Foto cortesia della copertina del romanzo “Ventiquattro carati”
Le parole rivolte da Missy, la protagonista del mio romanzo a Joe, il suo stupratore, alla fine del processo.
Io, Survivor
All’uscita dall’aula del processo, guardo il mio stupratore, anzi, sfido i suoi occhi a tal punto da fargli abbassare il capo. Potrei dirgli: “Se stai sperando che mi scoppi il cuore e che io muoia, toglitelo dalla testa!”
Invece, gli dico: “Sappi che ci sono stati momenti in cui ho temuto di non farcela, ma sono riuscita a venirne fuori. Lo stupro non è stato l’incidente di una serata di sesso. Hai pianificato tutto. Smettila di fingere. Mi hai punita perché ti ho detto di no, mi hai stuprata perché mi hai considerata roba tua, una cosa, un tuo possesso. Non hai avuto rispetto di me, mi hai umiliata, hai annullato la mia identità. Non sei stato in grado di gestire un rifiuto. Sei stato un bastardo!
Non ho quasi più parole. Anzi no, le ho trovate ed escono come un fiume in piena: non ti ho considerato un uomo, sei stato una bestia!
Quello non è stato amore. Era odio, violenza, potere, dominio, controllo. Era tutto il peggio che si possa fare a una donna.
Tu sei la causa, io l’effetto. Sei stato tu a buttarmi in quell’inferno, sempre tu mi hai tenuta immersa in quell’oscurità, ancora e ancora. Quella notte, su quella scacchiera della vita, sempre tu hai scelto di buttare giù entrambe le torri e siamo crollati tutti e due.
Mi hai devastata dentro, portandomi via la mia autostima, la privacy, l’allegria, il tempo, l’intimità, la sicurezza, la mia identità, la mia stessa voce. I primi giorni non ero più in grado di parlare. Quando ho iniziato a farlo, balbettavo… non riuscivo a padroneggiare le parole per esprimere la violenza che mi avevi inflitta. Ho dovuto sforzarmi e reimparare a guardare ed accettare il mio corpo. Era così violato, sporco, che non lo volevo più. Volevo dimenticarlo… come si fa con un incubo. Non puoi ridarmi la vita che avevo prima di quella notte. È imbarazzante quanto mi senta ancora fragile, delicata. Mi muovo attraverso la mia nuova vita come un bambino che sta imparando a camminare da solo, senza un adulto che rappresenti il suo porto sicuro. Non hai idea di quanto duramente io abbia lavorato per ricostruire le parti di me che quella notte sono andate in pezzi. Mi sembrava di vivere in una gabbia, le cui sbarre invisibili ce le avevo tatuate addosso sulla pelle e soprattutto nelle mie emozioni, in quella parte in fondo a me stessa, dove non riuscivo più a trovare conforto e pace.
Ci sono volte in cui non voglio essere toccata. Voglio dirti che il danno è stato fatto soprattutto a me. Non avresti mai dovuto farmi combattere così a lungo per dimostrare una cosa talmente evidente fin dall’inizio:
io sono la vittima, tu il colpevole!
Quello che è avvenuto quella notte non possiamo cancellarlo. Tuttavia, entrambi, abbiamo una scelta: possiamo lasciare che ci distrugga o possiamo affrontarlo. Io ho accettato il dolore, tu accetti la punizione. In un certo senso, non ci si salva da soli. Voglio dirti che, oltre che noi stessi, è sempre l’altro che può salvarci o distruggerci. Tu hai cercato di annientarmi, di oggettivizzarmi, togliendomi la mia identità. Chi mi ha ascoltata con interesse, affetto ed empatia mi ha restituito la mia dimensione di soggetto umano.
Ci sono state volte in cui mi sono sentita talmente vulnerabile da venire distrutta dal trauma, ma col tempo sono diventata altrettanto resiliente da superarlo e rigenerarmi.
Mi allontano dal Tribunale a testa alta, consapevole della mia forza e resilienza. La mia voce è stata decisa, le mie parole chiare ed inequivocabili. Sto ricostruendo la mia vita, e non permetterò che il mio passato definisca il mio futuro.
Brano estratto dal romanzo “Ventiquattro Carati”
di Ada Rizzo
