Foto cortesia di Irene Doura Kavadia – Grecia
Di María Beatriz Muñoz Ruiz
Oggi ho l’onore di intervistare una grande donna: Irene Doura Kavadia. Il suo sorriso, la sua vicinanza e la sua simpatia fanno sì che, oltre ad essere una scrittrice con una lunga carriera, risulti una persona con cui è facile conversare e imparare. Fin da giovane ha iniziato a scrivere, e nel corso degli anni ha pubblicato 21 libri in diversi generi, anche se è nella poesia che trova la sua vera voce.
In questo intervento ci condivide i suoi ricordi d’infanzia, le influenze che hanno segnato il suo cammino, la sua visione della poesia nel mondo attuale e i progetti che la motivano nel presente.
• Fin da piccola sapevi che volevi essere una scrittrice. Ti ricordi il tuo primo libro?
Sì, da quando ero una bambina ho sentito il richiamo della scrittura come un destino inevitabile. Ricordo con particolare affetto i miei primi racconti di mistero, su un gruppo di scolari e il loro cane che cercavano la soluzione ad enigmi in castelli abbandonati o nel proprio vicinato, ispirati ai libri di avventure giovanili che tanto mi piaceva leggere. Avevo solo otto anni quando ho osato tracciare quelle prime avventure sulla carta, lavorando i personaggi e colorando i loro volti con gli occhi della mia anima. A dodici anni, chiesi a mia madre una macchina da scrivere -non c’erano computer allora- e lei, con quel gesto d’amore, mi diede lo strumento che sigillò la mia decisione di diventare scrittrice. Il “click-clac” dei tasti divenne la musica dei miei primi sogni letterari. Scrivere per me non è mai stato un passatempo; era il primo sussurro di una vocazione, la prima scintilla di un fuoco eterno.
“Scrivevo prima di conoscere il peso delle parole – eppure mi portavano come ali.”
• Hai condiviso la tua passione letteraria con la famiglia o gli amici?
La mia famiglia mi ha sempre accompagnato, anche se all’inizio non riuscivano a comprendere appieno l’ampiezza di questa passione.
Mia madre fu la mia prima complice: mi regalò la macchina da scrivere e incoraggiò la mia veglia creativa. Nel corso degli anni ho condiviso con amici e persone care non solo i miei testi, ma anche la convinzione che scrivere è un modo di vivere intensamente, di trasformare l’esperienza in parole, e le parole in testimonianza eterna. E sì, la mia prima poesia l’ho letta ai miei amici più cari durante la ricreazione scolastica. Quello era solo l’inizio; la timida rivelazione di una voce che doveva essere espressa.
• Qualche simpatico aneddoto sui tuoi inizi?
Una che conservo con molto affetto è proprio il giorno in cui ho ricevuto la mia macchina da scrivere. Quando la mamma l’ha messa sulla mia scrivania sono rimasta a guardarla con stupore: era un tesoro sacro per me. Ma non era, certo, un giocattolo, ma una macchina professionale: pesante, rumorosa, difficile da usare con le dita minuscole dell’adolescenza nascente, eppure per me era la chiave di un universo infinito di possibilità. Questa stessa emozione mi accompagna ancora oggi ogni volta che inizio un nuovo lavoro sul mio portatile.
• Quale scrittore o scrittrice ti ha ispirato a seguire questa strada?
Sono stati molti, in stadi diversi: Omero e i tragici greci, che mi hanno insegnato la grandezza del destino umano; Cavafis, il mio preferito, che ha aperto una porta al più intimo della coscienza; e più tardi, Wilde, Shakespeare, Poe, Brecht, Gibran… Ognuno ha lasciato un segno, una scintilla di ispirazione dentro di me. Ma se devo scegliere, direi che la vita stessa, con i suoi misteri, luci e ombre, è sempre stata la mia più grande ispirazione, insieme alla Musa stessa.
• Dei tuoi 21 libri, se dovessi rimanere con un solo genere, quale sarebbe?
La poesia, senza dubbio. Anche se ho esplorato romanzi, racconti, saggi, racconti per bambini, misteri, persino polizieschi, la poesia è il genere che mi libera di più. È la mia amica fedele, quella che mi sostiene nelle notti insonni, quella che mi permette di unire il mondo esterno con il mio universo interiore. È la chiamata della Musa che mi fa rivivere, e io la seguo nei regni della passione e dell’ispirazione divina.
• Se potessi dipingere una delle tue poesie, quali colori e forme useresti?
Ho già una poesia intitolata “Celeste”. Così, senza dubbio, lo dipingerei con infiniti azzurri del mare e del cielo e dorati luminosi, con la trasparenza di un mare greco e il calore dell’aurora. Forme fluide e libere che evocano sia la dolcezza del vento che la forza delle onde. Le mie poesie sono esattamente questo: le scintille dell’acqua, la freschezza, la calma del crepuscolo e la passione della luce e il fuoco che si trovano sulla stessa tela. Come il sole e la luna che si avvolgono l’un l’altro in perfetta armonia. Anche la mia natura gemella è così. In colore e in versi, sono tanto serenità quanto fiamma.
• Come vedi il futuro della poesia in un mondo così digitale?
Credo che la poesia rimarrà sempre una passione, così come un rifugio per l’umanità. Nessuno schermo può sostituire la vibrazione intima di un verso. Nell’era digitale, infatti, la poesia si moltiplica, viaggia, si traduce, raggiunge angoli inimmaginabili, il che, in sostanza, è positivo. Tuttavia, il suo nucleo rimane lo stesso: essere lo spazio dove l’anima si riconosce e si ritrova. E il mondo digitale non ha anima; è un luogo al quale solo gli umani possono dare senso portando dentro di sé la fiamma dei loro mondi interiori. La poesia sarà sempre quella fiamma, ricordandoci ciò che non potrà mai essere codificato: l’essenza stessa dell’umano.
• Parlaci di Irene nella sua vita personale.
“Cammino la riva raccogliendo conchiglie di verità,
ogni parola, ogni frase.”
Sono una donna appassionata di conoscenza, profondamente sensibile, compassionevole, amorevole. Esigente con me stessa e anche sognatrice. Una instancabile ricercatrice di verità e bellezza, qualcuno che si diletta nella natura, nel silenzio del mare, nei momenti con i propri cari. Un’eterna ricercatrice della luce e appassionata difensore dei grandi valori dell’umanità: uguaglianza, solidarietà, fraternità, pace. La Irene personale e la Irene scrittrice sono, in realtà, una stessa cosa: entrambe vivono con intensità e con fede nel potere trasformante dell’amore, della parola e delle belle arti. Non uso maschere diverse nella vita e nell’arte: le vivo come una sola unità, quella della pura verità.
• Se ci fosse una macchina del tempo, a che momento torneresti?
Forse tornerei all’infanzia, a quei momenti di pura innocenza in cui tutto era promessa. Sarei andata lì per un po’ per ricordare alla ragazza anteriore i suoi sogni del passato, solo per dirle che nulla è impossibile. Le direi di avere più fiducia in se stessa e che la vita è un viaggio destinato a essere vissuto intensamente. Tuttavia, non rimarrei lì e non cambierei nulla. Neanche un po’! Ogni passo che ho fatto, ogni strada che ho percorso, anche ogni lezione appresa con fatica, mi ha portata ad essere chi sono oggi. E a chi sono, l’abbraccio con gratitudine. Sono grata perché ho raggiunto molto più di quanto abbia mai sognato.
• Parli sei lingue – quale ti ispira di più per scrivere poesie?
Più spesso nella mia lingua madre, il greco, perché è la radice del mio pensiero. Mi sembra naturale essere discendente di Omero. Tuttavia, ogni lingua offre una sfumatura diversa, la sua propria melodia. In inglese trovo struttura, in francese musicalità, in spagnolo passione, in tedesco profondità filosofica, come nella mia lingua. Ognuno è una finestra, e a volte è la poesia stessa che decide in quale lingua vuole nascere.
• Quale lingua ti sembra più poetica?
Ogni lingua ha la sua musica interna, ma il greco, con la sua eredità millenaria, risuona in un modo unico in me. Anche così, lo spagnolo mi sembra intensamente poetico, pieno di forza e tenerezza, soprattutto di passione. Per quanto riguarda i miei testi, alcuni sono stati tradotti in più di venti lingue, prova che la poesia non conosce frontiere.
• Cosa ha significato per te il Canto Planetario?
“Quando molte voci intonano una sola canzone,
la terra stessa diventa una poesia.”
Era un’antologia, ma in sostanza un inno alla fraternità universale. Far parte di un’opera con 268 voci provenienti da 110 paesi e 77 lingue è stata un’esperienza profondamente umana. Ho sentito che la letteratura è davvero un ponte che unisce le anime al di là delle differenze, un canto collettivo per la pace e la speranza.
• Parlaci dei tuoi progetti futuri.
Lavoro in molti progetti e settori diversi. Ne citerò solo alcuni: un’antologia internazionale intitolata Vox Orbis di Writers International Edition come Editore Capo, sotto la guida del suo illustre Presidente, il Prof. Preeth Nambiar, dedicata alla luce, all’amore e alla pace. Come direttrice e CEO della International Language, Translation and IT Academy, sto lavorando a nuovi libri per facilitare l’insegnamento dell’inglese come lingua straniera, come manuali di grammatica (co-scritti con il Prof. Preeth Nambiar), un libro su come scrivere buoni saggi, un manuale per adulti, tra gli altri. Sono anche conferenziere in diverse istituzioni, offrendo discorsi e seminari in diversi campi. Scrivo anche una serie di libri su self-coaching, empowerment delle donne, bullismo scolastico, tra gli altri. Co-organizzo e coordino conferenze internazionali e progetti culturali che riuniscono intellettuali, scrittori e artisti di tutto il mondo in qualità di Segretario Generale della Writers Capital International Foundation e Vice Presidente dei Panorama Festivals, nonché vicepresidente del Global Vision Summit sotto la visione del Presidente Prof. Preeth Nambiar. In breve, il mio obiettivo rimane lo stesso: costruire ponti e lasciare un’eredità di amore, luce e versi dedicati all’umanità.
• Dove ti vedi tra dieci anni?
“Tra dieci anni sarò la stessa fiamma
solo più luminoso, solo più ampio nel suo abbraccio.”
¡È un’ottima domanda! Mi immagino ancora a leggere e scrivere con la stessa passione, circondata da libri, studenti e creatori di tutte le latitudini. Spero sinceramente che il Signore mi abbia concesso di fondare la mia università aperta, forse l’unico sogno che non si è ancora realizzato, e di poter offrire istruzione ai più bisognosi. Mi vedo anche viaggiare, seminando amore e speranza. E soprattutto, mi vedo rimanere fedele a ciò che sono sempre stata: una donna che crede che con la parola e l’amore possiamo cambiare il mondo. Dieci anni dopo non vedo le rughe dell’età; vedo più maturità e linee di poesia, incise più profondamente nella mia anima.
È stato un vero piacere parlare con Irene Doura Kavadia. La sua vicinanza, la sua simpatia e la passione con cui parla della letteratura fanno che ogni risposta sia una lezione e, allo stesso tempo, una carezza all’anima. La ringrazio profondamente per il tempo che ha condiviso con me e con tutti i lettori, e le auguro di continuare ad illuminare il mondo con i suoi versi, i suoi progetti e il suo instancabile lavoro culturale.
(Qui vi lascio il link di un’intervista fatta qualche tempo fa dallo scrittore, gestore culturale e compilatore di Canto Planetario Carlos Javier Jarquín: https://youtu.be/8sHpYf0BHn0?feature=shared )
Maria Beatriz Muñoz Ruiz
Por María Beatriz Muñoz Ruiz
Hoy tengo el honor de entrevistar a una gran mujer: Irene Doura Kavadia. Su sonrisa, su cercanía y su simpatía hacen que, además de ser una escritora con una amplia trayectoria, resulte una persona con la que es fácil conversar y aprender. Desde muy joven comenzó a escribir, y a lo largo de los años ha publicado 21 libros en distintos géneros, aunque es en la poesía donde encuentra su verdadera voz.
En esta charla nos comparte sus recuerdos de infancia, las influencias que marcaron su camino, su visión sobre la poesía en el mundo actual y los proyectos que la motivan en el presente.
• Desde pequeña sabías que querías ser escritora. ¿Recuerdas tu primer escrito?
Sí, desde que era apenas una niña sentí la llamada de la escritura como un destino inevitable. Recuerdo con especial cariño mis primeros relatos de misterio, sobre un grupo de escolares y su perro que buscaban la solución a enigmas en castillos abandonados o en su propio vecindario, inspirados en los libros de aventuras juveniles que tanto me gustaba leer. Tenía solo ocho años cuando me atreví a trazar aquellas primeras aventuras en el papel, trabajando los personajes y coloreando sus rostros con los ojos de mi alma. A los doce, pedí a mi madre una máquina de escribir —no había ordenadores entonces— y ella, con aquel gesto de amor, me dio la herramienta que selló mi decisión de convertirme en escritora. El “clic-clac” de las teclas se convirtió en la música de mis primeros sueños literarios. Escribir para mí no fue nunca un pasatiempo; fue el primer susurro de una vocación, la primera chispa de un fuego eterno.
“Escribía antes de conocer el peso de las palabras — y aún así me llevaban como alas.”
• ¿Compartiste tu pasión literaria con tu familia o tus amigos?
Mi familia siempre me acompañó, aunque al principio no pudieran comprender del todo la magnitud de esta pasión. Mi madre fue mi primera cómplice: ella me regaló mi máquina de escribir y alentó mi vigilia creativa. Con el paso de los años he compartido con amigos y seres queridos no solo mis textos, sino también la convicción de que escribir es una forma de vivir intensamente, de transformar la experiencia en palabras, y las palabras en testimonio eterno. Y sí, mi primer poema lo leí a mis amigos más cercanos en el recreo del colegio. Aquello fue apenas el comienzo; la tímida revelación de una voz que tenía que ser expresada.
• ¿Alguna anécdota entrañable de tus comienzos?
Una que guardo con mucho cariño es precisamente el día en que recibí mi máquina de escribir. Cuando mamá la colocó sobre mi escritorio me quedé mirándola con asombro: era un tesoro sagrado para mí. Pero no era, claro está, un juguete, sino una máquina profesional: pesada, ruidosa, difícil de usar con los dedos diminutos de la adolescencia naciente, y sin embargo para mí era la llave de un universo infinito de posibilidades. Esa misma emoción me acompaña todavía cada vez que empiezo una nueva obra en mi portátil hoy.
• ¿Qué escritor o escritora te inspiró a seguir este camino?
Fueron muchos, en distintas etapas: Homero y los trágicos griegos, que me enseñaron la grandeza del destino humano; Cavafis, mi favorito, que abrió una puerta a lo más íntimo de la conciencia; y más tarde, Wilde, Shakespeare, Poe, Brecht, Gibran… Cada uno dejó una huella, una chispa de inspiración dentro de mí. Pero si debo elegir, diría que la vida misma, con sus misterios, luces y sombras, ha sido siempre mi mayor inspiración, junto con la propia Musa.
• De tus 21 libros, si tuvieras que quedarte con un solo género, ¿cuál sería?
La poesía, sin duda. Aunque he explorado novelas, cuentos, ensayos, relatos infantiles, misterio, incluso lo policial, la poesía es el género que más me libera. Es mi amiga leal, la que me sostiene en las noches de insomnio, la que me permite unir el mundo exterior con mi universo interior. Es el llamado de la Musa que me revive, y yo la sigo en los reinos de la pasión y la inspiración divina.
• Si pudieras pintar uno de tus poemas, ¿qué colores y formas usarías?
Ya tengo un poema titulado “Celeste”. Así que, sin duda, lo pintaría con infinitos azules del mar y del cielo y dorados luminosos, con la transparencia de un mar griego y la calidez de la aurora. Formas fluidas y libres que evoquen tanto la suavidad del viento como la fuerza de las olas. Mis poemas son exactamente eso: las chispas del agua, la frescura, la calma del crepúsculo y la pasión de la luz y el fuego encontrándose en el mismo lienzo. Como el sol y la luna envolviéndose uno al otro en perfecta armonía. Mi naturaleza gemela es así también. En color y en verso, soy tanto serenidad como llama.
• ¿Cómo ves el futuro de la poesía en un mundo tan digital?
Creo que la poesía siempre seguirá siendo una pasión, así como un refugio para la humanidad. Ninguna pantalla puede reemplazar la vibración íntima de un verso. En la era digital, en efecto, la poesía se multiplica, viaja, se traduce, llega a rincones inimaginables, lo cual, en esencia, es positivo. Sin embargo, su núcleo permanece igual: ser el espacio donde el alma se reconoce y se reencuentra. Y el mundo digital no tiene alma; es un lugar al que solo los humanos pueden darle sentido al llevar dentro de él la llama de sus mundos interiores. La poesía será siempre esa llama, recordándonos lo que nunca podrá ser codificado: la esencia misma de lo humano.
• Háblanos de Irene en su vida personal.
“Camino la orilla recogiendo caracolas de verdad,
cada una una palabra, cada una una oración.”
Soy una mujer apasionada por el conocimiento, profundamente sensible, compasiva, amorosa. Exigente conmigo misma y también soñadora. Una incansable buscadora de verdad y belleza, alguien que se deleita en la naturaleza, en el silencio del mar, en los momentos con los seres queridos. Una eterna buscadora de la luz y apasionada defensora de los grandes valores de la humanidad: igualdad, solidaridad, fraternidad, paz. La Irene personal y la Irene escritora son, en realidad, una misma: ambas viven con intensidad y con fe en el poder transformador del amor, de la palabra y de las bellas artes. No uso diferentes máscaras en la vida y en el arte: los vivo como una sola unidad, la de la pura verdad.
• Si existiera una máquina del tiempo, ¿a qué momento volverías?
Quizás volvería a la infancia, a esos momentos de pura inocencia en los que todo era promesa. Iría allí un rato para recordarle a la niña interior sus sueños del pasado, solo para decirle que nada es imposible. Le diría que confiara más en sí misma y que la vida es un viaje destinado a vivirse intensamente. Sin embargo, no me quedaría allí ni cambiaría nada. ¡Ni lo más mínimo! Cada paso que di, cada camino que recorrí, incluso cada lección aprendida con dificultad, me ha llevado a ser quien soy hoy. Y a quien soy, la abrazo con gratitud. Estoy agradecida, porque he logrado mucho más de lo que jamás soñé.
• Hablas seis idiomas — ¿en cuál te inspiras más para escribir poesía?
Con mayor frecuencia en mi lengua materna, el griego, porque es la raíz de mi pensamiento. Me resulta natural siendo descendiente de Homero. Sin embargo, cada idioma ofrece un matiz distinto, su propia melodía. En inglés hallo estructura, en francés musicalidad, en español pasión, en alemán profundidad filosófica, como en mi propia lengua. Cada uno es una ventana —y a veces es el propio poema el que decide en qué idioma desea nacer.
• ¿Qué idioma te parece más poético?
Cada idioma tiene su música interna, pero el griego, con su herencia milenaria, resuena de un modo único en mí. Aun así, el español me resulta intensamente poético también, lleno de fuerza y ternura, sobre todo de pasión. En cuanto a mis textos, algunos han sido traducidos a más de veinte idiomas, prueba de que la poesía no conoce fronteras.
• ¿Qué significó para ti Canto Planetario?
“Cuando muchas voces tejen una sola canción,
la tierra misma se convierte en un poema.”
Fue una antología, pero en esencia un himno a la fraternidad universal. Formar parte de una obra con 268 voces de 110 países y 77 lenguas fue una experiencia profundamente humana. Sentí que la literatura es realmente un puente que une las almas más allá de las diferencias, un canto colectivo por la paz y la esperanza.
Háblanos de tus proyectos futuros.
Trabajo en muchos proyectos y ámbitos distintos. Mencionaré solo algunos aquí: una antología internacional titulada Vox Orbis de Writers International Edition como Editora en Jefe, bajo el liderazgo de su ilustre Presidente, el Prof. Preeth Nambiar, dedicada a la luz, al amor y a la paz. Como Directora y CEO de la International Language, Translation and IT Academy, estoy trabajando en nuevos libros para facilitar la enseñanza del inglés como lengua extranjera, como manuales de gramática (co-escritos con el Prof. Preeth Nambiar), un libro sobre cómo redactar buenos ensayos, un manual para adultos, entre otros. También soy conferenciante en varias instituciones, ofreciendo discursos y seminarios en múltiples campos. Escribo además una serie de libros sobre self-coaching, empoderamiento de la mujer, acoso escolar, entre otros. Co-organizo y coordino conferencias internacionales y proyectos culturales que reúnen a intelectuales, escritores y artistas de todo el mundo en mi calidad de Secretaria General de la Writers Capital International Foundation y Vicepresidenta de los Festivales Panorama, así como Vicepresidenta del Global Vision Summit bajo la visión del Presidente Prof. Preeth Nambiar. En resumen, mi objetivo sigue siendo el mismo: construir puentes y dejar un legado de amor, luz y versos dedicados a la humanidad.
• ¿Dónde te ves dentro de diez años?
“Dentro de diez años seré la misma llama —
solo más brillante, solo más amplia en su abrazo.”
¡Esa es una muy buena pregunta! Me imagino todavía leyendo y escribiendo con la misma pasión, rodeada de libros, estudiantes y creadores de todas las latitudes. Espero sinceramente que el Señor me haya concedido fundar mi propia Universidad abierta, quizá el único sueño que aún no se ha materializado, y poder ofrecer educación a los más necesitados. También me veo viajando, sembrando amor y esperanza. Y por encima de todo, me veo permaneciendo fiel a lo que siempre he sido: una mujer que cree que con la palabra y el amor podemos cambiar el mundo. Diez años más adelante no veo arrugas de edad; veo más madurez y líneas de poesía, grabadas más profundamente en mi alma.
Ha sido un verdadero placer conversar con Irene Doura Kavadia. Su cercanía, su simpatía y la pasión con la que habla de la literatura hacen que cada respuesta sea una lección y, al mismo tiempo, una caricia al alma. Le agradezco profundamente el tiempo que ha compartido conmigo y con todos los lectores, y le deseo que continúe iluminando el mundo con sus versos, sus proyectos y su incansable labor cultural.
(Aquí les dejo el enlace de una entrevista que realizó hace un tiempo el escritor, gestor cultural y compilador de Canto Planetario Carlos Javier Jarquín: https://youtu.be/8sHpYf0BHn0?feature=shared )
María Beatriz Muñoz Ruiz
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