

Prefazione di Vora
a cura di Giovanni Laera
Vora è una voce dialettale pugliese che significa ‘voragine, inghiottitoio’. Etimologicamente risale al latino vorare ‘inghiottire’, benché Rohlfs ipotizzasse addirittura, alla base del termine, la radice prelatina *vora. Tale voce forma curiose coppie minime con altri dialettismi: con la vura, ad esempio, parola con cui si indica in Puglia il misterioso folletto che conduce all’incubo; o con la vara, carro su cui vengono poste le statue o le immagini dei santi nel corso delle processioni. Sembra di entrare, anche solo articolando questi suoni, in una dimensione altra, un luogo nascosto alla vista dei più o, al contrario, ostenso, sciorinato; entro un sogno popolato dai mostri e dalle violente gioie dell’infanzia, e dal sangue dei santi. Mara Venuto dà ascolto, in questo libro, a quelle voci in grado di crepare il suolo, di farci letteralmente mancare la terra sotto i piedi, insegnandoci che è nell’ascolto – ancor prima che nella scrittura – il vero mestiere del poeta. Ci insegna, inoltre, che la poesia, quando sia venata dalla filigrana del ricordo, impone a chi scrive una spietatezza nei confronti di sé stesso: è impossibile tappare le orecchie con la cera, fuggire dal pericoloso canto del passato e del rimosso; è 8 vietato distogliere lo sguardo, per quanto l’orrore o la bellezza siano tali da risultare insopportabili. Il cuore della poeta e la qualità di cui esso è pregno, il coraggio, ci appaiono trasparenti come petali di lunaria; pure, resistono al male e palpitano come il sole di Taranto. Come parla, o meglio, come è parlata questa lucida voce poetica? Come illumina la voragine del ricordo, come impara a inerpicarsi – o discendere – lungo i tornanti del tempo? È una lingua, quella di Mara Venuto, affatto personale, riconoscibile eppure straniera («Essere lingua straniera / nella terra dove sono infilate le nostre ossa»), chiara eppure intimamente ambigua. Si pensi all’uso generalizzato dell’infinito che pervade i versi: non ha mai un intento iussivo, non covando tale voce alcuna aspirazione prescrittiva; né possiede un valore ottativo, immune com’è alla facile nostalgia o al rimpianto di desideri irrealizzati. No, l’infinito squadernato in questi versi è tanto più affascinante e poetico in quanto privo di soggetto, arguto medium che conferisce al dettato un’ambivalenza sia a livello semantico che sintattico, mezzo stilistico ma soprattutto esistenziale per poter discernere una traccia nel tempo: «Votarsi a un altare dentro il portone, / crescere passando sul lato opposto della strada / con gli occhi bassi davanti ai ricordi. / Non cedere più alla giovinezza»; «Nascere vecchia senza saperlo / lasciare i ricordi in utero, / restare informe creatura /sazia, arresa». Sembra quasi che l’autrice cerchi la verità che 9 soggiace al fondo di ogni vita per viam negationis. In tale indagine apofatica la negazione si fa freudianamente Verneinung, diventa cioè il tramite – e il tremito – con cui prendere coscienza del rimosso, accettarlo intellettualmente, affrancandosi infine dai limiti della rimozione. E questo affrancamento, questo autentico riscatto recano comunque le stimmate del lungo, periglioso viaggio che la voce ha dovuto affrontare: «La notte non vede più. / Spezza sotto le suole esseri viventi / o capri inanimati, / frammenti di insetti o ghiande /non può saperlo»; «non azzannare la coda / non cedere all’autolesione». Carica di destino, la poesia di Mara Venuto si offre come martyrion, insieme sacrificio e fedele testimonianza di un luogo e di un tempo resi paradossalmente indimenticabili dalla distanza. La lingua della città (per citare il titolo del libro che l’autrice ha pubblicato nel 2021) è qui tradotta nel lessico della caduta e dello sprofondamento, in cui l’esilio si impone come condizione biografica e, nel contempo, storica, in cui la stessa esistenza dell’io poetante è messa in dubbio dalla dolorosa disciplina dell’abbandono: «Dove siamo nati non è dove morremo»; «Sia negato l’accesso ai richiedenti asilo / nella casa abbandonata, / eden dove vanno tutte le croci»; «Non esiste più il luogo / e non esistiamo noi nel luogo». Nondimeno, una «memoria familiare» sopravvive allo sradicamento («si fanno talee dalle radici sepolte, / mai rassegnate all’esilio. / Viviamo altrove, era scritto»), senza tuttavia mai 10 obliterare le brutture del presente, come fa il buio con la bestia che avvelena Taranto, «una ragione per odiare» sì, ma con tutto l’amore del mondo. Viviamo altrove, ci suggerisce Venuto, ma anche in un altro tempo, un tempo non identificabile con quello in cui crediamo di essere vivi. Eliottianamente solo nel tempo i singoli istanti possono concedersi come ricordi, ed è nel tempo che avviene la convergenza di passato, presente e futuro: «L’attesa evoca l’origine / sepolta nei ricordi degli altri, / un’incarnazione lunghissima». Ci ricorda, questo tempo dilatato, quello dei versi di Dylan Thomas in cui la palla lanciata dal poeta quando era bambino non ha ancora toccato terra: «la misura del tempo è ferma alla calza del padre / piena di carta come un pallone». La culla, ciononostante, può trasformarsi in sudario, il piccolo corpo in un reliquiario di ossa comuni, l’anno e il giorno di nascita dell’autrice («Il giorno della mia nascita / rapirono Aldo Moro») in una «croce sul foglio del giornale», significativo epilogo della raccolta. Uno dei miti più antichi dell’umanità, di cui reca testimonianza già l’arte rupestre, narra che uomini e animali avrebbero vissuto insieme in armonia sotto il livello del suolo. In seguito, attraverso vore e fenditure di rocce, popolarono finalmente la terra: questo venire alla luce, però, avrebbe causato anche la nascita della morte, dapprima sconosciuta alle creature. La poesia di Mara Venuto è un mare in cui confluiscono archetipi junghiani e tracce di miti, confessione e 11 impegno civile, storia – insieme personale, familiare e collettiva – e inopinate epifanie. Giunta alla sua quarta raccolta poetica, Mara Venuto ci sembra pronta ad affermarsi come una delle autrici più interessanti della poesia italiana contemporanea. Ai lettori il compito di accogliere il dono di questa voce come un trasalimento.
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Giovanni Laera, poeta e dottore di ricerca in Linguistica italiana presso l’Università degli Studi di Torino, è autore di diversi libri e articoli su lessico, onomastica e folklore nei dialetti apulo-baresi. È caporedattore di Avamposto. Rivista di poesia e collabora con incroci – semestrale di letteratura e altre scritture. Nel 2019 ha pubblicato Fiore che ssembe (Pietre Vive), la sua prima opera poetica; nel 2023 ha pubblicato la sua seconda raccolta Maritmie (Marco Saya Editore).
Biobibliografia di Mara Venuto:
Drammaturga, poeta e ghostwriter freelance, Mara Venuto è nata a Taranto, vive a Ostuni. Tra le sue pubblicazioni premiate: i monologhi teatrali Leggimi nei pensieri (2008), The Monster (2015, testo finalista al Mario Fratti Award 2014); le raccolte poetiche Gli impermeabili (2016), Questa polvere la sparge il vento (2019), La lingua della città (2021), Vora (2023).
Ha pubblicato numerose antologie di prosa e poesia, tra cui un ciclo di volumi al femminile; è inclusa in opere collettive di poesia, prosa e teatro; è presente in saggi critici dedicati alla poesia italiana femminile contemporanea. Sue poesie sono state tradotte e pubblicate in sette lingue in riviste letterarie e antologie internazionali. È stata ospite di Festival internazionali di Poesia, tra cui: IX Festival di Poesia Slava a Varsavia nel 2016; XV Festival Trirema e poezisë Joniane a Saranda (Albania) nel 2021; XXVI Festival Ditët e Naimit a Tetova (Macedonia) nel 2022; I Festival internazionale Takohemi në Jug di Ksamil (Albania) nel 2023.
Ha collaborato con note testate giornalistiche pugliesi, televisive, cartacee e online; si occupa di critica letteraria per riviste di settore, cartacee e online.
Ghostwriter ed editor, ha curato romanzi di grande successo per editori come Mondadori, Piemme, Edizioni Paoline.
Suoi testi teatrali originali sono stati rappresentati con successo di pubblico e critica e inseriti in cartelloni e rassegne nazionali. Collabora attivamente con numerose compagnie professionali e semi-professionali in qualità drammaturga e dramaturg, tra cui: Compagnia Res Extensa Danza Teatro Danza; Compagnia di teatro di salute mentale Teatro del mare; Compagnia A Sud del Racconto”; Compagnia 3D; Compagnia Voci del Mare).
Il suo dramma Faith, dedicato alla tratta per sfruttamento sessuale delle donne africane, è in traduzione a firma dei Professori Emeriti della Saint Thomas University della Florida, Elisabeth Ferrero e James W. Conley, e sarà pubblicato in doppia lingua nel 2024.
3 poesie tratte da Vora:
Dell’edicola votiva un colore resta impresso,
l’azzurro degli occhi, tanto piccoli e stonati
nella terra che giace al giallo.
Sotto la nicchia che nasconde tutto,
il corpo e il dubbio, l’amore e l’impulso di oscurare,
si aduna un cane di passaggio attorno a qualcosa.
Resta il vuoto umano in questo transito.
*
La vita del mare rimpicciolisce gli occhi,
nella luce si spegne la forza alle palpebre
di restare all’erta nella trincea.
Abbandonarsi alle guglie delle onde,
piccolissimi seni vederli sollevare dall’acqua
come noi da bambini
saltavamo per guardare lo spettacolo,
sapere cosa c’è dietro il muro,
la vita eroica.
*
Dalla tua finestra il mare non esiste,
affoga nell’inverno meridiano
rivelato dalla trasparenza.
Sopra i giardini della serra comune,
atterra in un verde aspro la strada provinciale.
Tutto è provinciale,
l’ambizione e il rancore,
nella pace del pomeriggio,
nel silenzio colante.
A fatica si naturalizza una memoria familiare,
si fanno talee dalle radici sepolte,
mai rassegnate all’esilio.
Viviamo altrove, era scritto.
Volumi in collana:
Pietro Romano, Feriti dall’acqua
Annalisa Ciampalini, Tutte le cose che chiudono
gli occhi
Rossella Renzi, Disadorna
Massimiliano Bardotti, La disciplina della
nebbia
Manuel Lantignotti, Vista parco
Biagio Accardo, Luce del più vasto giorno
Ezio Settembri, D’altra luce
Mara Venuto, Vora
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