
GIANNI ANTONIO PALUMBO (giannipalumbo78@virgilio.it)
Alfiere del Lavoro, nato a Molfetta nel 1978. Abilitato a professore di seconda fascia in Italianistica (10 F/1) e Filologia italiana (10 F/3), è ricercatore in “Letteratura italiana” presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Foggia, dove insegna “Filologia della letteratura italiana” e “Metodologia della critica letteraria” (LM “Filologia, Letterature e Storia”) e “Letteratura italiana” (LT “Scienze dell’Educazione e della Formazione”). Ha incentrato la sua attività di ricerca sull’Umanesimo-Rinascimento e sulla seconda metà dell’Ottocento. Ha curato l’edizione critica di opere di Giovan Battista della Porta, Jacopo Filippo Pellenegra, Benedetto Cocorella; è in corso di stampa l’edizione critica dei racconti di Antonio Fogazzaro. È socio fondatore e membro del direttivo del Centro Internazionale di Studi “Giovan Battista della Porta” ed è membro dell’Edizione Nazionale dell’opera di Giovan Battista della Porta, presieduta dal professor Francesco Tateo. Direttore artistico della “Notte bianca della Poesia” giunta alla tredicesima edizione, è pubblicista e redattore di “Menabò” (per cui cura la rubrica “Nobel e no”), di Quindici e “Luce e Vita” (per la quale cura la rubrica di poesia metafisica “Riflessi”), oltre che saggista, poeta, autore teatrale e romanziere. I suoi lavori più recenti sono l’edizione delle Rime di Isabella Morra per la Stilo (2019) e de “La Grazia” di Dino Terra (Marsilio, 2023), il romanzo “Per Luigi non odio né amore” (2020) con l’editore Scatole Parlanti, il testo teatrale “Le ombre”, la silloge poetica “Il tempo della carestia” (Tabula Fati, 2023). Con lo pseudonimo di Giano bifronte critico, è artefice del blog di critica militante https://gianobifrontecritico.wordpress.com/
SINOSSI DI “IL TEMPO DELLA CARESTIA” DI GIANNI ANTONIO PALUMBO.
La silloge Il tempo della carestia raccoglie momenti di un ventennio della produzione dell’autore.
Motivo ispiratore il sentimento della crisi, avvertita nel duplice versante pubblico e privato.
L’opera è suddivisa in nove sezioni, in ossequio a un gusto numerologico radicato nella tradizione letteraria europea.
La prima, “L’autoaprentesi apertura”, recupera un termine heideggeriano a sancire lo sguardo sul mondo dell’io lirico, che avverte il perdurare del “tempo della carestia”. Il senso di colpa di una generazione che stenta a cogliere le ragioni delle tragedie verificatesi dall’inizio del Novecento si esprime nel poemetto iniziale, composto per il giorno della Memoria del 2019 parallelamente al consumarsi dell’ennesima disfatta della civiltà, la morte degli ‘ultimi’ nelle acque del Mediterraneo. Il testo iniziale dà avvio a un’alternanza di poesia civile (Limes, contro la politica di Trump; Maestro Lukács; Sul ciglio della strada sulla tratta delle donne africane) e di componimenti di carattere gnomico.
Un tono tra il profetico, lo stralunato e il dolente accompagna le visioni delle Variazioni di Selene, che muovono dalla gioiosa figura del fool Astolfo per virare verso la riflessione civile dei testi conclusivi e la sconsolata constatazione dell’oscura natura dell’uomo, in Alla notte.
Segue un riflusso nel privato, con la delineazione del fallimento di un amore nei testi di Non alla luna, non al vento di marzo e l’esplorazione dei Luoghi cari all’autore (Molfetta, la città natale, con il porto e la bellissima muraglia; Bari, il capoluogo degli studi universitari; Brindisi, teatro dell’infanzia del poeta). La sezione successiva rievoca Lari e miti, in uno scenario che dalla pervasiva presenza del Diavolo che trasporta i morti muove al ricordo della figura micenea di Achille e del mitico cantore Orfeo (di cui Palumbo, servendosi dell’eteronimo di un poeta folle, ripercorre le vicende, in un incubo postmodernista). Non manca un cenno alla terra d’Arcadia, filtrata da un’ottica più che altro sannazariana e tassiana.
La sesta sezione, Familiares, è consacrata agli affetti, dalla famiglia (la moglie Anna, le figlie Lia e Maddalena) alle amicizie (su tutte la figura celata dal senhal Luce); la settima è dedicata ai Canti spirituali. Ne emerge una religiosità inquieta, tutt’altro che pacificata, in costante oscillazione tra slanci di misticismo e momenti di buio assoluto. Non mancano meditazioni su temi come il celibato dei chierici, al quale è dedicato uno dei componimenti.
I Trionfi costituiscono un omaggio postmoderno a Petrarca; l’esperienza della Morte è assunta nella dimensione collettiva del terremoto di Amatrice, il canto della fama è visto dalla prospettiva dei poeti vinti, condannati all’oblio da un’industria culturale che li respinge nel limbo.
La silloge si conclude con il poemetto L’asfalto e la grazia, esplorazione di zone degradate della cittadina molfettese, in cui la controra fa fiorire il demone meridiano del sesso e della violenza.
CANTICO DEL CONTROSAMARITANO
Parte prima. Desolazione
Dove sono le donne di Auschwitz?
Dove le madri smistate a Berger-Belsen?
Dov’è Ester dalle lunghe trecce nere?
E dove siamo noi che non morimmo
e siamo vivi a stento,
per la vergogna che coprì le nostre case?
E dove sono io,
l’italiano che, salendo da Gerico a Gerusalemme,
non si volse e passò oltre?
Lasciai morire un uomo per ignavia.
Dov’è il suo grido
che si spegneva nella valle?
Dov’è il mio grido
quando, alzando gli occhi al cielo,
piansi la morte delle stelle?
E dov’è Ester? e la madre?
Con ogni cura preparava il suo corredo
e nel corredo c’era un fazzoletto azzurro.
Quando Ester fu portata a Berger-Belsen
non aveva fazzoletto né nastrini.
Quando Ester morì a Berger-Belsen
per le strade profumava il gelsomino.
Maria, la sua vicina ariana,
s’annodava il fazzoletto azzurro al collo.
Sei generazioni di sue figlie
piangeranno l’onta
dell’empietà civetta d’una donna.
Dov’è ora Maria? E dove Ester?
E dove sono io?
Salendo da Gerico a Gerusalemme
voltai la testa altrove
non unsi d’olio e vino
quei corpi
che ora inerti
copriranno di vergogna
la mia casa.
Parte seconda: L’eterno ritorno
E voi, lasciate che un silenzio amaro
ora distenda il suo velo di ghiaccio
sulle nostre vite.
Noi che gridammo
“Marschieren im Geist in unseren Reihen mit”.
Che violammo il fiore delle donne d’Abissinia.
Chiamatela desolazione questa morte
che abbiamo accarezzato giorno dopo giorno.
Chiamatelo sepolcro questo mare che si chiude
sulle vittime di noi controsamaritani.
Chiamate barbarie il furore della razza
che proclama la purezza dell’impuro.
E poi chiamate Ester Judith Moishele
Nathan Rachel Sara e Abele.
Non vi risponderanno.
Sono fumo sulla collina di Mauthausen.
Puoi vederli?
Allora sappi che saremo fumo anche noi
e che il vento ci disperderà lontano
noi che assistemmo allo scempio dell’umano
col ciglio arido e il volto della Sfinge
cantando “SA marschiert mit ruhig festem Schritt”.
Vento, squassa il nostro passo
ché la memoria lenta già si spegne.
Riportaci a Fossoli o alla Buna,
che il dolore di Primo sia anche il mio
che la morte di Maida sia la morte del mio cuore
come il naufragio di quegli umili
è la cancrena di quest’occidente marcio.
Mare, che dissolvi e scorri,
rendici l’anima che non abbiamo,
dacci la vergogna della nostra indifferenza,
culla quel silenzio inerte
a lacerarci il cuore.
Parte terza: IL VERDETTO
Prego come te, poeta, che pensasti
forse di pendere da un albero di pino
ma molto più di noi eri innocente
io molto meno
loro come me.
Prego e pregate Dio
che tutti possa e voglia assolvere.
Ma meritiamo poi l’assoluzione
noi che passammo accanto alla Morte
tante volte e che non siamo morti
neanche un giorno, neanche un poco?
Meritiamo poi l’assoluzione noi
che inginocchiati sugli altari
denunciammo il vicino celato in cantina
e accendemmo ceri ai santi
per la spoglia opima che ne ricavammo?
E meritiamo poi l’assoluzione
noi che danzammo al ritmo degli Schweine Juden
e cedemmo al serpente
perché troppo scomodo era scernere il buono dal cattivo?
Relitti di un cielo reietto
stame di stagioni morte
senza storia né memoria.
Non domandateci che cancerosa insania
ci sconvolse ci tradì.
Solo pregate Dio
che tutti voglia e possa assolvere.
Congedo
Risuonò nel frastuono la voce di Dio.
Tacquero allora i faggi e le stelle.
Il verdetto scivolò a precipizio in una forra.
La sentenza è oggi nel respiro d’un sasso.
Il fiore della muraglia.
Un fiore sulla muraglia
non nasce tutti i giorni.
Il fiore della muraglia
sboccia in estate.
Quel fiore della muraglia
s’arrampica.
Cerca il cielo.
E se questa estate che muore
non hai visto la muraglia,
non tornarci d’inverno.
Aspetta che fiorisca.
Ma al calice non dire
che la sua stagione dura un’ora.
Digli che è sempre tempo
di sbocciare.
E il fiore della muraglia
ti apparterrà.
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