Foto cortesia di Hamed Al-Dhabiani
Il dialetto è il coronamento della memoria… e chi si oppone ad esso si oppone a se stesso.
Hamed Al-Dhabiani
Il dialetto iracheno non è un accento passeggero o un lapsus, ma piuttosto la storia di una terra che cammina sulle labbra della sua gente, e di una storia che respira nei suoni delle sue lettere. Dall’”Ajil” della regione occidentale al “La’ad” della regione centrale e al “Jah” del sud, il paese parla piccole lingue che portano il peso dei secoli, riassumono mappe di usi e costumi e dichiarano un’appartenenza che non ha bisogno di sigilli ufficiali. I dialetti non sono una divisione, ma il mosaico di una nazione che ha imparato fin dagli albori di Sumer che la diversità è forza e che quando la differenza è rispettata, diventa un’unità più profonda.
Opporsi al dialetto significa opporsi alla memoria, e chi si oppone alla memoria si oppone alle proprie radici prima di opporsi al popolo. Questi dialetti non sono stati creati in un caffè virtuale o ai margini di una lingua presa in prestito; Sono l’estensione di civiltà successive, gli strati del tempo accumulato e la voce del lavoro, della guerra, del canto e della narrazione. Lamentarsene è come chiedere al Tigri di scusarsi per la sua acqua, o alla palma di vergognarsi della sua ombra. Quando una voce altezzosa si leva per misurare il patriottismo con un unico metro, rivela la propria povertà simbolica. Il patriottismo non si esprime a parole, ma si vive. Non si misura dall’articolazione delle lettere, ma dall’espressione delle posizioni. Chi ha il cuore stretto in un dialetto ampio come quello iracheno è incapace di sopportare l’Iraq stesso. Quanto a coloro che storicamente hanno cercato di trasformare i dialetti in oggetti di disprezzo, sono sempre rimasti in disparte, puntando il dito accusatorio mentre spade vere venivano sguainate in difesa della terra e parole oneste venivano scritte nelle trincee, nelle scuole e nei campi.
L’Iraq non è mai stato preservato da un singolo tono, ma da una voce collettiva con molti strati. Fu difesa da coloro che dicevano “Affrettatevi” mentre correvano, da coloro che dicevano “A dopo” mentre pianificavano, e da coloro che dicevano “Vieni” mentre realizzavano. Quando le tempeste si intensificarono e le forze si scontrarono, i dialetti non furono un peso, ma piuttosto codici di solidarietà, vessilli di riconoscimento e registri di appartenenza. Le stesse città i cui dialetti vengono criticati sono le stesse che hanno insegnato alla storia il significato della resistenza, hanno elevato la cultura al rango di spada e hanno fatto della parola una seconda linea di difesa per la patria.
La filosofia semplice qui è che la lingua è una casa e il dialetto è una stanza al suo interno. Chiunque demolisca una stanza con il pretesto dell’ordine espone la casa al vento. E chiunque derida la stanza di un altro dichiara la propria bancarotta in termini di abitarla. La nobile fratellanza irachena non si costruisce mettendo a tacere le voci, ma ascoltandole con imparzialità. Quanto è facile essere seguaci di una retorica importata, e quanto è difficile essere una mente che pensa dal proprio territorio. Pertanto, lo diciamo senza equivoci: i dialetti iracheni sono un onore verbale, un simbolo della storia e un diritto quotidiano inalienabile. Chi è loro ostile è ostile a se stesso, e chi li disprezza disprezza la terra che li ha generati. L’Iraq non ha bisogno di custodi della parola, ma di custodi del significato. Il significato è chiaro: questa è una patria che è orgogliosa dei suoi figli così come sono, delle loro voci così come sono emerse dal grembo del luogo, e delle loro differenze che non sono mai state una debolezza, ma sono sempre state una ragione di sopravvivenza.
اللهجة تاج الذاكرة… ومن يعاديها يعادي نفسه
حامد الضبياني
ليست اللهجة العراقية نبرةً عابرة ولا زلة لسان، بل سيرةُ أرضٍ تمشي على شفاه أبنائها، وتاريخٌ يتنفس في مخارج الحروف. من “عَجِل” أهل الغربية إلى “لَعد” الوسط و“جَاه” الجنوب، تتكلم البلاد بلغاتٍ صغيرة تحمل أثقال قرون، وتختصر خرائط العادات والتقاليد، وتعلن انتماءً لا يحتاج إلى ختمٍ رسمي. اللهجات ليست انقسامًا، بل فسيفساء وطنٍ تعلّم منذ فجر سومر أن التعدد قوة، وأن الاختلاف حين يُحترم يصير وحدةً أعمق.
الاعتراض على اللهجة اعتراضٌ على الذاكرة، ومن يخاصم الذاكرة يخاصم جذوره قبل أن يخاصم الناس. هذه اللهجات لم تُخلق في مقهى افتراضي ولا على هامش لغةٍ مستعارة؛ هي امتداد حضاراتٍ تعاقبت، وطبقات زمنٍ تراكمت، وصوتُ عملٍ وحربٍ وغناءٍ وحكاية. من يتبرّم منها كمن يطلب من دجلة أن يعتذر عن مائه، أو من النخلة أن تخجل من ظلّها.وحين ينهض صوتٌ متعالٍ ليقيس الوطنية بمسطرة نطقٍ واحد، فإنما يكشف فقره الرمزي. الوطنية لا تُنطق، بل تُعاش. لا تُقاس بمخارج الحروف، بل بمخارج المواقف. من يضيق صدره بلهجةٍ واسعةٍ كالعراق، إنما ضاق عن حمل العراق نفسه. أما الذين حاولوا تاريخيًا تحويل اللهجات إلى مادة ازدراء، فقد كانوا دائمًا على هامش الفعل، يلوّحون بأصابع الاتهام فيما كانت السيوف الحقيقية تُشهر دفاعًا عن الأرض، وكانت الكلمات الصادقة تُكتب في الخنادق والمدارس والحقول.
العراق لم يُصَن يومًا بنبرةٍ واحدة، بل بصوتٍ جماعي تعددت طبقاته. دافع عنه من قال “عَجِل” وهو يهرع، ومن قال “لَعد” وهو يخطط، ومن قال “جَاه” وهو ينجز. وحين اشتدّت العواصف وتكالبت القوى، لم تكن اللهجات عبئًا، بل كانت شفرات تضامن، ورايات تعارف، ودفاتر انتماء. المدن التي يعيبون لهجاتها هي ذاتها التي علّمت التاريخ معنى المقاومة، ورفعت الثقافة إلى مقام السيف، وجعلت من الكلمة حراسةً ثانية للوطن.
الفلسفة البسيطة هنا أن اللغة بيت، واللهجة غرفة فيه. من يهدم الغرفة بحجة الترتيب، يعرّي البيت للريح. ومن يسخر من غرفة غيره، إنما يعلن إفلاسه عن السكن. التآخي العراقي النبيل لا يُبنى بإلغاء الأصوات، بل بإصغاءٍ عادلٍ لها. وما أسهل أن يكون المرء ذيلًا لخطابٍ مستورد، وما أصعب أن يكون رأسًا يفكر من تربته.لذلك نقولها بلا مواربة: اللهجات العراقية شرفٌ لفظي، ووسامُ تاريخ، وحقّ يومي لا يُصادر. من يعاديها يعادي نفسه، ومن يزدريها يزدري الأرض التي أنجبته. العراق لا يحتاج إلى حرّاس نطق، بل إلى حرّاس معنى. والمعنى واضح: هذا وطنٌ يتفاخر بأبنائه كما هم، بأصواتهم كما خرجت من رحم المكان، وباختلافهم الذي لم يكن يومًا ضعفًا، بل كان دائمًا سبب البقاء.
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