Foto cortesia di Letizia Caiazzo – Italia
Il rumore del silenzio di Letizia Caiazzo e sua riflessione
Il rumore del silenzio
Cristo, trasporta la croce,silenzio di dolore,
il rumore del silenzio.Il tuo martirio, eco di angoscia,ci invita a scrutare,a seguire il tuo esempio,
il tuo faticoso passo,dono di Vita.
@letiziacaiazzo
Questa poesia, insieme all’opera pittorica, incarna il paradosso più straziante della Passione: il silenzio che, pur non proferendo parola, risuona come un grido straziante. Cristo, avanzando sotto il peso della croce, diventa una metafora universale del dolore che trasforma e redime. Il titolo stesso, con il suo ossimoro geniale, cattura l’essenza di quel silenzio che è tutt’altro che vuoto: è un’eco insopprimibile, un sacrificio che sfida l’indifferenza del mondo.
Le immagini si muovono tra il fisico e il metafisico, fondendo l’umanità e la divinità. Il faticoso passo, concreto e gravido di sofferenza, si intreccia al dono di Vita, puro e trascendente. La struttura stessa del testo riflette un cammino: dai versi spezzati, che ricordano il respiro affannoso sotto il peso della croce, si giunge all’ultimo verso risolutivo, dove il martirio si trasfigura in promessa.
La poesia afferma una verità profonda: il vero silenzio non è assenza, ma presenza bruciante; la croce non è un epilogo, ma un grembo fecondo. È uno squarcio di luce nel buio del Venerdì Santo, un invito a scrutare oltre l’apparenza.
Approfondimento lessicale e biblico
La scelta lessicale è un dialogo costante tra concretezza e spiritualità. Parole come croce, dolore, passo e martirio ancorano il testo alla fisicità della Passione: evocano il sudore, il legno che graffia, la fatica muscolare. Faticoso passo, in particolare, non suggerisce un cammino simbolico, ma un avanzare lento e umano, carico di peso.
Allo stesso tempo, termini come silenzio, eco, scrutare e dono aprono una dimensione metafisica. L’ossimoro rumore del silenzio riecheggia il grido inarticolato di Cristo in croce — «Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34) — dove il silenzio di Dio diventa assordante. Il verbo scrutare, scelto con precisione, rimanda a Luca 24,30 («Allora si aprirono loro gli occhi»), implicando uno sguardo che va oltre il visibile, un cercare faticoso e pieno di intenzione.
I riferimenti biblici sono tessuti con maestria. Trasporta la croce non è un semplice portare, ma richiama Giovanni 19,17, dove Cristo bastázō — porta, trascina — la croce fuori dalla città, verso il luogo del rifiuto. L’eco di angoscia è un’allusione al Getsemani («La mia anima è triste fino alla morte», Mc 14,34), dove l’agonia di Cristo diventa un riverbero che scuote il cosmo. E quando si parla di dono di Vita, con quella V maiuscola che non è casuale, è impossibile non pensare a Giovanni 1,16 («Dalla sua pienezza abbiamo ricevuto grazia su grazia») e a Giovanni 14,6 («Io sono la Via, la Verità e la Vita»).
La scelta di dono e non di germe sposta l’accento dalla metafora naturale — come in Isaia 53,2 («germoglio della terra arida») — a quella teologica: è il kenosis di Filippesi 2,7, Cristo che «svuota sé stesso». In una sola immagine, la croce cessa di essere un seme che marcisce per diventare un dono che si offre.
Se volessimo spingerci oltre, potremmo esplorare il silenzio di Dio in Giobbe 30,20 («Ti grido, ma non mi rispondi»), dove il dolore umano urla nell’apparente assenza divina. Ma qui, a differenza di Giobbe, il silenzio non è abbandono: è il preludio di una risposta che risorge.
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