Poeti e poesie


Foto cortesia di Pietro Edoardo Mallegni
Prefazione
Profumo di Liquirizia
“Profumo di liquirizia” di Pietro Edoardo Mallegni è un libro dall’atmosfera crepuscolare, è quasi sempre una descrizione di quotidianità ed esperienza individuale venata di malinconia.
I versi sono liberi , il tono lirico e le descrizioni fortemente sensoriali. Pietro cerca solamente tranquilli angoli del mondo e luoghi conosciuti dell’anima in cui rifugiarsi. Ma questo impegnarsi a vivere,/ questo sentirsi ecosistema/ contare i giorni come/ ingredienti di una spesa.
La sua è una poesia colta, caratterizzata da una concisione assoluta e da un linguaggio
preciso, la singola parola è anche se mai oscuro o criptico, in perfetto equilibrio tra estremi diversi. Tra echi simbolisti e lampi surreali, utilizza l’ironia per creare un universo metaforico popolato di dettagli e colori precisi, vividi, esatti. E dunque la poesia diventa nel giovanissimo Pietro una compensazione e, rispetto al mondo circostante, la necessità di
colmare un vuoto. Un richiamo ad un mondo esotico rispetto al suo mondo presente, la poesia diventa per Pietro Mallegni irrinunciabile forma per percepire il mondo e relazionarsi
con esso in una dimensione profonda e nascosta, più soddisfacente.
Un’ ironia assoluta: /il desiderio della longevità,/nell’era dell’abbondanza./Sia luce ai coltivatori di dolore e,/ dalla
terra che, presidi e scrittori/ hanno sublimato, si canti/; è nato qualcosa;./ Morte e sgomento,/mai si attaccarono a qualcosa,/che non fosse nato. La poetica del giovane Pietro mediante un’esattezza e una sobrietà espressiva che lasciano
indietro ogni sentimentalismo o una troppo facile emozione sembra coincidere con gli stringenti e già definitivi interrogativi a cui sottopone la realtà. Una realtà riconoscibile nella sua quotidianità, nella sua contingenza individuale e storica, ma al tempo stesso elevata a
dimensioni e a tipologie di respiro già universale, già consapevole della pluralità di senso della poesia, già bisognosa di attestarsi in una zona intima dove è possibile ascoltare il
rumore del mondo e l’insufficienza della parola stessa.
La tensione poetica ed il gioco metaforico, la speculazione della singola parola, gli interrogativi posti alla vita e al suo senso definitivo si fanno più urgenti, come è evidente
in questa raccolta poetica, nella quale appare l’ansia di rinchiudere il coacervo di indomabili
contraddizioni dell’esistere in un nome che, come è richiesto alla poesia, sia non ancora avvertito prima della rivelazione poetica.
Disteso sulla mia assenza, /ascolto gorgogliare il sole,/ i turisti, la gioventù,/ l’idiozia./ E
mi perdo, con lo sguardo,/nell’orizzonte, la sabbia/ tra i miei piedi, laggiù,/ fra il silicio e la
sporcizia,/ sogno affogarmi.
Questa attenzione alle voci, questa intima necessità di ascoltare quanto il mondo pronuncia nei recessi del silenzio, diviene sempre più chiaramente la cifra dell’esperienza poetica di Pietro Mallegni.
Di fronte a domande così fondamentali rivolte all’esistenza, alla natura, alle cose, il soggetto lirico resta in attesa di risposte radicali e nutre speranze di varia natura.
Così il tempo è tutto avvertito nel suo continuo straniamento, prefigurato nella sua marcia verso un progressivo e inesorabile svuotamento di ogni senso delle cose.
Le mie lingue
di argento scorrevoli,/devote, un tempo, alla sopravvivenza,/sono una confusione di acqua e
piante,/un malandato trampolino, /il salto,/che ricorda l’età dei miei minuti,/ l’assenteismo
grato del mio liquido legato benessere.
Ma proprio dentro questa inesorabilità della sorte, nasce una nuova energia, l’occasione di
un gioco poetico in cui la parola è cosciente del proprio limite ma anche del proprio potere di strumento atto a sovvertire una realtà data a farsi complice dei sogni dell’individuo, delle sue infinite domande. La voce poetica si va forgiando tutta nel crogiuolo di queste domande che rivolge alla vita e si va formando all’interno di un tempo e di uno spazio reale continuamente rimodellati, frantumati, sollecitati a uscire da sé e a rientrare in sé, in una infinita dinamica di fughe e di ritorni che approda a una sostanziale accettazione della condizione umana.
Se fosse tenera questa pianta che/chiamiamo casa e Dio fosse il primo /dei suoi frutti,
converrebbe, in questo silenzio/ desiderare di essere ultimi.
Pietro Mallegni salvaguarda la luce di verità e di enigmatica bellezza che vi ha costruito e l’esattezza di una parola che non concede nulla a facili e inutili illusioni. In quel circoscritto
universo assistiamo a un vero atto d’amore reciproco che ricorda da vicino l’itinerario mistico
dell’anima. Lo sguardo poetico si fa più netto nell’indagine di condanne e di salvezze; la parola scarna, il sintagma tagliente esige una verità essenziale, che non concede ambiguità morali, o chiede anticipatamente la pietà di un silenzio riparatore ove l’interrogativo sulla
connaturalità di canto e silenzio, sul loro paradossale e necessario convivere si fa sempre più urgente. Così come l’invocazione alla pietas e all’amore, tanto più forte quanto più minacciosa si fa, attorno all’io, la realtà esterna, e più patente il rischio di perdere ciò che
vale, ciò di cui è intessuta la sostanza umana.
Ma nella cecità, nella contraddizione: la parola. Parola che appunto permette di avere luce anche solo per pochi minuti e che Pietro
Mallegni cerca incessantemente, come unico filo del gomitolo da dover riavvolgere: un imperativo per salvarsi. Nelle incomprensioni e contraddizioni in cui il giorno si sussegue solo la parola salva e per un attimo concede precisione.
La voce poetica grida il suo bisogno d’amore, sospesa tra la realtà e le parole che rivendicano una loro autonomia, il loro profondo mistero.
( Di me, si è innamorata la miseria,
facendo “m’ama e non m’ama”) .
Nota Biografica
Pietro Edoardo Mallegni è nato a Carrara l’1 luglio 1995. Fin da piccolo nutre due grandi passioni: la cucina e la scrittura, amori che lo porteranno a intraprendere professionalmente la strada del cuoco e più marginalmente quella dell’appassionato scrittore di poesie. Nel 2013 ha pubblicato con la casa editrice“ Marco del Bucchia” la sua prima raccolta:“ Il dedalo in me”, e vince il premio “Michele Mazzella” con l’atto unico “ Geshua e il crollo dell’io”, nel 2015 pubblica un’altra raccolta intitolata “ Il Dio Dada” e si avvicina al movimento poetico-artistico italiano “Dinanimismo” guidato e fondato da Zairo Ferrante. Dopo la maturità viaggia molto per lavoro e nel 2017, diventa padre, così decide di tornare a vivere nella sua città , Massa, con la sua famiglia. Durante questi anni ha l’occasione di partecipare a diverse antologie curate da Ivan Pozzoni per la casa editrice “ Limina Mentis”. Tra il 2019 e il 2021, ottiene alcuni riconoscimenti tra i quali “ Menzione al merito per il concorso Internazionale di Poesia Fëdor Dostoevskij” ed è “ Poeta Finalista del Concorso Internazionale di Poesia Il Federiciano”, “ Menzione speciale Premio Kalos II Edizione, “Secondo Classificato Premio Scrittura in Cibo”, “ Primo Classificato Premio Nazionale di Poesia Il Corvo” in più pubblica due raccolte di poesia intitolate “Neurocidio” e “Il nulla”, rispettivamente pubblicate con le case editrici “Limina Mentis” ed “Europa Edizioni”. Nel 2022 consegue la menzione speciale al premio ” Ossi di Seppia XVIII Edizione” indetto dal comune di Taggia, e ottiene la menzione speciale al “ Premio di Poesia Sotto Le Stelle- in memoria di Franco Petrilli I Edizione”. Tra il 2021 e il 2022 suoi vari testi vengono pubblicati su diverse testate giornalistiche online, tradotti in varie lingue tra cui inglese, francese, spagnolo,arabo e cinese.
Sagome in buio.
Sagome che sussurrano
ai fiumi che asciugano.
Dissolversi nei ruoli,
nei tetti delle case,
incastonate negli incendi del fegato.
Le distanze che funzionano.
Ho visto la mia intimità,
la nudità dei miei sogni
che vogliono cambiare,
nella bestia che sono.
Mimare i miei bisogni:
programmare i pasti e le spese,
il disagio di essere sé stessi.
Il merito è dei frutti finti,
dei fumogeni in mano alle tredicenni,
la colpa; degli specchi.
Oltre l’interpretazione,
anche il cielo
vuole la sua parte di pazzia.
Sui bordi, di un canale putrido, giallo e verde,
dove il moderno foraggia le oche,
con gli avanzi della settimana,
non si vede niente, solo buchi di ratto,
nella fanghiglia e bici e acidi di fabbrica
che allattano le nutrie.
Le ginestre sono lontane;
una nebbia nell’aria che non odora di umidità,
odora di rum e decomposizione e diluito in questa,
un lontano, diverso starnazzare.
Sotto il ponte, i miei desideri si sono gettati,
come una chitarra chiedono elemosina alle anatre,
in cambio di ridicoli concerti.
In vero, nel vero non rifletto e non mi vedo,
sono cieco e vecchio. Volgare sdentato.
La barba che odora di fallimento,
magrezza gonfia di chi nutre delusioni,
arrugginito salmastro sulle mani e nei capelli.
Tatuai alle mie amanti il nero desiderio sulla pelle
e stramazzando se ne andarono accusando
solo un lieve prurito.
Ogni caverna della mia bocca
permeata dall’amaro divieto di medicine,
nutre con disgusto centopiedi e scorpioni
che mi levigano i denti
come un infantile rifiuto di verdure
e assoluzioni per costringersi a crescere;
è un dolore concimato, ricucito
alle mie mascelle, che festeggia
gettando sangue da stelle e lampadine.
Nove e cesarei e nuovi patimenti
ho millantato,ho conciliato gli organi
come spade argentee contro le mie idee.
Un inchino sconfitto,
ricco di fango e
di canti di bambini.
