Fotomontaggio con il dottor Dr. Baher Batti, Psichiatra – Portland, Oregon, USA, la copertina del romanzo “Un Cluster di Schizofrenia” e con lo scrittore: Karim Abdullah – Iraq
Il Cluster è ancora appeso
Lettura del romanzo “Un Cluster di Schizofrenia” – dello scrittore: Karim Abdullah – Iraq
Scritto da: Dr. Baher Batti, Psichiatra – Portland, Oregon, USA.
“L’universo è un enorme orologio; dove inizia finisce, e dove finisce inizia, senza interruzione… Chi ha messo in moto questo orologio?”
Con questa domanda Karim Abdullah apre il suo romanzo “A Cluster of Schizophrenia”, per dare inizio a un’epopea modernista kalkamish. Dico “Gilgamesh” perché è un romanzo che racchiude in sé i conflitti e gli interrogativi di Gilgamesh: da Ishtar, le cui immagini pervadono il romanzo nella sua crisi con la mela, al conflitto con il malvagio Humbaba, poi Enkidu che muore e l’affronto con la realtà della morte, e il ruolo del serpente nella tragedia dell’umanità con l’immortalità.
Sebbene Gilgamesh abbia finalmente trovato una definizione del significato della vita, Karim Abdullah insiste nel provocare il lettore con un linguaggio dolce, stuzzicandolo e lasciandolo in uno stato di confusione fino all’ultima riga.
I temi del romanzo confermano che si tratta di un vero e proprio “cluster”, intessuto di un linguaggio letterario creativo, sapientemente intrecciato tra le transizioni di vocabolario e immagini narrative, e tra livelli di profondità intellettuale. La creatività letteraria di Karim Abdallah trasmette l’immagine – o meglio, mi riferisco alle immagini a grappolo – attraverso una narrazione espressiva e poetica, muovendo il lettore tra sentimenti di stupore, disgusto, provocazione e un interrogativo che capovolge le costanti nella mente dell'”io” e del “noi”.
Documentare la realtà psicologica, sociale e politica
Il romanzo ha diversi livelli. Inizierò con il livello di documentazione, che si compone di tre assi:
Storia dell’assistenza sanitaria mentale in Iraq
La realtà psicosociale dell’individuo e della società irachena
La realtà politica della fase attuale della storia dell’Iraq
A un livello più profondo, emerge la domanda filosofica esistenziale: Chi sono io? Chi siamo noi? Da dove vengo io? Che cosa è l’umanità? L’eterna domanda: che cos’è la vita? Cos’è la morte?
Crisi ( psicopatica) di malattia mentale
Alle pagine (8-9) leggiamo:
“Tutti concordano sul fatto che questo posto appaia bello dall’esterno… ma se si entra in profondità, si scopre la scomparsa della vita, l’estinzione della felicità, i sogni abortiti e si sperimentano in prima persona gli effetti dell’oppressione, della persecuzione e della tirannia.”
Questa è la realtà delle persone malate mentali, siano esse “smarrite” o “stabili”. Una realtà rappresentata da “corridoi bloccati con i lucchetti della paura, dietro le cui porte incrinate si moltiplica la tristezza cronica… La loro risata è un lungo, cronico pianto. Il futuro è come il passato sorride beffardo alle colline della delusione…”
Cosa significa essere schizofrenici, sedere spensieratamente senza gioia e sprofondare in questa oscurità?
Pesante è il dolore che ti sta accanto, accompagnandoti verso l’ultima dimora, dove i tuoi piccoli sogni portano remi nudi, la cui memoria non ha data.
Tra le pagine (76-84) troviamo esempi della sofferenza dei pazienti all’interno di un ospedale psichiatrico. I pazienti sono abbandonati in preda di un sistema arretrato; un paziente ne uccide un altro, un paziente lesbico soffre, dialoghi interiori e conflitti con se stessi, e una società che non conosce niente di misericordia se non solo di nome.
Ma nonostante la crudeltà, il dialogo tra speranza e disperazione continua. Uno dei pazienti racconta:
“Viviamo qui… questo è il nostro destino… quelli fuori dalle mura potrebbero pensare che siamo pazzi e inaffidabili, ma ora condividiamo tutti lo stesso posto.”
A pagina (84), uno dei pazienti – intellettuale, ingegnere agricolo qualificato – suggerisce un progetto di sviluppo attraverso il “sistema serra”.
Ma come al solito, lo scrittore ci lascia con un interrogativo: questo progetto verrà realizzato?
Gli iracheni accoglieranno il concetto collettivo di ottenere la giustizia e una vita dignitosa? (p. 104: “Le grandi opere cominciano con…”)
Ishtar e il conflitto esistenziale
Il romanzo documenta i conflitti psicosociali della società e Ishtar diventa la sonda delle sue profondità.
Durante uno dei suoi viaggi, assume il ruolo di un “ministro curdo” e si immerge nella ricerca di piaceri proibiti. A causa del conflitto tra desiderio e peccato, cade prigioniera della follia.
Una società che ancora condanna le donne accusandole di prostituzione e che non è in grado di comprendere l’omosessualità come un disturbo psicologico, ma piuttosto condanna senza comprensione e misericordia chi la commette, uomo o donna che sia.
A pagina 121, Nihad parla tra sé e sé:
“Io sono il maledetto, il malvagio, odiato da tutti… Nessuno mi perdona per la mia malvagità incontrollabile… Sto cercando di vendicarmi… Tutti hanno contribuito alla mia caduta verso il basso.”
Quante persone “razionali” tra noi hanno il coraggio di questa persona “pazza” di rivelare i propri sentimenti più intimi, per non cadere in comportamenti vendicativi?!
Il corpo politico logoro
Il cluster deve contenere frammenti della realtà politica dell’Iraq.
La struttura dell’Iraq, violata dall’occupazione americana, dalla corruzione settaria e dall’estremismo religioso, trasforma alcuni nell’incredulità e a non credere più in Dio, ma in coloro che commerciano nel Suo nome.
A pagina 151, i pazienti cadono vittime degli scontri tra la base americana e le milizie e i corridoi vanno a fuoco.
A pagina 117, Karim Abdullah chiede senza ambiguità:
“Chi è responsabile dell’uccisione di persone competenti? Si tratta di furti? O qualificatori politici? O cospirazioni per liquidare il Paese?”
A pagina 116, i media denunciano:
“La nostra sofferenza è diventata un bersaglio facile per i giornalisti corrispondenti delle TV satellitari, ognuno dei quali la mastica in base alla propria affiliazione politica, per fare il lavaggio del cervello alle mandrie.”
A pagina 125, un dialogo interno monitora le cause dei massacri:
“Mancanza di giustizia… L’uomo è diventato schiavo delle sue convinzioni e dei suoi capricci… Non abbiamo spazio in cui esercitare la nostra libertà… Abbiamo bisogno dell’autorità della legge, non dell’esercito o della superstizione.”
Schizofrenia grave: da ” Sto pensando” a “Sono pazzo”
A pagina 93, il pazzo chiede:
“Chi sono io? Chi siamo noi? Chi sono loro? Resteremo noi… siamo testimoni della fragilità della realtà… Eravamo destinati ad essere noi.”
Il mondo non fa distinzione tra l’ “io” e il “noi”. Piuttosto, classifica tutti secondo la logica del “noi”, del gregge.
Alle pp. 154-155, la contemplazione raggiunge il suo culmine:
“Qual è la verità della nostra esistenza? Che senso ha aderire alla moralità quando le ricompense sono uguali? Deve esistere un altro mondo in cui si realizza la giustizia… Ma chi può garantire la nostra l’esistenza?”
Lo scrittore descrive le contraddizioni umane dicendo:
“Mi rendo conto di quanto sia grande questa sofferenza… Vorrei non potermene mai liberare… Che tipo di amore per il dolore è questo?” (pag. 160-161)
In un impeto di follia, dice:
“Il corpo litiga con la coscienza… Nessuno ha potere sull’altro… Forse ciò che fa il corpo è una certa libertà, e ciò che il pensiero fa la mente è la libertà con la fede più debole.”
Finale infinito
Il romanzo non si conclude, ma rimane sospeso fino all’ultima riga.
A pagina 164, un’ultima domanda esistenziale:
“La nostra esistenza è reale? Siamo qualcosa o niente?”
Poi:
“Dobbiamo essere fedeli alla vita per poter sopportare la morte… Dobbiamo amare la morte per poter vivere la vita!”
Infine:
“La vita resterà sempre il bene supremo… Senza la morte, non sarebbe così meravigliosa e rara…”
E nelle ultime righe:
La sua mano cadde dal petto, libera, penzolante nel vuoto, mentre l’altra saldamente stringeva ancora il bracciolo della sedia.
Una scena di chiusura che tiene noi lettori in sospeso come un “grappolo”… Siamo ancora in bilico, senza fine.
Dott. Baher Batti
Lettura in italiano di Elisa Mascia
ولا يزال العنقود يتدلى
قراءة في رواية “عنقود من الشيزوفرينيا” – للكاتب: كريم عبد الله – العراق
بقلم: د. باهر بطي، اختصاصي في الأمراض النفسية – بورتلاند، أوريغون، الولايات المتحدة .
“الكون ساعة هائلة؛ من حيث تبدأ تنتهي، ومن حيث تنتهي تبدأ، بلا انقطاع… من حرّك هذه الساعة؟”
بهذا التساؤل يفتتح كريم عبد الله روايته “عنقود من الشيزوفرينيا”، لنبدأ معه ملحمة كلكامشية حداثوية. أقول “كلكامشية” لأنها رواية تضم بين طياتها صراعات وتساؤلات كلكامش: من عشتار، التي تجتاح صورُها الرواية في أزمتها مع التفاحة، إلى الصراع مع الشرير خمبابا، ثم انكيدو الذي مات، ومواجهة حقيقة الموت، ودور الحية في مأساة البشرية مع الخلود.
وإن كان كلكامش قد وجد في النهاية تعريفًا لمعنى الحياة، فإن كريم عبد الله يصرّ على استفزاز القارئ بلغة تسيل عذوبة، بينما يشاكسه ويتركه في حيرة حتى آخر سطر.
محاور الرواية تؤكّد أنها “عنقود” حقيقي، منسوج بلغة أدبية مبدعة، محبوكة بعناية بين انتقالات المفردات والصور السردية، وبين مستويات العمق الفكري. الإبداع الأدبي لدى كريم عبد الله ينقل الصورة — عفوًا، أقصد صورًا عنقودية — بسردٍ تعبيري وشعري، يحرّك القارئ بين مشاعر الدهشة، والاشمئزاز، والاستفزاز، ومسائلةٍ تلغي الثوابت في عقل الـ”أنا” والـ”نحن”.
توثيق الواقع النفسي والاجتماعي والسياسي
الرواية تمتلك عدة مستويات. أبدأ منها بالمستوى التوثيقي، الذي يتمثل في ثلاثة محاور:
تاريخ رعاية الصحة النفسية في العراق
الواقع النفسي-الاجتماعي للفرد والمجتمع العراقي
الواقع السياسي للمرحلة الحاضرة من تاريخ العراق
وعلى مستوى أعمق، يظهر التساؤل الفلسفي الوجودي: من أنا؟ من نحن؟ وأين أنا من نحن؟ وما هي ماهية الإنسانية؟ والسؤال الخالد: ما الحياة؟ وما الموت؟
أزمة المريض النفسي
في الصفحتين (8-9) نقرأ:
“الجميع يتفقون أن هذا المكان يبدو للناظر إليه من الخارج جميلاً… أما لو دخلت إلى أعماقه فستجد اختفاء الحياة، وانطفاء السعادة، والأحلام المُجهَضة، وتتلمس بنفسك آثار القمع والاضطهاد والتسلط.”
هذا هو واقع المريض العقلي، سواء أكان “فاقدًا” أم “مستقرًا”. واقعٌ يتمثل في “الردهات المقفلة بأقفال الخوف، يتكاثر خلف أبوابها المتصدعة حزن مزمن… ضحكاتهم بكاء طويل مزمن، المستقبل كالماضي يبتسم متهكمًا على تلال الخيبات…”
ماذا يعني أن تُصاب بالفصام، وأن تقبع بلا أفراح في عمق هذا الظلام؟
ثقيل هو الأسى الواقف إلى جانبك، يرافقك حتى المثوى الأخير، حيث تحمل أحلامك الصغيرة مجاذيف عارية، ذاكرتها بلا تواريخ.
بين الصفحات (76–84) نجد أمثلة على معاناة المرضى داخل مستشفى للأمراض النفسية. مرضى يُتركون فريسة لنظام متخلف؛ مريض يقتل آخر، مريضة مثلية الجنس تُعاني، حوارات داخلية وصراعات مع الذات، ومجتمع لا يعرف من الرحمة سوى الاسم.
لكن رغم القسوة، يبقى الحوار بين الأمل واليأس مستمرًّا. تقول إحدى المريضات:
“نحن نعيش هنا… هذا قدرنا… قد يظن من هم خارج الجدران أننا مجنونات لا يُطمأن إلينا، لكننا أصبحنا نشترك جميعًا في مكانٍ واحد.”
وفي الصفحة (84)، يقترح أحد المرضى — مثقف، مهندس زراعي — مشروعًا تنمويًا عبر “نظام البيوت المحمية”.
لكن كعادة الكاتب، يتركنا في حيرة: هل سيتحقق هذا المشروع؟
هل سيتبنى العراقي المفهوم الجماعي لتحقيق العدالة والحياة الكريمة؟ (ص 104: “الأعمال الكبيرة تبدأ من…”)
عشتار والصراع الوجودي
الرواية توثق صراعات المجتمع النفس-اجتماعية، وعشتار تصبح مسبار الغور.
في إحدى رحلاتها تتقمص شخصية “وزيرة كردية” وتغوص في بحثٍ عن لذة ممنوعة. تقع أسيرة الجنون نتيجة الصراع بين الرغبة والخطيئة.
مجتمع لا يزال يُدين المرأة باتهامات العهر، ولا يستطيع فهم الشذوذ الجنسي كاضطراب نفسي، بل يُدين صاحبه، ذكرًا أو أنثى، بلا تفهم أو رحمة.
في ص 121، تناجي “نهاد” نفسها:
“أنا الملعونة الشريرة، المكروهة من الجميع… لا أحد يغفر لي شروري الخارجة عن سيطرتي… أحاول الانتقام… الجميع ساهموا في سقوطي نحو الحضيض.”
كم من “عاقل” بيننا يملك شجاعة هذه “المجنونة” في كشف دواخله، لئلا يقع في السلوك الانتقامي؟!
الجسد السياسي المهترئ
لا بد أن يحتوي العنقود حبات من واقع العراق السياسي.
جسد العراق، المنتهَك بين الاحتلال الأمريكي، والفساد الطائفي، والتطرف الديني، يُحيل البعض إلى الكفر، لا بالله، بل بمن تاجروا باسمه.
في ص 151، يقع المرضى ضحية القتال بين القاعدة الأمريكية والميليشيات، فتحترق الردهات.
وفي ص 117، يتساءل كريم عبد الله دون مواربة:
“من المسؤول عن قتل الكفاءات؟ أهي سرقات؟ أم تصفيات سياسية؟ أم مؤامرات لتصفية البلد؟”
في ص 116، يفضح الإعلام:
“آلامنا أصبحت لقمة سائغة لمراسلي الفضائيات، كلٌ يمضغها وفقًا لانتمائه السياسي، ليغسل بها عقول القطعان.”
في ص 125، حوار داخلي يرصد أسباب المذابح:
“فقدان العدالة… الإنسان أصبح عبدًا لمعتقداته ونزواته… لا نمتلك فضاءً نمارس فيه حريتنا… نحتاج سلطة للقانون، لا للعسكر أو الخرافة.”
الشيزوفرينيا الكبرى: من “أنا أفكر” إلى “أنا مجنون”
في ص 93، المجنون يتساءل:
“من أنا؟ من نحن؟ من هم؟ سنبقى نحن… نحن الشاهدون على هشاشة الواقع… لقد قُدِّر علينا أن نكون نحن.”
العالم لا يميّز “الأنا”، بل يصنّف الجميع وفق منطق “نحن” القطيع.
وفي ص 154–155، يبلغ التأمل ذروته:
“ما هي حقيقة وجودنا؟ ما الفائدة من التمسك بالأخلاق وقد تساوى الجزاء؟ لا بد من عالمٍ آخر تتحقق فيه العدالة… لكن من يضمن لنا وجوده؟”
الكاتب يرسم تناقضات الإنسان، فيقول:
“أنا أدرك مقدار هذه المعاناة… أرغب ألا أتخلص منها… أي عشق للآلام هذا؟” (ص 160-161)
في نوبة الجنون، يقول:
“يتخاصم الجسد مع الوعي… لا سلطة لأحد على الآخر… ربما ما يفعله الجسد هو بعض من الحرية، وما يقوم به الفكر حرية بأضعف الإيمان.”
نهاية غير نهائية
الرواية لا تختم، بل تتدلى حتى آخر سطر.
في ص 164، سؤال وجودي أخير:
“هل وجودنا حقيقة؟ هل نحن شيء أم لا شيء؟”
ثم:
“علينا أن نكون أوفياء للحياة حتى نتحمل الموت… علينا أن نعشق الموت حتى نعيش الحياة!”
وأخيرًا:
“ستبقى الحياة هي الخير الأعلى… فلولا الموت، لما كانت بهذه الروعة والندرة…”
وفي آخر السطور:
“سقطت يده من على صدره، حرّة، متدلية في الفضاء، بينما الأخرى لا تزال تمسك بقوة في مسند الكرسي.”
مشهد ختامي يبقينا نحن، القرّاء، معلقين مثل “العنقود”… لا نزال نتدلى، ولا نهاية.
د. باهر بطي