e Hamed Al-Dhabiani
Addio, Adib Nasser… Quando il poeta dorme nell’abbraccio della Patria
Hamed Al-Dhabiani
Ieri non solo è morto un uomo, ma una voce è stata messa a tacere: una voce che assomigliava ai tamburi di battaglia che risuonano nel cuore della storia, e al pianto delle madri quando l’orgoglio si mescola alla perdita. Adib Nasser, il poeta palestinese che scelse di essere per l’Iraq come era per la Palestina, e di fare della poesia un altro fucile e delle parole una bandiera incrollabile, se n’è andato. Il suo corpo non c’è più, ma quella voce che scosse la coscienza degli iracheni durante la Seconda Battaglia di Qadisiyah rimane, quando le parole precedevano i proiettili, conferendo ai soldati i loro nomi immortali.
Adib Nasser era un poeta che non scriveva da bordo campo, ma dalla trincea dell’anima. Per lui, l’Iraq non era una semplice tappa negli annali della solidarietà araba, ma un’ulteriore ferita nel suo corpo palestinese, come se Baghdad fosse un’estensione di Gaza, come se l’Eufrate si riversasse nel mare di Haifa. Nelle sue poesie, non c’era differenza tra gli ulivi della Palestina e le palme di Bassora; entrambi sono ombre dello stesso sole, ed entrambi testimoniano che la terra non tradisce i suoi figli, anche se il mondo lo fa.
Lasciò otto raccolte di poesie, in particolare “Cerco me stesso”, come se il titolo fosse un riconoscimento precoce del fatto che il poeta si ritrova solo nelle patrie degli altri, nelle loro ferite, nei loro pianti, nelle loro vittorie e sconfitte. Scrisse anche la sua opera poetica “Zabiba e il Re”, invocando il simbolismo quando l’espressione diretta si rivelava inadeguata, come se avesse capito che la poesia, se non diventa un palcoscenico per la libertà, diventa un freddo inchiostro che non accende nulla.
Quando la sua voce risuonò: “O leoncino dell’arco, saluta il castello e digli che siamo tornati, siamo tornati e non ce ne siamo andati”, non stava cantando un canto fugace, ma piuttosto rimodellando la memoria e piantando nella coscienza irachena la certezza del ritorno. I suoi canti echeggiavano sui campi di battaglia, così come nelle case, nei caffè e nelle feste, finché il suo nome non divenne sinonimo del titolo di “Poeta di Qadisiyah”, un titolo conferito non da un’autorità, ma dalle masse che trovavano nella sua voce un’eco delle loro ansie e del loro orgoglio.
Al Festival di Mirbad, dove la poesia araba saggiava il suo polso, si ergeva accanto ai giganti arabi che portavano l’Iraq nel cuore, da Omdurman a Bassora, da Khartoum a Baghdad. Lì, dove i poeti gareggiavano non per le lodi, ma per la sincerità del loro amore, l’Iraq sembrava più grande dei suoi confini geografici e più vasto delle mappe politiche. Era una patria poetica, dove i destini di amanti e rivoluzionari si incrociavano. E quando si parla di poesia, non si possono dimenticare coloro che hanno fatto della parola un fuoco ardente, come Abdul Razzaq Abdul Wahid, che gridava: “No, per Dio e per Abbas, gli uomini cadranno sugli uomini, ma Bassora non sarà calpestata!”. Trasformò il giuramento in poesia, e la poesia in una presa di posizione. E lo stesso fece Saif al-Din al-Dasouqi, che vedeva nell’Iraq uno specchio delle rivoluzioni di Omdurman, e la sua voce trascendeva i confini. Quando Suad al-Sabah chiese: “Perché amo l’Iraq?”, in realtà si stava ponendo la domanda di tutti i poeti: perché questa terra racchiude così tanto amore, nonostante tutto lo spargimento di sangue?
Perché i poeti amano l’Iraq?
Perché l’Iraq non è solo un luogo, ma uno stato dell’essere. Perché è la terra che vale mille preghiere, come diceva Suad al-Sabah, e perché il maqam iracheno entra nel cuore da ogni direzione, così che la melodia diventa memoria, e la memoria diventa patria. Lo amano perché assomiglia alla poesia quando è sincera: stanca, profonda e intrisa di nobile dolore. Adib Nasser amava l’Iraq perché vi vedeva l’altro volto della Palestina; vi vedeva lo stesso assedio, lo stesso sangue, la stessa sfida. Sapeva che se la ferita non si fosse trasformata in un canto, si sarebbe trasformata in silenzio, e che il silenzio è una morte lenta. Per questo scrisse, cantò, gridò, finché la sua voce non divenne parte della memoria di un’intera epoca.
In uno dei suoi frammenti, disse:
“Non parlo… ma ascoltami
Non cammino… ma seguimi
Se ho fame… nutrimi
Se sono perduto… guidami
Perché una distanza che mi aliena
mi seguirà
e mi abbraccerà
e mi riporterà
alla mia patria
Io sono… la mia patria”.
È come se il poeta si rivolgesse a noi, non a una persona specifica. Come se, per lui, la patria non fosse una mappa, ma una relazione. Non solo terra, ma un abbraccio a cui tutti coloro che si sono persi fanno ritorno. E quando disse: “Siamo morte e resurrezione”, riassumeva la filosofia del poeta in lotta: morire fisicamente affinché un’idea possa vivere, scomparire come voce affinché un’eco possa emergere.
Oggi, mentre gli diciamo addio, non piangiamo solo un poeta, ma anche un’epoca in cui la poesia era trattata come un essere vivente, che partecipava alla battaglia, avanzava verso il fronte e subiva ferite come i combattenti. Ma la nostra consolazione è che la poesia non è sepolta. Le poesie non sono avvolte in un sudario. Gli inni non sono sepolti. Rimane, riecheggiando nella memoria collettiva, risorgendo ogni volta che la nazione ha bisogno di una voce che le somigli.
Addio, Adib Nasser…
Riposa in pace in un suolo che rispecchia le tue parole.
Perché i poeti non muoiono; cambiano semplicemente posizione nei cieli, per continuare la loro vigilanza da lì.
وداعًا أديب ناصر… حين ينام الشاعر في حضن الوطن
حامد الضبياني
بالأمس لم يمت رجلٌ فحسب، بل انطفأ صوتٌ كان يشبه طبول المعارك حين تضرب في قلب التاريخ، ويشبه بكاء الأمهات حين يختلط الفخر بالفقد. رحل أديب ناصر، الشاعر الفلسطيني الذي اختار أن يكون للعراق كما هو لفلسطين، وأن يجعل من القصيدة بندقيةً أخرى، ومن الكلمة رايةً لا تنكسر. رحل الجسد، وبقيت تلك النبرة التي كانت تهز وجدان العراقيين أيام القادسية الثانية، حين كانت الكلمات تسبق الرصاص، وتمنح الجنود أسماءهم الخالدة.
كان أديب ناصر شاعرًا لا يكتب من مقعد المتفرج، بل من خندق الروح. لم يكن العراق بالنسبة له محطة عابرة في دفتر التضامن العربي، بل كان جرحًا آخر في جسده الفلسطيني، كأن بغداد امتداد لغزة، وكأن الفرات يصبّ في بحر حيفا. في قصائده لم يكن ثمة فرق بين زيتون فلسطين ونخيل البصرة؛ كلاهما ظلٌّ لشمسٍ واحدة، وكلاهما شاهدٌ على أن الأرض لا تخون أبناءها وإن خانها العالم.
ثمانية دواوين تركها خلفه، أبرزها “أبحث عني”، وكأن العنوان كان اعترافًا مبكرًا بأن الشاعر لا يجد نفسه إلا في أوطان الآخرين، في جراحهم، في صراخهم، في انتصاراتهم وانكساراتهم. وكتب مسرحيته الشعرية “زبيبة والملك” مستحضرًا الرمز حين تضيق العبارة المباشرة، وكأنه كان يدرك أن الشعر إذا لم يتحوّل إلى مسرحٍ للحرية، صار حبرًا باردًا لا يشعل شيئًا.
حين كان صوته يصدح: “يا شبل زين القوس سلِّم على القسطل وقل له عدنا، عدنا ولم نرحل”، لم يكن ينشد نشيدًا عابرًا، بل كان يعيد صياغة الذاكرة، ويزرع في الوعي العراقي يقين العودة. كانت أناشيده تتردّد في ساحات المعركة كما تتردّد في البيوت، في المقاهي، في المهرجانات، حتى صار اسمه مقترنًا بلقب “شاعر القادسية”، وهو لقب لم تمنحه سلطة، بل منحته الجماهير التي وجدت في صوته صدىً لقلقها وكبريائها.
في مهرجان المربد، حيث كانت القصيدة العربية تختبر نبضها، كان يتجاور مع قاماتٍ عربية حملت العراق في قلوبها، من أم درمان إلى البصرة، ومن الخرطوم إلى بغداد. هناك، حيث كان الشعراء يتنافسون لا على المدح، بل على مقدار الصدق في الحب، كان العراق يبدو أكبر من حدوده الجغرافية، وأوسع من خرائط السياسة. كان وطنًا شعريًا، تتقاطع عنده مصائر العشاق والثائرين.وإذا ذُكر الشعر، لا يمكن أن يُنسى أولئك الذين جعلوا من الكلمة نارًا مضيئة، من أمثال عبد الرزاق عبد الواحد الذي صرخ: “لا والله والعباس توكع زلم فوق الزلم والبصرة ما تنداس”، فجعل من القسم قصيدة، ومن القصيدة موقفًا. وكذلك سيف الدين الدسوقي الذي رأى في العراق مرآةً لثورات أم درمان، فكان صوته عابرًا للحدود. وحين سألت سعاد الصباح: “لماذا أحب العراق؟” كانت في الحقيقة تسأل سؤال الشعراء جميعًا: لماذا تتسع هذه البلاد لكل هذا الحب، رغم كل هذا النزف؟
لماذا يحب الشعراء العراق؟
لأن العراق ليس مكانًا فحسب، بل حالة وجدانية. لأنه البلاد التي تعادل ألف صلاة، كما قالت سعاد الصباح، ولأن المقام العراقي يدخل القلب من جميع الجهات، فيصير اللحن ذاكرةً، والذاكرة وطنًا. يحبونه لأنه يشبه القصيدة حين تكون صادقة: متعبة، عميقة، ومشبعة بالألم النبيل.أديب ناصر أحب العراق لأنه رأى فيه صورة فلسطين الأخرى؛ رأى فيه الحصار ذاته، والدم ذاته، والعناد ذاته. كان يعرف أن الجرح إذا لم يتحوّل إلى أغنية، سيتحوّل إلى صمت، وأن الصمت موتٌ بطيء. لذلك كتب، وغنّى، وصرخ، حتى صار صوته جزءًا من ذاكرة مرحلة كاملة.
في إحدى شذراته قال:
“ولا أحكي.. وأسمعني
ولا أمشي.. وأتبعني
إذا ما جعت.. أطعمني
إذا ما تهت.. عرّفني
فإن بُعدًا يُغرّبني
سيلحقني
ويحضنني
ويرجعني
إلى وطني
أنا.. وطني.”
كأن الشاعر كان يخاطبنا نحن، لا شخصًا بعينه. كأن الوطن عنده ليس خارطةً، بل علاقة. ليس أرضًا فحسب، بل حضنًا يعود إليه كل من تاه. وحين قال: “نحن موتٌ وقيامة”، كان يختصر فلسفة الشاعر المناضل: أن يموت جسدًا ليحيا فكرة، وأن يختفي صوتًا ليصير صدى.
اليوم، ونحن نودّعه، لا نرثي شاعرًا فقط، بل نرثي زمنًا كانت فيه القصيدة تُعامل ككائن حي، يشارك في المعركة، ويتقدّم الصفوف، ويُصاب كما يُصاب المقاتلون. لكن عزاءنا أن الشعر لا يُدفن. القصائد لا تُكفّن. الأناشيد لا تُوارى الثرى. إنها تبقى، تتردّد في الذاكرة الجمعية، وتنهض كلما احتاج الوطن إلى صوتٍ يشبهه.
وداعًا أديب ناصر…
نم قرير العين في ترابٍ يشبه كلماتك.
فالشعراء لا يموتون، بل يغيّرون مواقعهم في السماء، ليواصلوا الحراسة من هناك.
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