Foto cortesia del prof Kareem Abdullah -Iraq
Il poeta scrittore prof Kareem Abdullah condivide una poesia che parla della più grande tragedia mai vista dall’umanità, che consideriamo simile alla tragedia della crocifissione di Gesù Cristo..
Un bagliore sul bordo della sete
((In questa poesia, la voce di Karbala è restaurata non solo come una scena storica, ma anche come un’icona umana immortale e una verità rinnovata nella coscienza dei popoli liberi. “A Glow on the Edge of Thirst” non è solo un lamento, ma piuttosto un grido poetico che pulsa di immagini e visioni, ed è ispirato dalla battaglia di Al-Taf, la sua profonda metafora per l’immortalità, il rifiuto e la dignità. ).
Il cielo geme come se una madre avesse perso il suo bambino e, sotto di esso, la terra si libera dal suo antico silenzio, e Karbala si risveglia a un’alba che urla di sangue… E non chiede scusa mai. Il sole trema sopra le lance, come se cercasse di sfuggire a un’ora dopo che ha giurato di non dare alla luce mai più altro che ombre.
Arrivano i cavalli. Spiriti scalzi, emersi dal grembo dell’avidità, galoppano attraverso le sabbie, come fossero affrettate maledizioni che corrono veloci. calpestando la chiarezza sotto gli zoccoli dell’oblio, e la loro polvere – oh, la loro polvere – non si deposita mai, come se ogni granello portasse con sé il rancore di secoli.
Il clangore del ferro. Non è un’eco, ma una profezia che fende l’aria come l’ululato dei lupi. Si infrange contro le costole delle tende, colpisce il petto delle donne e s’è incastra nella culla del neonato.
Ecco. Sulla collina di cui ha dimenticato il nome, Al-Hussein stava come una luna che respinge l’eclissi. Le sue gambe scrivono la fine nella sabbia, e il suo petto recita versi di purificazione su lance. Spade esauste dall’odio, lance affamate, occhi senza volto, volti senza caratteristiche, tutto sembra essere stato creato solo per commettere tradimento.
Acqua. Stava fuggendo dalla sete, nascondendosi negli occhi spalancati come un desiderio imperdonabile. Il bambino piange, e il petto è un sentiero verso il cielo, screpolato da una ferita che sconvolge e trasforma la testa del tempo. Il gemito della prigionia, la voce di (Zainab) che raccoglie i frammenti dell’alba, l’eco della carovana e colonne di fumo che si alzano dai cuori.
Hussein, non un corpo, ma un grido. Tu colpisci il tempo nel lato, e pianti un paletto di luce nel cuore dell’umanità.
Eccola qui, Karbala, che ancora geme mentre i venti la attraversano. Ogni roccia in esso conserva un nome e ogni palma inarca il suo tronco a Hussein.
La battaglia non è morta; piuttosto, si è trasformata in uno specchio attraverso il quale ogni generazione contempla il proprio volto, nudo della verità. Karbala non è un passato; è un’ora che non è ancora finita. Ogni clangore che udiamo ora è l’ombra di quelle spade, e ogni respiro nel petto degli oppressi porta con sé un sussurro del grido: “C’è qualcuno che può aiutare?”
Alla fine della poesia, la porta non è mai chiusa e la tavoletta non è mai ripiegata, perché il sangue fa crescere ancora rose sul palmo della sabbia, e Hussein la custodisce, stando lì, indifeso da tutto, tranne che da Dio e dall’orgoglio.
Kareem Abdullah -Iraq
Lettura poetica in italiano di Elisa Mascia
وهجٌ على حافة الظمأ
(( في هذه القصيدة، يُستعاد صوت كربلاء لا بوصفه مشهدًا تاريخيًّا فحسب، بل كأيقونةٍ إنسانية خالدة، وحقيقةٍ تتجدد في وجدان الشعوب الحرة. “وهجٌ على حافة الظمأ” ليست مجرد رثاء، بل صرخة شعرية تنبض بالصُور والرؤى، وتستلهم من معركة الطف مجازها العميق عن الخلود والرفض والكرامة )).
تئنُّ السماءُ كأنها أُمٌّ فَقَدت وليدها، وتحتها، تنفلتُ الأرضُ من صمتِها القديم، وتنشقُّ كربلاءُ عن فجرٍ يصرخ بالدم… ولا يعتذر. ترتعشُ الشمسُ فوق الرماح، كأنها تُحاول الفرار من ساعةٍ أقسمت أن لا تلد بعدها غير الظلال.
تجيء الخيولُ . حفاةَ الأرواح، من بطونِ الجشع، تعدو في الرمال كأنها لعناتٌ مُسرعة، تدوسُ الوضوح بأظلافِ الضياع، والغبارُ . غبارُهم لا يستقرّ، كأنّ كل ذرةٍ فيه تحمل حقد قرون.
صليلُ الحديد . ليس صدى، بل نبوءة تشقّ الهواء كعواء الذئاب، يتكسرُ في ضلعِ الخيام، يطرقُ صدورَ النسوة وينغرز في مهد الرضيع.
هناك. على التلّ الذي نسيَ اسمه، وقف (الحسين)، كقمرٍ رفضَ الكسوف. ساقاه تكتبان النهاية في الرمل، وصدره يتلو على الرماح آيات الطهر. سيوفٌ أضناها الحقدُ، رماحٌ جائعة، عيونٌ بلا وجوه، وجوهٌ بلا ملامح، كلُّ شيءٍ يبدو كأنه خُلقَ فقط ليرتكب الخيانة.
الماء. كان يهربُ من الظمأ، ويختبئ في العيون الواسعة كحنينٍ لا يُغتفر. الطفل يبكي، والصدرُ دربٌ إلى السماء، يتشقّقُ بجرحٍ يُدير رأس الوقت. أنينُ السبي، صوتُ (زينبَ) وهي تجمع أشلاء الفجر، صدى الركب. وأعمدة الدخان المتصاعدة من القلوب.
الحسين، ليس جسدًا، بل صرخة. تضرب الزمان في خاصرته، وتغرسُ في قلب البشرية وتدًا من نور.
ها هي الطف، لا تزال تئنُّ حين تعبرها الرياح، كل صخرةٍ فيها تحفظُ اسمًا، وكل نخلةٍ فيها تحني جذعها للحسين.
لم تمتِ المعركة، بل استحالت مرآةً يُطلُّ فيها كلُّ جيلٍ على وجهه العاري من الحق. كربلاء، ليست ماضٍ، بل ساعةٌ لم تنتهِ، وكلُّ صليلٍ نسمعه الآن، هو ظلُّ تلك السيوف، وكلُّ شهقةٍ في صدرِ مظلوم تحمل بعضًا من نداء “هل من ناصر؟”
وفي آخر القصيدة، لا يُغلق الباب، ولا يُطوى اللوح، فالدمُ. لا يزال ينبتُ وردًا فوق كفّ الرمل، ويحرسهُ الحسين، واقفًا هناك، أعزل من كل شيء، إلا من الله، ومن الكبرياء.
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