Foto cortesia di Stefan Çapaliku (Scutari)
I miei versi – Prima poesia
Pochi sono stati quelli riusciti,
gli altri restano lì,
senza speranza,
in quel campo di concentramento,
anzi, detto tra noi
la maggior parte sono morti.
Quelli che ne uscirono sani
dovettero sottoscrivere
patti di collaborazione.
Pochi accettarono le condizioni,
gli altri restano là dentro,
malati,
inariditi,
senza sepoltura.
Temo che solo con la mia morte
loro usciranno e assaliranno,
così, senza ordine,
invisibili,
nebulizzanti.
I miei versi
saranno la banda musicale
che mi accompagna
i carnevali che annunciano
l’inizio di una grande quaresima,
e che mai finirà!.
Significato complessivo
In Vargjet e mia, Stefan Çapaliku riflette sul potere e sulla fragilità della parola poetica.
I versi diventano prigionieri del tempo, della censura, del trauma e della paura; ma anche testimoni di una verità che resiste.
La poesia è quindi un atto di testimonianza e liberazione:
un modo per restituire voce a ciò che è stato taciuto — e per trasformare la sofferenza in memoria.
Vargjet e mia
Pak qenë ato që ia dolën
të tjerat rrinë aty
të pashpresa
në atë kamp perqëndrimi
madje e thanë midis nesh
shumica kanë vdekë.
atyne që dolën shëndosh
iu desh me nënshkrue
dokumente bashkpunimi.
pak qenë ato që pranuen kushtet,
të tjerat rrijnë aty brenda
të smunda
të fishkuna
të pakalluna.
kam frikë se veç në vdekjen time
ato do dalin e do mësyjnë
ashtu pa rradhë
të padukshme
avull.
vargjet e mia
do jenë banda muzikore
që do më përcjellë
karnevalet që do shënojnë
fillimin e nji krezhme të madhe
e të pafund.
Qualcuno come me.
un altro come me,
si china
soffia nel bicchiere d’acqua stagnante
sopra il mio tavolo da scrittura.
Un cerchio si forma sull’acqua,
poi un altro,
qualcuno come me
sente come dolore i giorni infiniti
che sprofondano l’uno nell’altro
come bicchieri usa e getta,
come lo sprofondare delle notti
nel cielo pesante di piombo
o nel candore vergine
del campo che lui ha nella mente.
L’altro come me mi dice che
è di nuovo primavera:
ci sono fiori, uccelli e speranza.
Poi diventa inverno,
di nuovo primavera,
e lui, come me,
resta alla finestra,
pieno di speranza,
sorridente
e bello come silenzio
di fronte alla finestra della propria mente —
il campo incolto
e selvaggio
dove più nulla si muove.
Più avanti,
qualcuno come me,
anni dopo,
cominciò ad avere angosce:
gli pareva di essersi trasformato
in un asino bianco,
impazzito dalle idee
che asinamente brancolano nell’infinità del campo selvaggio.
Titolo originale: Tjetri si unë
Traduzione: L’altro come me
Il titolo stabilisce fin da subito un rapporto di specchio: c’è un “altro”, ma è “come me”.
Questa duplicità — io e l’altro — diventa la chiave di tutta la poesia: una meditazione sull’identità, sulla memoria e sull’atto stesso della creazione.
Il testo è una lenta sequenza di immagini oniriche e malinconiche, in cui il poeta osserva il mondo esterno (il paesaggio, le stagioni, la casa) fino a riconoscersi nell’altro, nell’ombra che geme, e infine sedersi a scrivere.
Dikush si unë
nji tjetër si unë
përkulet
fryn në gotën me ujë të ndenjun
mbi tryezën teme të shkrimit.
Nji rreth krijohet mbi ujë
e mandej nji tjetër
dikush si unë
i ndjen si dhimbje ditët e pafundme
që zhytën në njena tjetrën
si gota njipërdorimshe
siç zhyten edhe netët
në qiellin e randë plumb
apo në bardhësinë e virgjën
të fushës që ai ka në mendje.
Tjetri si unë më thotë se
asht përsëri pranverë
ka lule zogj dhe shpresë
mandej bahet dimën
pranverë përsëri
dhe ai
si unë
në dritare
rri plot shpresë
i qeshun
dhe i bukur si heshtje
përballë dritares së mendjes së tij
fusha djerrë
e egër
ku asgja nuk lëvizë.
Ma vonë
dikush si unë
vite më vonë
nisi të ketë ankthe
i dukej vetja se qe kthye
në nji gomar të bardhë
të çmendun nga idetë
që gomaron në pafundësinë e fushës së egër.
Ho bisogno
Ho bisogno di vedere la sedia
volare fuori dalla finestra.
Ho bisogno di sentire le schegge del vetro
cadermi sulla testa.
Ho bisogno di vedere tutti gli orologi
girare al contrario.
Ho bisogno di vedere tutti spogliarsi
per un vento che entra all’improvviso
nell’unica taverna del nostro caro villaggio.
Ho bisogno di vedere le candele spegnersi insieme
soffiate dall’alitare di una donna ubriaca fradicia.
Ho bisogno di vedere le mele dividersi in due
senza cadere dall’albero.
Ho bisogno di vedere una danza circolare fatta di cani
dalle code mozzicate.
Ho bisogno di vedere il macellaio, con le mani insanguinate,
suonare miracolosamente un violoncello.
Ho bisogno di vedere le ruspe demolire
tutte le farmacie.
Ho bisogno di vedere gli ulivi allineati per la guerra.
Perché solo dopo aver visto un sogno così
potrò svegliarmi migliore e riconoscente.
Titolo originale: Kam nevojë
Traduzione: Ho bisogno
Già dal titolo, Çapaliku esprime una urgenza interiore: il “bisogno” non è materiale, ma esistenziale e visionario.
La poesia elenca una serie di immagini paradossali, violente o surreali — una sedia che vola, mele che si dividono senza cadere, cani che danzano in cerchio, con code morsicate — che costruiscono una sorta di sogno rovesciato del reale, una “epifania del disordine”.
Kam nevojë – OK
kam nevojë ta shoh karrigën
duke fluturu nga dritarja
kam nevojë të ndjej ciflat e xhamave
mbi kryet tem
kam nevojë të shoh të gjitha orët
duke u rrotullu përsëmbrapshti
kam nevojë me i pa të gjithë të zgaqun
prej një ere që hyn papritë
në tavernën e vetme të katundit tonë të dashtun
kam nevojë me pa qirinjtë të fiken njëherësh
prej bulshinjve të një grueje të dehun tapë
kam nevojë me pa mollët sesi ndahen më dysh
pa ra nga pema
kam nevojë me pa një valle rrethore qenjsh
të bamë prej bishtash të kafshuem
kam nevojë me pa kasapin me duer të përgjakuna
duke i ra mrekullisht nji violonçeli
kam nevojë me pa rruspa duke shembë
të gjitha farmacitë
kam nevojë të shoh ullinjtë të rreshtuem për luftë
se vetëm mbasi të shoh një andërr kësisoj
mund të zgjohem ma i mirë dhe falenderues
Senza orologio
Non sopporto le stanze
senza orologio a muro.
In esse mi sento di essere perduto,
fuori dal tempo.
Voglio testimoniare la mia vita
così com’è accaduta.
Voglio sapere in che ora sono
uscito dalla camera da letto alla cucina,
quando ho fumato l’ultima sigaretta,
quando ha iniziato a piovere
oltre la finestra che dà sulla strada,
quanto tempo mi è rimasto per prendere le medicine.
Poiché io sono una stazione
dove passano senza fine
idee,
sogni,
angosce,
desideri,
ancora idee,
qualche concetto,
o progetto,
forse.
Io sono una stazione senza orologio al muro,
senza tempo misurabile,
senza tempo presente,
senza tabella di orari.
Perciò nella mia testa,
nella mia stanza,
le idee si scontrano con i desideri,
le angosce con le impossibilità.
Io sono una sirena d’allarme
che urla per tutto il tempo,
sono metà luce e mezzo buio
che gira e gira,
e non sa mai, fermarsi.
Titolo originale: Pa orë
Traduzione: Senza orologio
Il titolo pone subito al centro il tempo — o meglio, la sua assenza.
Essere “senza orologio” non è solo una condizione fisica, ma una condizione esistenziale: il poeta si scopre privo di un riferimento che gli permetta di orientarsi nel flusso dell’esistenza.
La poesia esplora la crisi del tempo interiore, la sensazione di smarrimento e sospensione tipica dell’uomo moderno, ma anche di chi vive in isolamento, in malattia o in una condizione di attesa.
Pa orë
nuk i duroj dhomat pa orë muri
në to më duket vetja i humbun
pa kohë
du ta dëshmoj jetën teme
siç dhe kur ka ndodhë
du ta di se kur qe koha kur dola
nga dhoma e gjumit në kuzhinë
kur piva të fundmen cigare
kur nisi me ra shi
matanë dritares që sheh mbi rrugë
sa kohë më ka ngelë për të pi ilaçet
se unë jam nji stacion
ku kalojnë pa fund
ide
andrrime
brenga
dëshira
prapë ide
ndonji koncept
apo projekt
ndoshta
unë jam nji stacion pa orë muri
pa kohë të matshme
pa kohë të tashme
pa tabelë oraresh
prandaj në kokën teme
në dhomën teme
idetë përplasen me dëshirat
brengat me pamundësitë
unë jam nji sirenë alarmi
që gjithë kohën uluret
jam nji gjysëm dritë e gjysëm terr
që rrotullohet e rrotullohet
e s’di me u ndalë
Traduzione di Valbona Jakova
Stefan Çapaliku (Scutari, 10 marzo 1965) è uno scrittore, drammaturgo e studioso albanese. Laureato in Lingua e Letteratura Albanese presso l’Università di Tirana (1988), ha completato studi di specializzazione in Italia, Repubblica Ceca e Regno Unito. Nel 1996 ha conseguito il titolo di Dottore in Scienze Filologiche.
Dal 1993 al 1998 ha diretto il Dipartimento di Letteratura dell’Università di Scutari. Tra il 1998 e il 2005 ha ricoperto incarichi dirigenziali presso il Ministero della Cultura dell’Albania, occupandosi delle politiche culturali relative ai settori editoriali, bibliotecari e archivistici. Nel 2007–2008 è stato Professore Titolare di Storia della Letteratura e della Civiltà Albanese presso l’Università di Belgrado. È attualmente ricercatore presso l’Accademia degli Studi Albanologici e, fino al 2015, è stato docente di Estetica e Teoria del Dramma all’Università delle Arti di Tirana.
Le sue opere teatrali hanno ottenuto premi nazionali e internazionali è sono tradotte in diverse lingue europee. È stato nominato per l’Europa Prize for Theater – New Theatrical Realities e ha ricevuto più volte il premio come miglior autore albanese (1995, 2003, 2007, 2012, 2016).
Tra le sue opere principali figurano la trilogia Secili çmendet simbas mënyrës së vet, Tregimet e tranzicionit, nonché monografie dedicate a Serafin Fanku, Tef Palushi e Gjergj Fishta. Tra i libri pubblicati si ricordano Un angelo vestito in frac, Serafin Fanku, Shtjefën Palushi e 5 drammi. I titoli pubblicati in prosa e poesia sono stati tradotti in inglese, tedesco, francese, italiano, romeno, polacco, bulgaro, serbo, macedone e turco.
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