Foto cortesia Juan Carlos Mon e Marx Bauzà – Argentina
Juan Carlos Mon
Narrazione
La risata tra il cielo e la gioia profana: “San Palito” e la narrazione pungente di Juan Carlos Mon
Da Marx Bauzá
27 aprile 2025
Credo di non sbagliarmi nel dire che gran parte della migliore letteratura argentina attuale si regge su una spina dorsale fatta di umorismo pungente, costellato di satira, ironia e certa lucida disperazione.
In questa linea si iscrive la narrazione del yerbabuenense Juan Carlos Mon, che, oltre a scrittore, ha diretto per quasi un decennio la rivista di umorismo parodico ‘El Ghetto’, un progetto che è diventato uno stabilimento di provocazione e resistenza culturale nel nord argentino.
L’umorismo acido e la critica sociale non sono semplici strumenti dell’ingegno: sono piaceri riservati ai palati squisiti. Non tutti trovano la gioia intellettuale nella risata. Eppure, è proprio da quel luogo -la risata come disarmo, come filo che taglia in silenzio- che molti scrittori contemporanei scendono alla cultura classica dai loro piedistalli per dialogare con il fango, con la strada, con le intemperie della realtà.
Nella sua celebre poesia “Che cos’è l’arte?”, Federico Manuel Peralta Ramos afferma: L’arte è far ridere e pensare la gente. Questa massima funziona quasi come un manifesto per l’opera di Mon, che scolpisce i suoi testi con precisione chirurgica, lasciando sempre uno spazio per la risata scomoda, per la riflessione successiva, per il disagio produttivo.
San Palito, il suo primo libro che è pubblicato per la sua terza edizione, potrebbe essere letto come una processione eretica attraverso gli interstizi del dogma, una biografia apocrifa dell’assurdo mistico argentino. Non sarebbe sbagliato situare questo corpo letterario vicino al Negro Fontanarrosa, soprattutto per la sua prosa intelligente, perspicace e quel talento innato per estrarre bellezza e verità dal grottesco.
Il racconto che dà titolo al libro funge da lettera di presentazione di un immaginario tanto sconcertante quanto accuratamente elaborato: San Palito, un santo fittizio anche se inquietantemente verosimile, emerge come il patrono della libido e della fertilità.
In un Paese con devozioni popolari per tutti i gusti, da Gilda al Gauchito Gil, Juan Carlos Mon viene ad ampliare il Pantheon con una figura che unisce misticismo, umorismo irriverente ed erotismo di alta gamma. San Palito esaudisce le preghiere di coloro che non riescono a generare discendenza, di coloro che soffrono corpi che si rifiutano al godimento o soffrono la sonnolenza seminale.
È un santo dionisiaco, festivo, lubrico, che non promette castità né redenzione, ma orgasmi condivisi, spermatozoi ringiovaniti e trii di natura trascendentale.
La linea che separa la fantasia dalla realtà in questo racconto, e in tutto il libro, è volutamente vaga. Come se il reale fosse solo un limite estetico che conviene sfumare per far emergere, con più nitidezza, l’assurdità profonda della nostra epoca. Juan Carlos Mon non teme profanare. Ma lo fa con una fede pagana nella letteratura come festa, come rottura, come gioioso rituale di lettura.
La ricchezza dell’antologia non si esaurisce a San Palito. Ogni racconto svela una scena diversa dell’assurdo nazionale e internazionale, ma tutti condividono lo stesso polso: un umorismo che disarma, che scuote le strutture e che, come una risata maleducata in messa, infastidisce con piacere.
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Tapa San Palito
“Divino lampeggiante” è un altro dei racconti emblematici. In esso, i protagonisti sono niente di meno che dei venuti a mancare, alienati dalla droga, dall’alcol e dal tedio dell’eternità. Si ubriacano, discutono, si contraddicono, impazziscono. È una specie di Banchetto platonico trasandato, in cui le divinità non dettano più il destino degli uomini ma si abbandonano alle proprie decadenze, in un Olimpo trasformato in un piccolo burattino di quarta dove gli eccessi sono un personaggio di più.
In “Blanca”, l’infanzia viene colpita direttamente. Una nonna racconta a suo nipote insonno una versione contorta di Biancaneve, in cui la protagonista guida un cartello narco e i sette nani sono soldati del narcomenudeo.
Il racconto, al di là dell’occhiolino scandaloso, opera come una feroce critica ai racconti edulcorati con cui si pretende indottrinare l’immaginazione infantile e, a proposito, al modo in cui i media naturalizzano la violenza sociale.
“Monumento” porta la follia a livelli scatologici. Un turista giapponese, dopo essersi dedicato con entusiasmo ai sapori della cucina regionale nordica, subisce un episodio gastrico di tale portata da subire una trasformazione totale: rimane pietrificato, diventato statua. L’immagine è tanto ridicola quanto poetica, e funziona come allegoria di un certo turismo che viene a consumare esotismi senza digerirli -né letteralmente né simbolicamente.
Infine, non voglio mancare di menzionare “La rivoluzione bassa dei cieli”, che porta al libro una critica acida, quasi sacrilega, del cattolicesimo e dell’intero apparato vaticano. Dedicato a papa Francesco, questo racconto è una satira carica di sarcasmo e lucidità politica. In essa, la fede non è redenzione, ma una macchina di potere che scende dal cielo più per controllare che per liberare.
In tempi in cui il discorso pubblico sembra oscillare tra la solennità impostata e la banalità virale, l’umorismo-quando è intelligente, pungente, destabilizzante- diventa uno strumento profondamente politico. Non politica in senso partitico, ma come forma di interpellazione, come modo di segnalare gli assurdi di un’epoca senza cadere nella denuncia pamphlet.
È lì che il lavoro di Juan Carlos Mon acquista tutta la sua spessore: scrive per farci ridere, sì, ma anche per farci pensare perché ridiamo. Quali strutture mentali si spezzano quando San Paletto ci benedice da un altare lubrificato o quando Biancaneve distribuisce merce con i suoi seguaci nani.
La letteratura di Mon mette a disagio i pensatori e dà piacere a coloro che sono stanchi della correzione come regola estetica. La sua è una scrittura eretica, che fa dell’umorismo un modo di dire quello che non si può dire, una porta posteriore a verità scomode. In contesti dove si cerca di normalizzare il desiderio, controllare i corpi o esaltare la tradizione senza metterla in discussione, questi racconti irrompono come una risata nel mezzo della preghiera: scomoda, fuori posto, ma liberatoria.
In definitiva, San Palito non è solo una raccolta di racconti. È un invito a guardare il mondo con meno paura e più risate. Celebrare l’immaginazione come spazio di libertà. E a ricordare che, come diceva Peralta Ramos, l’arte -quando è vera- ci fa sempre ridere e pensare allo stesso tempo.
Marx Bauzá Juan Carlos Mon San Palito
Juan Carlos Mon
Fractura
NARRATIVA
La risa entre el cielo y el goce profano: “San Palito” y la narrativa punzante de Juan Carlos Mon
Por Marx Bauzá
27 Abril 2025
Creo no equivocarme al decir que gran parte de la mejor literatura argentina actual se sostiene sobre una columna vertebral hecha de humor punzante, salpicado de sátira, ironía y cierta desesperanza lúcida.
En esa línea se inscribe la narrativa del yerbabuenense Juan Carlos Mon, quien, además de escritor, dirigió durante casi una década la revista de humor paródico ‘El Gueto’, un proyecto que se convirtió en una usina de provocación y resistencia cultural en el norte argentino.
El humor ácido y la crítica social no son meras herramientas del ingenio: son placeres reservados para paladares exquisitos. No cualquiera encuentra deleite intelectual en la risa. Y sin embargo, es justamente desde ese lugar —la risa como desarme, como filo que corta en silencio— donde muchos escritores contemporáneos bajan a la cultura clásica de sus pedestales para dialogar con el barro, con la calle, con la intemperie de la realidad.
En su célebre poema “¿Qué es el arte?”, Federico Manuel Peralta Ramos sentencia: El arte es hacer reír y pensar a la gente. Esa máxima funciona casi como un manifiesto para la obra de Mon, quien cincela sus textos con precisión quirúrgica, dejando siempre un espacio para la carcajada incómoda, para la reflexión posterior, para la incomodidad productiva.
San Palito, su primer libro que va ya por su tercera edición, podría leerse como una procesión hereje por los intersticios del dogma, una biografía apócrifa del absurdo místico argentino. No sería desacertado ubicar este cuerpo literario cerca del Negro Fontanarrosa, sobre todo por su prosa inteligente, perspicaz y ese talento innato para extraer belleza y verdad de lo grotesco.
El cuento que da título al libro funciona como carta de presentación de un imaginario tan desopilante como cuidadosamente elaborado: San Palito, un santo ficticio —aunque inquietantemente verosímil—, emerge como el patrono de la libido y la fertilidad.
En un país con devociones populares para todos los gustos, desde Gilda hasta el Gauchito Gil, Juan Carlos Mon viene a ampliar el panteón con una figura que combina misticismo, humor irreverente y erotismo de alta gama. San Palito atiende los ruegos de quienes no consiguen engendrar descendencia, de quienes padecen cuerpos que se niegan al goce o sufren la modorra seminal.
Es un santo dionisíaco, festivo, lúbrico, que no promete castidad ni redención, sino orgasmos compartidos, espermas rejuvenecidos y tríos de índole trascendental.
La línea que separa la fantasía de la realidad en este cuento —y en todo el libro— es deliberadamente difusa. Como si lo real fuera apenas un límite estético que conviene desdibujar para que aflore, con más nitidez, el absurdo profundo de nuestra época. Juan Carlos Mon no teme profanar. Pero lo hace con una fe pagana en la literatura como fiesta, como ruptura, como ritual gozoso de lectura.
La riqueza de la antología no se agota en San Palito. Cada cuento despliega una escena distinta del absurdo nacional e internacional, pero todos comparten el mismo pulso: un humor que desarma, que sacude estructuras y que, como una carcajada maleducada en misa, incomoda con placer.
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Tapa San Palito
“Divino parpadeo” es otro de los relatos emblemáticos. En él, los protagonistas son nada menos que dioses venidos a menos, enajenados por drogas, alcohol y el tedio de la eternidad. Se emborrachan, discuten, se contradicen, se desquician. Es una especie de Banquete platónico trasnochado, en el que las deidades ya no dictan el destino de los hombres sino que se abandonan a sus propias decadencias, en un Olimpo convertido en un bolichito de cuarta donde los excesos son un personaje más.
En “Blanca”, la infancia recibe un golpe directo. Una abuela narra a su nieto insomne una versión retorcida de Blancanieves, donde la protagonista lidera un cartel narco y los siete enanitos son soldados del narcomenudeo.
El cuento, más allá del guiño escandaloso, opera como una crítica feroz a los relatos edulcorados con que se pretende adoctrinar la imaginación infantil y, de paso, al modo en que los medios naturalizan la violencia social.
“Monumento” lleva el disparate a niveles escatológicos. Un turista japonés, luego de entregarse con entusiasmo a los sabores de la comida regional norteña, sufre un episodio gástrico de tal magnitud que sufre una transformación total: queda petrificado, devenido estatua. La imagen es tan ridícula como poética, y funciona como alegoría de cierto turismo que viene a consumir exotismos sin digerirlos —ni literal ni simbólicamente.
Finalmente, no quiero dejar de mencionar a “La revolución baja de los cielos”, que aporta al libro una crítica ácida, casi sacrílega, al catolicismo y todo el aparato vaticano. Dedicado al Papa Francisco, este cuento es una sátira cargada de sarcasmo y lucidez política. En ella, la fe no es redención, sino una maquinaria de poder que baja del cielo más para controlar que para liberar.
En tiempos donde el discurso público parece oscilar entre la solemnidad impostada y la banalidad viral, el humor —cuando es inteligente, punzante, desestabilizador— se convierte en una herramienta profundamente política. No política en el sentido partidario, sino como forma de interpelación, como modo de señalar los absurdos de una época sin caer en la denuncia panfletaria.
Es allí donde el trabajo de Juan Carlos Mon adquiere todo su espesor: escribe para que nos riamos, sí, pero también para que pensemos por qué nos reímos. Qué estructuras mentales se resquebrajan cuando San Palito nos bendice desde un altar lubricado o cuando Blanca Nieves reparte merca con sus secuaces enanos.
La literatura de Mon incomoda a los bienpensantes y da placer a quienes ya están cansados de la corrección como regla estética. Lo suyo es una escritura hereje, que hace del humor una forma de decir lo que no se puede decir, una puerta trasera a verdades incómodas. En contextos donde se intenta normar el deseo, controlar los cuerpos o exaltar la tradición sin cuestionarla, estos cuentos irrumpen como una carcajada en medio del rezo: incómoda, desubicada, pero liberadora.
En definitiva, San Palito no es sólo una colección de cuentos. Es una invitación a mirar el mundo con menos miedo y más risa. A celebrar la imaginación como un espacio de libertad. Y a recordar que, como decía Peralta Ramos, el arte —cuando es verdadero— siempre nos hace reír y pensar al mismo tiempo.
Marx Bauzá Juan Carlos Mon San Palito Narrativa argentina
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