Foto screenshot dell’ inizio del programma Alla ricerca della vera bellezza
Luis Gilberto Caraballo è un poeta e artista visivo con oltre quarant’anni di esperienza. Tra le sue raccolte di poesie pubblicate figurano Incontri con il Sud (Venezuela, 2007), L’albero delle case vuote (Spagna, 2008), I sentieri del tempo (Spagna, 2009), Poesie di numeri e serie infinite (Portogallo, 2012), Arpa invisibile (Letras Salvajes, Porto Rico, 2020); È tempo di tornare: scorci di un ritorno (Del Sur a Sur Editores, Spagna, 2021) e La grotta dell’Ávila (Letras Salvajes, 2021). Il suo libro Nuvole di notte è stato pubblicato nel febbraio 2022. I suoi libri Rafagas e Poesie, Frammenti e Mari di una poesia sono stati pubblicati in Venezuela alla fine dello stesso anno. Quest’anno (2025) ha pubblicato il suo libro “Illuminazioni di una tela” per la casa editrice spagnola De Sur a Sur. Luis Gilberto ha circa altri 35 libri inediti, tra cui libri di prosa poetica, poesie in versi liberi e libri di aforismi.
Domande
Domanda 1: In quasi quarant’anni di scrittura, la tua poesia ha attraversato paesi, lingue e paesaggi interiori. In che modo il “Sud” dei tuoi Incontri con il Sud continua a vivere -o a trasformarsi- nella tua voce poetica di oggi?
Il mio rapporto con il Sud ha segnato un punto di svolta nella mia carriera. Per più di quindici anni ho scritto e dipinto in silenzio, senza esposizione pubblica. Fu attraverso gli Incontri con il Sud -festival, congressi, viaggi poetici- che iniziò un’apertura più formale, una mostra che non solo mostrò il mio lavoro, ma lo trasformò.
Il Sud mi ha offerto voci viventi, ritmi, inquietudini, musicalità. Mi sono imbattuto in una letteratura profondamente significativa, con peso culturale e trascendente. Dalla terra di Neruda e Gabriela Mistral -Monte Grande, Isla Negra, Santiago del Cile- a Buenos Aires, dove tanti scrittori hanno accolto la mia poesia: Graciela Wencenblat, Alfredo Palacios, Alicia Greenban, Emilce Struchi, Rolando Rebagliati, Roberto Glorioso, Papa e figlio Siber, tra gli altri. Furono incontri che ampliarono il mio universo poetico.
Ho scoperto dal vivo la poesia d’avanguardia: Neruda, Mistral, Juarroz, Olga Orozco, Alejandra Pizarnik. Non solo per la sua qualità letteraria, ma per l’esperienza di aver assaggiato la sua essenza nel territorio, nella voce, nella musica. Il tango, la parola, la città come poesia.
Anche a Loja, Ecuador, ho vissuto incontri con poeti attuali di alto impatto, Benjamin Carrion, Jorge Carrera Andrade,. Lì, la città stessa rende omaggio allo scrittore: monumenti, spazi, memoria viva. Questa riverenza per la letteratura mi ha toccato profondamente.
Il Sud è ancora vivo nella mia voce poetica. Non come ricordo, ma come pulsazione, la sua musica la sua anima. Come una costellazione di universi che si sono intrecciati con il mio e lo hanno ampliato. Ogni incontro è stato un viaggio, e oggi quei viaggi continuano a germogliare in ogni verso
Domanda 2: La Dott.ssa Diana Guemárez-Cruz ha definito la tua poesia come “la musica silenziosa, la solitudine sonora: la poesia dell’ineffabile”. Ti riconosci in questa idea della poesia come linguaggio dell’inafferrabile? Che rapporto c’è per te tra il silenzio e la parola?
Questa definizione, che riprende versi di San Giovanni della Croce, mi è profondamente affine. Non solo per la sua bellezza mistica, ma perché esprime con precisione ciò che ho cercato nella mia scrittura: una poesia che osa sfiorare l’inafferrabile, cosa che non si può dire con le forme convenzionali del linguaggio.
Nel mio lavoro, cerco di rompere la sintassi tradizionale -come fece San Giovanni della Croce- per aprire spazio alla poesia pura, alla matematica pura, alla musicalità pura. Quella rottura non è caos, è architettura rhizomatica: un’illazione di immagini, sinestesie e metafore che non cercano significati univoci, ma immagini multiple- un nuovo universo poetico.
Il silenzio, in quel contesto, non è vuoto: è matrice luogo fertile. È il luogo dove la parola si fa nascere. La parola poetica, per me, deve preservare quel luogo originale del silenzio, quella musica silenziosa che non si sente ma si sente. Per questo lavoro dal vacionismo, dalla polivalenza, dalle strutture che permettono al poema di respirare, di non chiudersi, che invitano ad essere abitato da diverse angolazioni.
Domanda 3: Molte delle tue opere portano titoli che evocano il tempo, l’assenza e il ritorno -Le strade del tempo, È tempo di tornare, La grotta dell’Avila. Qual è per te la funzione del tempo nella poesia: un nemico da sfidare, un compagno di viaggio o una forma di rivelazione?
Il tempo ha una funzione essenziale nella mia poesia. Non lo vedo come una linea cronologica, ma come una manifestazione di musicalità, di diversità, di polivalenza. Nella mia scrittura, l’atemporalità è un reticolo che permette di rompere strutture rigide e accendere altri sensi, altre forme di comunicazione che abitano la coscienza del lettore, che divengono da uno spazio ulteriore che ho concepito come vacionismo e che si nutrono di questi altri sensi, dell’inconscio e atterrano nel poema , nella coscienza illuminata dello scrittore.
Se mi viene proposto il tempo come qualcosa che devo strutturare rigidamente all’interno dell’asse poetico, potrei considerarlo un nemico. Ma questo conflitto l’ho risolto attraverso una comunicazione profonda con la temporalità, intesa non come misura, ma come risonanza.
Per me il tempo è sia un compagno di viaggio che una forma di rivelazione. Attraverso l’atemporalità -quella manifestazione del tempo infinito- sono riuscito a connettermi con la musica interiore del poema, con quello spazio che ho chiamato vacionismo: una risonanza poetica almatica che trascende il letterale e permette al poema di diventare esperienza.
Domanda 4: Come artista visivo e poeta, la tua creazione si muove tra immagine e parola. Quando scrivi, pensi con gli occhi o con il ritmo? Quando una visione diventa poesia?
È una domanda molto interessante, perché rivela una dualità che mi abita. La connessione con la creazione mi arriva sia dall’immagine che dall’immanenza, indipendentemente dal fatto che chiuda gli occhi o no. In entrambi i casi, quella connessione mi porta musica pura, poesia pura, una serie di sensi che provengono da un’altra epoca: una miscela polivalente di capacità cognitive silenziose che si attivano nel processo creativo.
Queste capacità sono incorporate sia attraverso la musicalità, il ritmo, che l’immagine. Per questo i miei quadri sono versati di quella musicalità dell’alterità, e la mia poesia è avvertita di quella sonorità dell’inafferrabile, di quella poesia pura che vibra in molteplici significati e significati.
Quando una visione diventa poesia? Nell’istante in cui riesco a connettermi con l’altro e, attraverso un processo che si dà in me in modo naturale -anche se mi ci sono voluti anni per svilupparlo-, riesco a plasmarlo in una poesia rizomatica, multisensoriale, polivalente. È una forma di creazione che mi accompagna nel mio divenire quotidiano, come una risonanza costante tra il visibile e l’invisibile.
Domanda 5: L’arpa invisibile e i Celajes de noche sembrano evocare una dimensione sonora e cosmica. C’è qualche musica che guida la tua scrittura? Qual è la relazione tra il suono e il mistero nel tuo lavoro?
Sì, c’è sicuramente una musica che guida la mia scrittura. È la musica dell’inafferrabile, quella che segna il ritmo interno del poema, quella che non si sente ma si sente. Quella dimensione sonora -che ho identificato molto bene- è profondamente connessa con ciò che io chiamo otredad: uno spazio percettivo dove si intrecciano musicalità, mistero e universi poetici.
Ho avuto la fortuna di sviluppare la musica molto presto. Ho studiato quattro, Vandolina, tromba, trombone, e suonato in banda per diversi anni. Ho anche imparato a ballare da bambino, il che mi ha dato una coscienza ritmica che porto sempre con me. Le partiture, il ritmo, la musicalità sono parte della mia struttura interna, e questo si filtra naturalmente nella mia scrittura.
Il rapporto tra suono e mistero nel mio lavoro è totale. Il corpus poetico che sviluppo è versato di musica pura, poesia pura, matematica pura. È un universo che si manifesta attraverso polifonie, polivalenze rizomatiche, strutture che non cercano di spiegare, ma di creare una poesia pura il più vicino al vuoto. Questa sonorità dell’inafferrabile è quella che mi ha accompagnato nella creazione di più di quaranta libri, ed è ancora il polso che sostiene il mio universo poetico.
Domanda 6: Hai pubblicato in Venezuela, Spagna, Portogallo e Porto Rico. Come cambia la tua voce poetica quando parli con culture diverse, e cosa rimane immutato del tuo essere venezuelano?
Ho sviluppato un linguaggio poetico e un processo creativo che sono indipendenti dal luogo in cui mi trovo. Certo, mi permea la musica, la natura, i territori, ma in sostanza il mio corpus poetico si connette sempre con il vacionismo: quello spazio di risonanza, di vuoto fertile, di alterità.
Quello che può cambiare sono i setacci, le vibrazioni che si attivano quando incontro culture diverse. Ogni territorio mi offre una ricchezza diversa -sonora, simbolica, affettiva- che si intreccia con la mia essenza poetica. Ma quell’essenza rimane: la musica pura, la poesia pura, la connessione con l’inafferrabile.
Il mio essere venezuelano non è una bandiera, è una pulsazione. È nella mia anima, nel mio ritmo, nel mio rapporto con il vuoto e con l’altro. Questa connessione vitale mi permette di sincronizzare tutti questi contenuti -territoriali, culturali, musicali- e convertirli in poesia, immagini, pittura, in libretti, in racconti, ecc. Una poesia che non si adatta, ma si espande.
Domanda 7: Nel tuo percorso, la poesia sembra anche un atto di resistenza: contro l’oblio, contro il silenzio imposto, contro la perdita. Che ruolo pensi abbia oggi la poesia in un mondo così frammentato e rumoroso?
Che domanda pertinente. La poesia oggi ha un posto molto speciale, perché permette di essere canale di comunicazione del trascendente, di quello che l’anima cerca di preservare mentre si diluisce tra tanti cambiamenti, tanta anarchia, tanta saturazione. In mezzo a quel rumore, la poesia rappresenta uno spazio di armonia seminata: una valle dove è ancora possibile respirare, trovare musica, arte, speranza.
La poesia ossigena l’anima quando questa si sente soffocata dalla polivalenza dei cambiamenti, dalla complessità del quotidiano, dalla perdita di senso. E allo stesso tempo, la poesia porta con sé strumenti essenziali per navigare questo presente: la gestione dell’ambiguità, l’apertura alla complessità, la capacità di invocare spazi che non spiegano, ma che illuminano.
In questo senso, la poesia non solo resiste: trascende. Dà spazio all’essere umano che cerca di stabilirsi come individuo in mezzo a un mondo mutevole, ad alto impatto, con molteplici fratture. La poesia non impone risposte, ma offre immagini, significati e significati. E in questi universi poetici l’anima trova il suo posto.
Domanda 8: Guardando il tuo lavoro nel suo complesso, cosa hai imparato sulla solitudine del poeta? È una condizione da abitare o una soglia da attraversare per trovare l’altro?
La solitudine del poeta è uno spazio ricchissimo, ma bisogna saperlo gestire. All’inizio mi costò, perché la connessione con l’immanenza, con l’inafferrabile, non si fa da un giorno all’altro. Inoltre, il mio ruolo nel mondo è composto da due aspetti: uno razionale, scientifico e tecnico, l’altro intuitivo, artistico e creativo.
Trovare l’equilibrio tra le due cose mi ha permesso di stabilire una connessione più profonda con la solitudine.
Oggi, la solitudine è per me una grande semina. Da essa raccolgo frutti, odori, nostalgie, immagini, musicalità. Ho imparato ad abitarla con naturalezza, a conviverci come parte del mio divenire quotidiano. Non ho bisogno di essere solo per astenersi: posso farlo anche in mezzo agli altri. Ma quando sono solo, accedo a una connettività diversa, più profonda, dove il ritmo, l’essenza e la musicalità si rivelano con maggiore chiarezza.
È una condizione da abitare o una soglia da attraversare? Nel mio caso, è entrambe. La abito, la coltivo, ma anche la oltrepasso. In molti viaggi, in incontri poetici, in risonanze culturali, ho trovato spazi creativi che non dipendevano dall’isolamento, ma dalla vibrazione interiore. Quella musicalità è in me, drena in me, emana da molto presto nella mia vita. L’ho sviluppata, l’ho coltivata, e le ho dato un senso. E quel senso segna anche la mia vita.
Poesie
“Nuvole di Trillo”
Se i tuoi occhi potessero sentire il canto dell’uccellino.
Se i tuoi occhi avessero orecchie,
Se potessero riconoscere il sole
Con la stessa dolcezza di un Mi
Con la consistenza di un Re.
Se potessero vedere l’anima di un Si
Se potessero contenere l’amore tra un La.
Se potessero remare attraverso il mare,
Solo vedendo
Solo stando nella notte profumando di libertà,
Legati in un Fa alla nascita.
E come potrebbero non lasciare che la luna entri
Attraverso un portale,
Convincere il plesso
A sciogliere il suo flusso.
La sua diastole
La sua sistole, la sua diatriba d’amore.
A navigare nelle altezze
Di una cresta del pentagramma,
E volare come un uccellino
Di parole illuminate, attraverso gli occhi dello sguardo.
Se contenessi una doremifa
Se dormissi nel tuo sogno.
Se mi annidassi nella piazza
dove cammina la fede, dove si testimonia la speranza
dove sorge il sole
dove uniamo
le nostre voci.
E come vorrei cantare
con i miei occhi
alla Notte
al sogno, al chiaroscuro
di un tramonto.
All’alba di un’alba
al risveglio di un grido per
la speranza dell’uomo,
per vivere
e sognare.
E toccare le tue mani con un La
con un solo sguardo,
e sollevare i nostri corpi
in volo,
finché non mettiamo a tacere
la paura.
E lasciare che il silenzio muoia,
il lamento
e lasciare che nudo
il sonno si annidi nella libertà.
Dalla raccolta di poesie, Nuvole della Notte. Edizione Sultana del Lago: Maracaibo, Venezuela, 2022.
2- “Dialogo con la pioggia” (estratto)
Ogni volta che guardo la pioggia cadere, mi chiedo se potrò accompagnarla nel suo viaggio di ritorno e rivederla sorgere di nuovo nei campi di cotone, portando con sé racconti e storie della terra indurita. Deve aver dovuto vedersela con i demoni che la flagellano e con ogni tarantola che la abita. Per esprimere la sua colpa e chiedere la sua liberazione, è difficile pronunciare ciò che rimane nella sua lingua asciutta, abissi sottili abbastanza da iniziare il viaggio di ritorno. Senza prima visitare la casa dei folletti, dove trasformano l’amarezza delle ore in notti di oblio.
Ogni volta che guardo fuori dalla finestra, sento il gocciolamento delle tue memorie tuoi, e ce ne sono molte in cui i demoni appaiono con volti di santità e occhi appesi al fuoco, come gemme scelte nei calderoni del mare. Si sentono cavità come gli insondabili sotterranei di labirinti, solo vuoto e un’immensa solitudine. Quando appaiono, attirati dalla pioggia come gocce sul vetro, imploro che la brezza passi e li porti via, lontano, verso il loro letto di morte.
Ogni volta che guardo fuori dalla finestra, il tuo sorriso lenisce le ore con il tuo silenzioso gocciolio.
Rimasi assorto, e in un istante perso, quando l’orologio rintoccò, l’alba era spuntata. Il mio corpo era completamente bagnato, sembrava uno stagno di aromi carichi di notti.
Mi alzai, mi cambiai e in pochi minuti ero come nuovo, posseduto dalle lingue intrecciate del sonno.
Questo dialogo è tratto dal suo libro La grotta di Ávila, 2021
3- Poesie a un albero
Ho imparato algoritmi che mi hanno spiegato in parte alcune cose, e non potevo mai prendere un treno senza avere la sensazione che ci fossero troppi posti vuoti, come se non ci fossero abbastanza passeggeri. Guardando il finestrino scorrere, come se avessi scelto un mucchio di parole e queste fossero in un luogo mostrando la solitudine dei suoi giardini, lo splendore del suo viaggio, il fiume delle sue sillabe, il significato del suo grido, il silenzio delle sue lettere. Non potevo guardare nel treno senza scrutarne il suo silenzio. La voce di quella distanza. Il significato dell’immagine nei miei occhi hanno inchiodato gli algoritmi,
il tempo inesistente nacque da quella solitudine, accendo il suo arcobaleno.
Il silenzio sferzato dallo sguardo che cerca di capire, di imparare a conoscere i suoi fili, la pioggia e i suoi accordi di chitarra.
Da un libro inedito, Le voci della musica: a un albero
Hola Hola gente maravillosa!!
Bienvenidos a todos,
Buenos días, tardes o noches, según el País donde estés conectado un cordial saludo para todos.
Gracias por seguir en este maravilloso espacio donde la presencia de cada uno de ustedes es muy bienvenida.
Junto a Pietro La Barbera continuamos nuestra búsqueda de la “Verdadera Belleza” conociendo el alma especial de
Luis Gilberto Caraballo – Puerto Rico
Luis Gilberto Caraballo es un poeta y artista plástico con más de cuatro décadas de trayectoria. Entre sus poemarios publicados están Encuentros con el Sur (Venezuela, 2007), El árbol de las casas vacías (España, 2008), Los caminos del tempo (España, 2009), Poemas de números y series infinitas (Portugal, 2012), Arpa Invisible (Letras Salvajes, Puerto Rico. 2020); Es tiempo de volver destellos de un regreso (Del Sur a Sur Editores, España, 2021) y La Gruta del Avila (Letras Salvajes, 2021). Su libro Celajes de noche salió en febrero de 2022. Y sus libros Rafagas y Poemas, retazos y mares de un poema salieron en Venezuela a finales de ese año. Este año (2025) publicó su libro, Illuminaciones de un lienzo para la editorial De Sur a Sur de España. Luis Gilberto tiene alrededor de 35 libros más no publicados. Incluidos libros de poesia en prosa, poesia de verso libre y libros de aforismos,
Preguntas
Pregunta 1: Durante casi cuarenta años de escritura, tu poesía ha atravesado países, lenguas y paisajes interiores. ¿De qué manera el “Sur” de tus Encuentros con el Sur sigue viviendo —o transformándose— en tu voz poética de hoy?
Mi relación con el Sur marcó un punto de inflexión en mi trayectoria. Durante más de quince años escribí y pinté en silencio, sin exposición pública. Fue a través de los Encuentros con el Sur —festivales, congresos, viajes poéticos— que comenzó una apertura más formal, una exposición que no solo mostró mi obra, sino que la transformó.
El Sur me ofreció voces vivientes, ritmos, inquietudes, musicalidades. Me encontré con una literatura profundamente significativa, con peso cultural y trascendente. Desde la tierra de Neruda y Gabriela Mistral —Monte Grande, Isla Negra, Santiago de Chile— hasta Buenos Aires, donde tantos escritores acogieron mi poesía: Graciela Wencenblat, Alfredo Palacios, Alicia Greenban, Emilce Struchi, Rolando Rebagliati, Roberto Glorioso, Papa e hijo Siber, entre otros. Fueron encuentros que ampliaron mi universo poético.
Descubrí en vivo la poesía de vanguardia: Neruda, Mistral, Juarroz, Olga Orozco, Alejandra Pizarnik. No solo por su calidad literaria, sino por la experiencia de haber degustado su esencia en territorio, en voz, en música. El tango, la palabra, la ciudad como poema.
También en Loja, Ecuador, viví encuentros con poetas actuales de alto impacto, Benjamin Carrion, Jorge Carrera Andrade,. Allí, la ciudad misma rinde homenaje al escritor: monumentos, espacios, memoria viva. Esa reverencia por la literatura me tocó profundamente.
El Sur sigue vivo en mi voz poética. No como recuerdo, sino como pulsación, su música su alma. Como una constelación de universos que se entrelazaron con el mío y lo expandieron. Cada encuentro fue un viaje, y hoy esos viajes siguen germinando en cada verso
Pregunta 2: La Dra. Diana Guemárez-Cruz ha definido tu poesía como “la música callada, la soledad sonora: la poesía de lo inefable”. ¿Te reconoces en esta idea de la poesía como lenguaje de lo inasible? ¿Qué relación hay para ti entre el silencio y la palabra?
Esa definición, que retoma versos de San Juan de la Cruz, me resulta profundamente afín. No solo por su belleza mística, sino porque expresa con precisión lo que he buscado en mi escritura: una poesía que se atreva a rozar lo inasible, lo que no puede decirse con las formas convencionales del lenguaje.
En mi obra, intento romper la sintaxis tradicional —como lo hizo San Juan de la Cruz— para abrir espacio a la poesía pura, a la matemática pura, a la musicalidad pura. Esa ruptura no es caos, es arquitectura rizomática: una ilación de imágenes, sinestesias y metáforas que no buscan unívocos significados, sino imágenes múltiples- un nuevo universo poético.
El silencio, en ese contexto, no es vacío: es matriz lugar fértil. Es el lugar donde la palabra se gesta. La palabra poética, para mí, debe preservar ese lugar original del silencio, esa música callada que no se oye pero se siente. Por eso trabajo desde el vacionismo, desde la polivalencia, desde estructuras que permiten que el poema respire, que no se cierre, que invite a ser habitado desde distintos ángulos.
Pregunta 3: Muchas de tus obras llevan títulos que evocan el tiempo, la ausencia y el regreso —Los caminos del tiempo, Es tiempo de volver, La gruta del Ávila. ¿Cuál es para ti la función del tiempo en la poesía: es un enemigo a desafiar, un compañero de viaje o una forma de revelación?
El tiempo tiene una función esencial en mi poesía. No lo concibo como una línea cronológica, sino como una manifestación de musicalidad, de otredad, de polivalencia. En mi escritura, la atemporalidad es un entramado que permite romper estructuras rígidas y encender otros sentidos, otras formas de comunicación que habitan el consciente del lector, que devienen desde espacio ulterior que he concebido como vacionismo y que se nutren de esos otros sentidos, del inconsciente y aterrizan en el poema , en la conciencia iluminada del escritor.
Si se me plantea el tiempo como algo que debo estructurar rígidamente dentro del eje poético, podría considerarlo un enemigo. Pero ese conflicto lo he resuelto a través de una comunicación profunda con la temporalidad, entendida no como medida, sino como resonancia.
Para mí, el tiempo es tanto compañero de viaje como forma de revelación. A través de la atemporalidad —esa manifestación del tiempo infinito— logro conectar con la música interior del poema, con ese espacio que he llamado vacionismo: una resonancia poética almática que trasciende lo literal y permite que el poema se convierta en experiencia.
Pregunta 4: Como artista visual y poeta, tu creación se mueve entre imagen y palabra. Cuando escribes, ¿piensas con los ojos o con el ritmo? ¿En qué momento una visión se convierte en poesía?
Es una pregunta muy interesante, porque devela una dualidad que me habita. La conexión con la creación me llega tanto desde la imagen como desde la inmanencia, independientemente de que cierre los ojos o no. En ambos casos, esa conexión me trae música pura, poesía pura, una serie de sentidos que provienen de la otra edad: una mezcla polivalente de capacidades cognitivas silentes que se activan en el proceso creativo.
Estas capacidades se incorporan tanto a través de la musicalidad —el ritmo— como de la imagen. Por eso, mis cuadros están vertidos de esa musicalidad de la otredad, y mi poesía está advertida de esa sonoridad de lo inasible, de esa poesía pura que vibra en múltiples significados y significantes.
¿En qué momento una visión se convierte en poesía? En el instante en que logro conectarme con la otredad y, a través de un proceso que se da en mí de forma natural —aunque me tomó años desarrollarlo—, consigo plasmarla en una poesía rizomática, multisensorial, polivalente. Es una forma de creación que me acompaña en mi devenir diario, como una resonancia constante entre lo visible y lo invisible.
Pregunta 5: Arpa invisible y Celajes de noche parecen evocar una dimensión sonora y cósmica. ¿Hay alguna música que guíe tu escritura? ¿Cuál es la relación entre el sonido y el misterio en tu obra?
Sí, definitivamente hay una música que guía mi escritura. Es la música de lo inasible, la que marca el ritmo interno del poema, la que no se oye pero se siente. Esa dimensión sonora —que he identificado muy bien— está profundamente conectada con lo que llamo otredad: un espacio perceptivo donde se entrelazan musicalidad, misterio y universos poéticos.
Tuve la fortuna de desarrollar la música desde muy temprano. Estudié cuatro, Vandolina, trompeta, trombón, y toqué en banda durante varios años. También aprendí a bailar desde niño, lo que me dio una conciencia rítmica que llevo conmigo permanentemente. Las partituras, el ritmo, la musicalidad son parte de mi estructura interna, y eso se filtra naturalmente en mi escritura.
La relación entre el sonido y el misterio en mi obra es total. El corpus poético que desarrollo está vertido de música pura, poesía pura, matemática pura. Es un universo que se manifiesta a través de polifonías, de polivalencias rizomáticas, de estructuras que no buscan explicar, sino crear una poesía pura lo más cercano al vacío. Esa sonoridad de lo inasible es la que me ha acompañado en la creación de más de cuarenta libros, y sigue siendo el pulso que sostiene mi universo poético.
Pregunta 6: Has publicado en Venezuela, España, Portugal y Puerto Rico. ¿Cómo cambia tu voz poética cuando hablas con diferentes culturas, y qué permanece inalterado de tu ser venezolano?
He desarrollado un lenguaje poético y un proceso creativo que son independientes del lugar donde me encuentre. Por supuesto, me permea la música, la naturaleza, los territorios, pero en esencia, mi corpus poético siempre se conecta con el vacionismo: ese espacio de resonancia, de vacío fértil, de otredad.
Lo que puede cambiar son los tamices, las vibraciones que se activan al encontrarme con distintas culturas. Cada territorio me ofrece una riqueza distinta —sonora, simbólica, afectiva— que se entrelaza con mi esencia poética. Pero esa esencia permanece: la música pura, la poesía pura, la conexión con lo inasible.
Mi ser venezolano no es una bandera, es una pulsación. Está en mi alma, en mi ritmo, en mi relación con el vacío y con la otredad. Esa conexión vital me permite sincronizar todos estos contenidos —territoriales, culturales, musicales— y convertirlos en poesía, en imágenes, en pintura, en libretos, en cuentos, etc. Una poesía que no se adapta, sino que se expande.
Pregunta 7: En tu recorrido, la poesía parece también un acto de resistencia: contra el olvido, contra el silencio impuesto, contra la pérdida. ¿Qué papel crees que tiene hoy la poesía en un mundo tan fragmentado y ruidoso?
Qué pregunta tan pertinente. La poesía tiene hoy un lugar muy especial, porque permite ser canal de comunicación de lo trascendente, de lo que el alma intenta preservar mientras se diluye entre tantos cambios, tanta anarquía, tanta saturación. En medio de ese ruido, la poesía representa un espacio de armonía sembrada: un valle donde aún es posible respirar, encontrar música, arte, esperanza.
La poesía oxigena el alma cuando esta se siente asfixiada por la polivalencia de los cambios, por la complejidad de lo cotidiano, por la pérdida de sentido. Y al mismo tiempo, la poesía lleva consigo herramientas esenciales para navegar este presente: el manejo de la ambigüedad, la apertura a la complejidad, la capacidad de invocar espacios que no explican, pero que iluminan.
En ese sentido, la poesía no solo resiste: trasciende. Le da cabida al ser humano que busca establecerse como individuo en medio de un mundo cambiante, de alto impacto, de múltiples fracturas. La poesía no impone respuestas, pero sí ofrece imágenes, significados y significantes. Y en esos universos poéticos, el alma encuentra su lugar.
Pregunta 8: Mirando tu obra en su conjunto, ¿qué has aprendido sobre la soledad del poeta? ¿Es una condición a habitar o un umbral a cruzar para encontrar al otro?
La soledad del poeta es un espacio riquísimo, pero hay que saberlo manejar. Al principio me costó, porque la conexión con la inmanencia, con lo inasible, no se da de un día para otro. Además, mi rol en el mundo está compuesto por dos vertientes: una racional, científica y técnica, y otra intuitiva, artística y creativa. Lograr el equilibrio entre ambas me permitió establecer una conexión más profunda con la soledad.
Hoy, la soledad es para mí un gran sembradío. De ella recojo frutas, olores, nostalgias, imágenes, musicalidades. He aprendido a habitarla con naturalidad, a convivir con ella como parte de mi devenir diario. No necesito estar solo para abstraerme: puedo hacerlo incluso en medio de otros. Pero cuando estoy solo, accedo a una conectividad distinta, más profunda, donde el ritmo, la esencia y la musicalidad se revelan con mayor claridad.
¿Es una condición a habitar o un umbral a cruzar? En mi caso, es ambas. La habito, la cultivo, pero también la cruzo. En muchos viajes, en encuentros poéticos, en resonancias culturales, he encontrado espacios de creación que no dependían del aislamiento, sino de la vibración interior. Esa musicalidad está en mí, drena en mí, emana desde muy temprano en mi vida. La he desarrollado, la he cultivado, y le he dado sentido. Y ese sentido también marca mi vida.
Poemas
“Celajes del trinar”
Si tus ojos oyeran el cantar del pajarillo.
Si tus ojos tuvieran oídos,
Si reconocieran al sol
Con la misma dulzura que en un mi
Con la textura de un re.
Si vieran el alma de un si
si contuvieran al amor entre un la.
Si remaran por el mar,
con solo ver
con solo estar en la noche oliendo a libertad,
atados en un fa al nacer. .
Y cómo no dejar entrar a la luna
por un portal,
convenciera al plexo
desanude su caudal.
Su diástole
su sístole, su diatriba de amor.
De bogar en las alturas
de una cresta del pentagrama,
y volar como un pajarillo
de iluminadas
palabras, por lo ojos del mirar.
Si contuviera un doremifa
si dormitara en tu sueño.
Si anidara en la plaza
por donde camina la fe, por donde se asiste a la esperanza
por donde nace el sol
por donde enlazamos
la voz.
Y cómo quisiera cantarle
con los ojos
a la Noche
al sueño, al claroscuro
de un atardecer.
Al alba de un amanecer
al despertar de un grito por
la esperanza del hombre,
por el vivir
y soñar.
Y tocar tus manos con un la
con solo mirar,
y alzar nuestro cuerpo
en vuelo,
hasta silenciar
al miedo.
Y que muera el silencio,
el lamento
y que anide el desnudar
al sueño en libertad.
Del poemario, Celajes de la noche. Edición Sultana del Lago: Maracaibo,
Venezuela, 2022.
“Diálogo con la lluvia” (fragmento)
Cada vez que miro la lluvia caer pregunto si podré ir con ella en su viaje de regreso y verla de nuevo amanecer en los algodonales portando cuentos e historias de la tierra endurecida. Habrá tenido que atender trasiega demonios y cuanta tarántula habita. Hacer su rendición de culpas y pedir la excarcelen, a duras penas pronunciar lo que va quedando en su seca lengua abismos delgados suficientes para emprender el regreso. Sin antes visitar la casa de los duendes donde convierten la amargura de las horas en noches de olvidos.
Cada vez que miro por la ventana, siento el goteo de tus memorias, y hay muchas en que los demonios se asoman con rostros de santidades y ojos colgados de incendios, como botones escogidos en las calderas del mar.
Se oyen huecos como sótanos insondables de laberintos, tan solo vacíos y con una inmensa soledad. Cuando aparecen dibujados por las lluvias como gotas en los vidrios, imploro para que la brisa pase y se los lleve lejos , bien distante a su lecho de muerte.
Cada vez que miro por la ventana tu sonrisa me alivian las horas con tu silente goteo.
Me quedé absorto y en un instante perdido cuando sonaba el reloj, había amanecido. Tenía el cuerpo completamente mojado, parecía un estanque de aromas cargados de noches.
Me levanté, me cambié y en minutos estaba como nuevo, poseído de las lenguas tejidas del sueño.
Este diálogo viene de su libro La Gruta del Ávila, 2021
Poemas a un árbol
Aprendí algoritmos que me explicaron parcialmente algunas cosas y no pude tomar nunca en ellas un tren sin que sintiera que habían muchos asientos vacíos como si no hubiesen suficientes pasajeros mirando la ventana pasar como si hubiese elegido un racimo de palabras y estas estuviesen en un lugar mostrando la soledad de sus jardines el esplendor de su viaje el río de sus sílabas el sentido de su alarido el silencio de sus letras no pude mirar en el tren sin escrutar su silencio la voz de aquella distancia el sentido de la imagen en mis ojos clavaron los algoritmos el tiempo inexistente nació de aquella soledad prendo su arcoíris el silencio que azotan la mirada que busca entender aprender a conocer sus hebras la lluvia y sus acordes de guitarra.
De un libro inédito, Las voces de la música: a un árbol
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