Foto cortesia di Marco Pelliccioli (Bergamo)
da URBANE
IV.
C’è da chiedersi
se anche questo scavo
bracci di gru, cataste, sagome arancioni,
diventerà una forma
di vetro spiroidale, come quella
che preme sulla quinta
o se un giorno sboccerà
ancora una bottega, un fioraio
come all’angolo di via Pietro Maroncelli
dove distratto compro
una rosa gialla
nel locale sporco di terra
forbici, e petali caduti.
da NUOVI VOCABOLARI
I
L’uomo, alla porta, sbuffa la farina caduta sul grembiule, non conosce “early adopters”, plance, processi di validazione. Non ha pianificato conti in “kappa” o “identikit”. Vuole soltanto vendere il suo pane, ed è perplesso dal piano di rilancio dell’uomo-gelatina, malconcio eppur firmato: pantaloni arrotolati sopra la caviglia, auricolari, lampade alogene nel fiato.
III
Con la borsa a tracolla, il monociclo elettrico, “in call”, discorre sommesso di piani aziendali – “delta” “revenues” “mark up” –, immemore dei tralci e dei pedali spinti sui crinali, quando perdersi per strada, le scarpe slacciate, la luna sopra il sole, era la meraviglia inutile dei campi, pestare le zolle della vigna.
LO STORPIO
In sella al suo triciclo rosso
pedalava contro la tempesta
avvolto nella giacca a vento
le gambe attorcigliate
a spingere i pedali.
Chi si affacciava non capiva
la sua corsa solitaria
ma la pioggia scrosciava,
evaporava, sulla faccia
di lui che non fugge davanti al suo dolore
ma disegna con amore un inno
alla vita lungo la salita.
E andiamo così,
tu avanti, io dietro,
nell’aria leggera
che scorre sul Lambro
e, forse, chissà, domani già io
sarò lì davanti, e dietro poi tu
a tenermi per mano
ma adesso che batte
questo poco di sole
e l’aria d’inverno
sembra di primavera, corriamo
al mio tre
insieme nel prato.
NOTA BIOGRAFICA
Marco Pelliccioli (Bergamo 1982) vive tra Monza e Milano.
Ha pubblicato C’è Nunzia in cortile (LietoColle, 2014), L’orfano (LietoColle-Pordenonelegge, 2016), L’inganno della superficie (Stampa2009, 2019) e la plaquette Il sogno del pesce gatto (Stampa2009, 2023). Del 2015 è il romanzo A due passi dal treno (Eclissi), segnalato dal Premio Calvino. Scrive racconti per ragazzi (Gallucci, Einaudi) ed è presente in Giovane poesia italiana (Pordenonelegge, 2020), un’antologia tradotta anche all’estero.
Collabora con quotidiani e riviste, per i quali scrive recensioni e articoli dedicati alle principali figure poetiche del Novecento italiano. Cura diverse iniziative culturali, come i corsi annuali di Poesia italiana e straniera dal Novecento a oggi per il Teatro Fontana e la rassegna Nuove questioni di poesia per la Casa della cultura di Milano.
ALETTA LIBRO
Figura di rilievo e voce autonoma della nostra nuova poesia, Marco Pelliccioli ci offre qui, nella spoglia concretezza viva del suo stile, un ampio quadro di personaggi e situazioni in cui un passato anche lontano viene a porsi sottilmente in confronto con la mutata realtà dell’oggi. Nel concerto del tempo procede essenzialmente nei termini di una narrazione condotta attraverso la memoria da una voce fuori campo, una “controfigura” che riporta a galla volti spesso familiari in una galleria di umili apparizioni. Nel suo pacato ed efficace alternarsi di prosa poetica e versi, Pelliccioli oscilla tra dimensione orizzontale e verticale, portando sulla scena oggetti domestici e amuleti, dettagli di quotidianità, senso di nascita e morte, presenze e sparizioni, piante e piccoli animali, parole prelevate da un dire talvolta dialettale. Ecco allora l’Angiolina, l’Agnese, la Nunzia o la Martina, e insieme a loro anche l’Alberto e lo storpio, la loro “epica sconnessa”, nel “tempo che indocile non passa”. Si tratta di un tempo che è anche il tempo storico, con sottostanti riferimenti a vicende accadute ed entrate nella cronaca, se non negli annali. Ci troviamo di fronte a “invisibili creature / che nuotano nel cielo”, offerte dal poeta che coglie al contempo l’affacciarsi problematico di una contemporaneità divenuta, come è sempre più evidente, meccanica e tecnologica. Il percorso dell’opera si svolge in una sorta di articolata coerenza poematica, fitta di rimandi interni, nell’impeccabile controllo stilistico di una musica che passa dal recitativo al canto sommesso, in momenti di un netto realismo, non senza aperture oniriche, con tratti di un’efficace e oggi insolita, ma innovativa, lieve coloritura espressionistica.
